“Melania” non racconta i Trump, ma come loro vedono il mondo
Foto Amazon MGM Studios
Come si riconosce un sincero antidemocratico? Ci sono molti caratteri che accomunano chi è arrivato ai vertici delle istituzioni e aspira al potere assoluto. Uno è la mancanza totale di senso dell’umorismo, e soprattutto di autoironia. Chaplin ebbe buon gioco a farsi beffe di Hitler, perché poteva far leva proprio sull’involontaria comicità che scaturiva dalle parole, dalla mimica, dalla postura del Grande Dittatore. L’autocrate antepone il suo ego a qualunque entità oggettiva, e la realtà gli appare come un insieme di elementi da plasmare secondo i suoi desideri.
L’eleganza e il lusso come misura del mondo
Melania diretto da Brett Ratner, il documentario-autobiografia che la First Lady degli Stati Uniti ha prodotto e interpretato grazie a un gigantesco finanziamento di Amazon Mgm Studios (40 milioni di dollari più altri 35 per il marketing, record assoluto per il genere) si apre con la moglie di Donald Trump che lascia la residenza di Mar-a-Lago, in Florida, diretta a New York. Le riprese dall’alto indugiano sulla grandiosità della tenuta, la bellezza del contesto naturale a un passo dall’oceano, il corteo di suv che accompagna la donna all’aeroporto.
Mancano venti giorni al secondo insediamento di Donald come presidente, e la premessa del film, che è costantemente accompagnato dalla voce di Melania come narratrice, è “perché tutti vogliono sapere”. Melania, dunque, concede al mondo un contatto ravvicinato nei giorni che precedono l’Inauguration Day. Fin dall’inizio impariamo a conoscere le modalità con cui la signora Trump si presenta al mondo: tacchi acuminati laccati di rosso (è il primo dettaglio con cui si mostra), tono monocorde, abissale inespressività, un rarissimo sorriso niveo, eccessivo e meccanico; il volto immutabile, segnato da un formidabile sguardo cobalto che esprime solo determinazione.
La scena si sposta rapidamente nella Trump Tower, dove Melania, spalancata una porta sfavillante oro, ci introduce al primo dei suoi impegni pre-inaugurazione: la prova del vestito di gala. Di fronte a un’immensa vetrata a picco su Central Park, attorniata da una corte di stilisti e assistenti, la First Lady tiene a evidenziare quanto la sua competenza e precisione da ex modella siano fondamentali per orientare lo staff che dovrà curarne l’aspetto. Le persone che la circondano esprimono un ossequio timoroso, sussurrato, ed è nel sollievo generale che la prova dell’abito si conclude con l’approvazione del modello, dopo alcune piccole ma cruciali modifiche richieste da Melania.
Leggi anche: L'America ai tempi di Trump
Potrebbe essere l’incipit di una fiction sulla vestizione di una reale. Ma la mente va anche (profusione di lusso a parte) ai cinegiornali in cui bambine in divisa consegnano mazzi di fiori alle consorti dei leader del blocco sovietico. In fondo, Melania vuole trasmetterci un messaggio analogo. Lei è la futura sovrana, e vuol essere riconosciuta come tale, connotando la sua regalità con ciò che la distingue e di cui è orgogliosa: lo stile, la bellezza, l’eleganza.
Un racconto rivelatore sulla visione padronale delle istituzioni
Melania, che negli Stati Uniti sta avendo un ottimo successo al box office (alimentando i dubbi dei critici sul rapporto tra incassi ed effettivi ingressi), è un film che andrebbe analizzato da psicologi e pedagogisti. È un’autonarrazione senza filtri in cui la donna più potente del mondo svela, involontariamente, il modo in cui lei e il presidente osservano e filtrano la realtà. Ne emerge, cristallina, l’idea che la sovranità conquistata con il voto implichi una concezione padronale delle istituzioni.
Ciò che impressiona di più è l’assoluta mancanza di senso del limite, ma soprattutto di senso del ridicolo. Il film trabocca di frasi di involontario humour nero, che qualunque montatore con un minimo di consapevolezza avrebbe implorato di eliminare. Trump, nel preparare il suo discorso per l’insediamento, legge un passaggio in cui si definisce “pacificatore”: “e unificatore”, suggerisce Melania di aggiungere, subito assecondata dal marito, che ribatte: “la parola guerrafondaio proprio non la sopporto”. Nelle riflessioni che precedono l’insediamento, Melania ricorda “il suo passato di emigrante” (è di origine slovena), e quanto, per questo, sia essenziale la sensibilità verso i diritti umani, e come lei “userà sempre il potere e l’influenza per aiutare gli altri”. Tra le sue vittorie, cita “la lettera al presidente Putin” che ha permesso di “ricongiungere i bambini ucraini con le famiglie”. Da un lato si preoccupa di ricordare le sue iniziative contro il cyberbullismo e per favorire gli studi dei non abbienti, dall’altro, con candore assoluto, dichiara (è l’ultima frase del film) che procederà “con determinazione, e ovviamente con stile”.
Foto Amazon MGM Studios
I tre mantra: famiglia, business, filantropia
La visione di Melania, si comprende, è perfettamente in linea con quella del marito. Le sue linee programmatiche vengono riassunte da una laconica dichiarazione d’intenti: “famiglia, business, filantropia”, senza, evidentemente, alcuna remora a far indovinare agli spettatori il reale ordine dei tre mantra. Quanto alla loro regalità è un dono divino, e come tale indiscutibile. Nella messa della sera prima dell’Inauguration, il prete celebrante ringrazia Dio “per aver ascoltato la richiesta di centinaia di milioni di persone” con l’elezione di Trump. Le istituzioni, poi, sono un’entità flessibile, che deve adattarsi al volere del popolo, spazzando via il passato. Nelle sequenze che precedono l’insediamento, Trump sogghigna sottolineando quanto Biden sarà “furioso” dovendo sfilare in auto con lui. Poi Biden e Harris vengono inquadrati mentre, nervosamente, attendono contrariati di comparire per il passaggio di consegne. E, come musica di sfondo della staffetta alla Casa Bianca, viene scelta l’ouverture di La gazza ladra.
Leggi anche: Narcisismo e potere: una lettura psicologica
L’assenza di ironia, l’orgoglio del populismo
Se lampante è il disprezzo per l’ordine costituito, straordinaria è la trasparenza del populismo, che viene ostentato con orgoglio. Melania incontra persone comuni, parenti di soldati caduti, una donna ex ostaggio di Hamas: per tutti ha una parvenza di solidarietà. Eppure la sequenza chiave che rivela, senza ombra di imbarazzo o disagio, la visione dei rapporti della coppia presidenziale con il popolo è quella del congedo di Trump e Melania dal personale di servizio della Blair House, la dimora che ospita il futuro presidente subito prima della presa di potere. Nel rivolgersi a uno stuolo di donne e uomini in divisa, cameriere, maggiordomi, cuochi, schierati a salutarli ai piedi dello scalone che porta alle camere da letto, il quasi-presidente non resiste al piacere della battuta: “Ho lasciato la mancia di sopra. Tocca a chi arriverà prima”.