In Portogallo i conservatori si rifiutano di sostenere il candidato di destra
Il leader di estrema destra Andre Ventura stringe la mano al socialista moderato Antonio Jose Seguro prima di un dibattito in vista del ballottaggio presidenziale, a Lisbona, Portogallo, il 27 gennaio 2026. REUTERS/Pedro Nunes
Non è mai prudente fidarsi troppo dei sondaggi: le variabili alle urne possono essere imprevedibili, al punto di ribaltare verdetti già scritti e tavole apparecchiate (e gli esempi abbondano). Ma in questo caso, e parliamo del ballottaggio per le elezioni presidenziali in Portogallo (si voterà domenica 8 febbraio) si potrebbe fare un’eccezione. E non soltanto perché tutti gli istituti di ricerca concordino nell’indicare come favorito il candidato António José Seguro, ex segretario generale del Partito Socialista, con un ampio margine di vantaggio (verso il 58% delle preferenze) sul suo sfidante, il leader di Chega André Ventura, populista di estrema destra (quotato meno del 30%). Ma la novità, emersa in questi ultimi giorni di campagna elettorale, è che perfino i conservatori hanno deciso di togliere l’appoggio al candidato ultranazionalista; con un gruppo di figure pubbliche di rilievo, autodefinite “non socialiste”, che hanno diffuso una lettera aperta, già firmata da migliaia di elettori, nella quale spiegano le ragioni del loro rifiuto di sostenere il candidato della destra radicale. “André Ventura non ci rappresenta”, è scritto nella lettera. “Rifiutiamo sia lo stile che la sostanza, la manifesta mancanza di senso di Stato e il divisionismo che il candidato annuncia subito dicendo che non intende essere il Presidente di tutti i portoghesi. Il candidato Ventura è lo stesso che, nel partito da lui fondato e guidato, presentò proposte e assunse posizioni incostituzionali, discriminatorie o offensive sulla dignità umana, come confinamenti etnici, sanzioni penali degradanti, la possibilità di un ritorno alla pena di morte, la cittadinanza portoghese concessa su base revocabile, il divieto di critica alla magistratura, la stigmatizzazione delle comunità di immigrati, la continuazione inversa delle guerre culturali, la vecchia tentazione della censura, l’allineamento con autocrati e governi autoritari. Per questi e altri motivi, André Ventura non ha condizioni oggettive o soggettive per esercitare la più alta carica dello Stato”. I “non socialisti” concludono così: “D’altra parte il suo avversario, esponente dell’area socialista, ha sempre offerto un percorso politico di moderazione, onestà e dignità. Pertanto i firmatari, sebbene non socialisti, votano e chiedono un voto per Seguro. Abbiamo certamente disaccordi ideologici, ma sappiamo che António José Seguro non attaccherà i valori democratici e umani, né si schiererà contro i diritti, le libertà e le garanzie dei cittadini”. Va sottolineato che in Portogallo conservatori e socialisti sono da sempre acerrimi nemici. Uno dei firmatari della lettera, il consulente politico Henrique Burnay, è stato ancor più esplicito: “Dobbiamo tracciare una linea rossa tra forze liberali e illiberali. E i miei valori democratici e liberali di centro-destra non hanno alcun legame con le posizioni che la destra radicale difende”. Mentre António Costa Pinto, politologo dell’Istituto di Scienze Sociali dell’Università di Lisbona, la decisione del centrodestra di mobilitarsi contro Ventura nasce proprio dalla considerazione che l’eventuale elezione di Ventura alla presidenza avrebbe rappresentato una grave minaccia al funzionamento istituzionale della democrazia portoghese: “Non c'è dubbio - ha dichiarato al quotidiano Politico - che avrebbe usato quel ruolo per dare al suo partito il controllo del governo”.
Il rifiuto dell’estremismo
Dunque una clamorosa presa di distanza che, soprattutto a urne aperte, non s’era mai vista. Ma che rappresenta anche una novità assoluta, un embrione di evoluzione del modello politico che negli ultimi anni ha preso forma in gran parte del cosiddetto mondo occidentale: vale a dire l’adesione, considerata oramai quasi “inevitabile e naturale”, dei partiti conservatori alle politiche più estreme e illiberali proposte dalle formazioni della destra populista e nazionalista, che di concerto hanno lavorato in questi anni per sbarrare la strada all’avanzata della sinistra progressista, anche nelle sue espressioni più moderate. È accaduto negli Stati Uniti, con il partito Repubblicano sempre più “piegato” ad assecondare le torsioni autoritarie imposte da Donald Trump; sta accadendo in diverse nazioni europee e anche nel consesso dell’Unione europea, con i Popolari che flirtano più o meno frequentemente e apertamente con i gruppi della destra più radicale, da ECR (gruppo dei Conservatori e Riformisti Europei, ne fanno parte Fratelli d’Italia e i polacchi di PiS) ai “Patrioti per l’Europa”, dove coabitano politicamente, oltre alla Lega italiana e proprio ai portoghesi di Chega, il Rassemblement National di Marine Le Pen e gli estremisti spagnoli di Vox.
Il Portogallo si appresta dunque a diventare un caso di scuola. Con il primo ministro in carica, Luís Montenegro, leader del partito Socialdemocratico (che a dispetto del nome è di centro-destra), finito sulla graticola proprio per aver rifiutato di esprimere pubblicamente una preferenza per uno dei candidati al ballottaggio presidenziale. “Dobbiamo conformarci alla nostra democrazia con senso di responsabilità”, si è limitato a dichiarare Montenegro, utilizzando una formula piuttosto generica nel tentativo di restare in equilibrio. Scelta comprensibile: il suo governo di minoranza ha avuto bisogno in passato sia dei voti dei Socialisti, per approvare la legge di bilancio, sia del sostegno di Chega per far passare, lo scorso 30 settembre la nuova legge sull’immigrazione, che ha inasprito le regole sui ricongiungimenti familiari, sui visti di lavoro e sull’acquisizione della cittadinanza, in perfetta continuità con le idee professate da tutte le formazioni di estrema destra che sono riuscite a entrare, o a incidere, nei governi nazionali. Ma la “non scelta” del primo ministro portoghese potrebbe alla lunga metterlo in difficoltà: con ampi settori del suo partito che si ribellano, pretendendo di tracciare una linea rossa invalicabile sulla difesa dei diritti e della democrazia, e con Chega che potrebbe, a ragione, intestarsi il merito di “rappresentare i veri elettori di destra”.
La deriva radicale dei conservatori
Del resto la visione dei due candidati presidenziali non potrebbe essere più diversa. Il socialista Seguro si propone come “custode della Costituzione”, promettendo di accelerare la transizione energetica, di difendere l’efficienza del Servizio Sanitario Nazionale, e di svolgere un ruolo di mediazione tra le varie forze politiche presenti in Parlamento. Un presidente che unisce, o almeno tenta di. Ventura invece, che non nasconde la sua postura xenofoba e la sua ammirazione per il dittatore fascista Antonio Salazar (che governò il Portogallo dal 1932 al 1968), promette non soltanto tagli fiscali e una linea ancor più dura sull’immigrazione, ma si propone come il capopopolo di una crociata anti-sistema che, sulla scia dei motti trumpiani, “metterà il Portogallo al primo posto”. Un politico divisivo, che cerca lo scontro, lo strappo, la frattura sociale, ricorrendo allo slogan “élite contro popolo”. C’è perfino chi ritiene che il vero obiettivo di André Ventura non sia la presidenza della Repubblica, quanto la conquista del ruolo di leader della destra portoghese alle prossime elezioni, anche se le ultime sono state appena lo scorso anno.
Il problema per Ventura, e per Chega, è che dovrà trovare il modo riconquistare la fiducia dei “non socialisti”, dei conservatori che oggi lo ritengono su posizioni troppo estremiste per poter ambire a qualsiasi ruolo di primo piano. Difatti il suo elettorato si ferma oggi attorno al 30% (quanto i sondaggisti ritengono che otterrà nel ballottaggio dell’8 febbraio), che è più o meno la stessa quota di preferenze che le destre più estreme raggiungono in qualsiasi nazione europea: vale per il Rassemblement National in Francia (oggi stimato al 34%), vale per i neonazisti tedeschi di Alternative für Deutschland (26%), come in Italia o nel Regno Unito, qualcosa meno in Spagna, dove Vox deve accontentarsi del 18%. Questo vuol dire che per l’estrema destra è di vitale importanza la deriva radicale dei partiti conservatori. Ma fin quando continuerà a essere considerata un tabù, una linea invalicabile come hanno messo nero su bianco i “non socialisti” portoghesi, gli estremisti di destra non potranno arrivare da soli al governo negli ordinamenti democratici: non hanno i numeri, non hanno il necessario sostegno popolare, nonostante la crescente rabbia degli elettori verso l’establishment politico, che negli ultimi decenni non è stato in grado di offrire risposte convincenti. A meno che, appunto, non venga stipulato quel che alcuni analisti definiscono “un patto faustiano”: vendere l’anima al diavolo pur di conservare porzioni di potere. Ma non tutti i conservatori sono d’accordo a pagare un prezzo così alto. Già accade negli Stati Uniti, dove Trump si trova a fronteggiare un malcontento interno dagli esiti ancora imprevedibili. Ora il Portogallo si candida a diventare l’avamposto della ribellione dei conservatori europei.