SOCIETÀ

L'UE si smarca dai dazi di Trump: accordo storico con l'India

Europa e India non sono mai state così vicine, almeno sotto il profilo commerciale. Dopo uno stallo durato oltre due decenni, la scorsa settimana l’Unione europea e il governo indiano hanno firmato un nuovo accordo che, secondo le stime, potrebbe raddoppiare il volume delle esportazioni dell’UE entro il 2032. “Abbiamo inviato un segnale al mondo: la cooperazione basata sulle regole porta ancora grandi risultati”, ha commentato la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen. Ponendo l’accento proprio su quelle regole che da oltre un anno il presidente americano Donald Trump si diverte a far saltare, imponendo dazi a destra e soprattutto a manca, usandoli come leva per ottenere quel che vuole, ma di fatto sconvolgendo i mercati finanziari e stracciando le norme e le alleanze che finora, o meglio fino a ieri, hanno disciplinato il commercio globale. Ma a questo ha portato il protezionismo ossessivo di Trump: alla firma di quello che molti analisti hanno già definito “la madre di tutti gli accordi”, che se ratificato (non necessita dell’approvazione di ciascuno dei 27 Stati membri dell’UE, ma del voto favorevole del Parlamento europeo) potrebbe portare a una drastica riduzione dei dazi su circa il 97% delle esportazioni dall’UE all’India (principalmente automobili e vino) e sul 99% delle merci indiane spedite in Europa (in prevalenza tessuti e medicinali). “Europa e India hanno bisogno l’una dell’altra oggi come mai prima d’ora”, ha commentato, interpellata dall’Associated Press, Garima Mohan, analista presso il centro studi americano German Marshall Fund. “Questa accelerazione verso la diversificazione, e dunque alla ricerca di nuovi partner per la costruzione di una nuova autosufficienza, è il risultato della inedita posizione aggressiva dell’amministrazione Trump su questioni economiche e di sicurezza, che ha portato alla frattura della partnership transatlantica. L’accordo è stato siglato in questo particolare momento geopolitico, il che rivela molto del mondo in cui viviamo”. 

Il punto dolente: le emissioni di carbonio

La portata di questo patto commerciale di libero scambio è davvero di portata storica, dal momento che riguarda due giganti dell’economia mondiale (l’India è la democrazia più popolosa al mondo, l’UE è il più grande blocco commerciale: insieme coprono circa il 25% del PIL globale e quasi un terzo del commercio globale), entrambi finiti nel mirino delle minacce tariffarie di Trump (e pur di ottenere una riduzione dei dazi, il primo ministro indiano Modi avrebbe accettato di rinunciare al petrolio russo), che invece di innalzarle hanno deciso di abbassare le rispettive barriere protettive: per trovare nuovi sbocchi commerciali a un mercato che, lo scorso anno, si è attestato a 136,5 miliardi di dollari. Con dei limiti però: le trattative commerciali agricole, che da sempre sono state uno dei più spigolosi punti di discussione, sono state tenute al di fuori delle riduzioni tariffarie da entrambe le parti. All’India, peraltro, non saranno concesse esenzioni ai sensi del Carbon Border Adjustment Mechanism (CBAM - Meccanismo di Adeguamento delle Frontiere al Carbonio), lo strumento, entrato in vigore l’1 gennaio di quest’anno, che l’Unione europea si è data “per fissare un prezzo equo sulle emissioni di carbonio durante la produzione di beni che entrano nell’UE” (soprattutto acciaio, ma anche alluminio, elettricità, fertilizzanti idrogeno), e per incoraggiare al tempo stesso una produzione industriale più pulita nei paesi non appartenenti all’Unione. L’India si era sempre opposta alla misura, definendola “inaccettabile”, e sostenendo che si trattasse in realtà di “una differente forma di protezionismo”. Secondo gli esperti, di conseguenza, le esportazioni di ingegneria indiana verso l’Unione europea potrebbero calare del 10% circa. 

Ma la vera accelerazione sarà in altri settori. I dazi sulle automobili dall’UE verso l’India caleranno del 90%. Esultano anche gli  esportatori di vino, che vedono i dazi ridursi d’un colpo dal 150 al 75%, con l’accordo di scendere progressivamente fino al 20%. Dazi che saranno sensibilmente ridotti anche sull’olio d'oliva, sugli alimenti lavorati, sulle bevande analcoliche. Saranno comunque esclusi dall’accordo diversi settori: per l’India tutto il commercio che riguarda manzo, pollame, latticini, pesce, cereali (soprattutto riso e grano), frutta e verdura, frutta secca, oli commestibili, tè, caffè, spezie e tabacco; mentre UE ha escluso manzo, carne di pollo, zucchero, riso, latte in polvere, miele, banane, grano tenero, aglio ed etanolo. Il patto si occupa di commercio, di scambi di merci, mentre restano di fatto irrisolte le disposizioni sulla sostenibilità e sul rispetto dei diritti umani e sociali: Bruxelles ha messo sì nero su bianco un capitolo sulla protezione ambientale, sui diritti dei lavoratori e sull’emancipazione delle donne, ma senza prevedere, in caso di mancato rispetto di queste clausole, alcun meccanismo di risoluzione delle controversie. Vuol dire che se l’India non dovesse rispettare le clausole, come è probabile, l’UE non avrebbe strumenti legali per farle rispettare. È utile ricordare che i diritti dei lavoratori in India subiscono gravi limitazioni: con il governo che non ha ancora ratificato le convenzioni fondamentali dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro sulla libertà di associazione e le negoziazioni collettive. In nome del commercio, e pur di favorire lo scambio delle merci, si è preferito chiudere un occhio. La gestione dell’accordo sarà affidata a un “Comitato Congiunto”, con rappresentanti sia dell’India, sia dell’UE, che ne monitorerà l’attuazione, risolvendo questioni di interpretazione, esplorando modi per espandere ulteriormente il commercio. Si prevede che il patto possa entrare in vigore entro il 2026. “Anche se c’è sempre il rischio - ha commentato Nicolas Köhler-Suzuki, consulente per la politica commerciale presso il Jacques Delors Institute - che il Parlamento europeo ne ritardi la ratifica proprio per l’inapplicabilità degli standard ambientali e sociali”.

Il nuovo dinamismo dell’UE

Ci sono dunque molte ragioni economiche alla base della mossa dell’Unione europea, ma sono soprattutto quelle geopolitiche a influenzare le scelte, e a decretare la rapidità di esecuzione. Nelle ultime settimane l’UE ha stretto accordi commerciali con il Mercosur (il blocco delle nazioni sudamericane), e rafforzato i rapporti con Giappone, Corea del Sud e Messico (con l’Australia i negoziati potrebbero essere in dirittura d’arrivo). Nuovi negoziati commerciali sono stati inoltre avviati anche con gli Emirati Arabi Uniti (un’altra nazione che davvero non brilla nel rispetto dei diritti umani, come testimonia il recente focus pubblicato dall’ong Human Rights Watch). Un dinamismo, da parte dell’UE, senza dubbio innescato dalle minacce tariffarie imposte da Washington, nella necessità di costruire nuove relazioni per rispondere alla minaccia di innalzare un muro tariffario sempre più difficilmente penetrabile intorno agli Stati Uniti. Quanto efficace poi sia per Washington questa politica è ancora tutto da dimostrare. Il più grande deficit commerciale degli Stati Uniti nel 2025 è stato proprio con l’Unione europea, con un saldo negativo di quasi 205 miliardi di dollari a novembre, rispetto ai circa 175 miliardi con la Cina. Ed è proprio lì, verso la Cina, che Trump sta spingendo i suoi alleati storici: come il Regno Unito, con il premier Starmer che a fine gennaio è volato a Pechino per incontrare Xi Jinping e chiedere “legami più stretti e profondi”. O come il Canada, che ha recentemente accettato di ridurre i dazi sui veicoli elettrici cinesi in cambio di tariffe più basse sulle esportazioni di prodotti agricoli canadesi.

L’aggressiva, per molti versi contraddittoria e a volte sconsiderata, azione politica ed economica imposta da Trump ha tuttavia prodotto in Europa qualcosa che non si vedeva da tempo: una rapidità di risposta del tutto inusuale per un’Unione che politicamente resta lacerata, e per questo spesso immobile, paralizzata dai veti e dalle convenienze di parte del momento, ma che quando serve sa parlare di economia. Bisognerà poi vedere a quale prezzo: se questa indispensabile apertura a mercati diversi sia in linea con un’etica dell’economia. Un punto non secondario, come sottolineava pochi mesi fa il quotidiano online EUobserver: “Stipulare un accordo commerciale senza disposizioni applicabili sui diritti del lavoro e dei diritti umani non solo legittimerebbe queste pratiche, ma dimostrerebbe che gli interessi economici sono prioritari rispetto ai valori fondamentali dell’UE. E un tale modello di globalizzazione è inaccettabile”.

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