SOCIETÀ

La singolare parabola del “mago” che inventò la Russia di Putin

Chi è Vladislav Surkov? Anche chi segue assiduamente la politica internazionale faticherebbe a rispondere. Eppure stiamo parlando di un uomo che è stato per vent’anni tra i protagonisti della politica russa, dal 1999 al 2020. Surkov, economista, intellettuale colto e brillante, costruì la sua carriera come collaboratore di alcuni dei più importanti uomini d’affari che si impadronirono del Paese dopo la caduta dell’Unione Sovietica, come Mikhail Khodorkovsky e Boris Berezovsky. Grazie a loro ebbe accesso al gotha del potere politico, e diventò l’ideologo del neopresidente Putin, elaborando le basi teoriche che avrebbero favorito la trasformazione dell’ex funzionario del Kgb nel nuovo zar dotato di potere assoluto.

Da fiduciario degli affaristi a ideologo del nuovo zar

Il mago del Cremlino, film di Olivier Assayas, pone al centro della narrazione proprio questo personaggio affascinante e misterioso, sempre dietro le quinte ma essenziale nell’orientare la politica russa verso un nuovo autoritarismo di matrice nazionalpopulista. A portare alla luce il ruolo di questo burattinaio senza volto è stato il romanzo omonimo di Giuliano da Empoli, politologo e scrittore, che rielaborando con molte libertà la vicenda di Surkov (ribattezzato nel libro Vadim Baranov) ha pubblicato nel 2022 un best seller di enorme successo in Francia, dove da Empoli lavora come docente all’Istituto di studi politici di Parigi.

Il mago del Cremlino, adattato e sceneggiato da Assayas insieme a Emmanuel Carrère, è una lunga cavalcata (oltre due ore e mezza) attraverso la storia recente della Russia dal crollo dell’Urss fino a tutto lo scorso decennio. Fulcro della narrazione è Surkov-Baranov (Paul Dano), che, dopo alcuni anni dal ritiro dalla politica, accetta di ripercorrere la sua storia a beneficio di un giornalista americano (il bravo Jeffrey Wright). Il suo racconto ci trasporta lungo i cruciali anni Novanta vissuti a Mosca: il crollo dell’impero sovietico, l’ascesa di Boris Eltsin e la breve illusione di una possibile svolta democratica, la spartizione selvaggia delle ricchezze della Russia a favore dei cosiddetti “oligarchi”, protagonisti di un neocapitalismo senza limiti né legalità, infine la caduta di Eltsin, l’inizio del regno di Vladimir Putin (Jude Law) e il suo consolidamento come padrone del Cremlino a scapito degli stessi oligarchi. 

Un racconto di finzione per capire la Russia postcomunista

Sbaglierebbe chi pensasse che il film (e il romanzo) ripercorra con taglio quasi documentaristico vent’anni di evoluzione della società e degli assetti di potere in Russia. Il racconto è costellato di pagine romanzate, personaggi fittizi, vicende profondamente rivisitate rispetto alla cronaca: ma il pennello che tratteggia gli anni cardine della storia contemporanea postsovietica ricostruisce con efficacia i protagonisti dello stravolgimento di una nazione sterminata, dalla fine del comunismo al ritorno dello zar. E la figura semisconosciuta di Surkov emerge in modo sorprendente come sintesi e metafora della sua patria. Il “mago” nasce come intellettuale profondo e raffinato, innamorato degli scrittori e dello stile di vita europei: i suoi studi e le prime esperienze di lavoro gravitano tra musica e teatro nella scena culturale moscovita dei primi anni ’90. Le sequenze che raccontano l’entusiasmo e la sfrenatezza dei giovani artisti della Russia di quella breve fase sono tra le più riuscite del film: si respira tutta l’euforia e l’esaltazione di una generazione che crede davvero di aver conquistato libertà di pensiero e azione, e brucia nel breve spazio di qualche anno quel caos creativo e barbarico (sono gli anni più violenti dell’affarismo gangsteristico russo) che si evolverà verso il neozarismo. 

L’illusione della libertà, la svendita della nazione

È il periodo della svendita della nazione, quello in cui gli oligarchi, imprenditori senza scrupoli affamati di potere, saccheggiano le grandi aziende di Stato oggetto di un assalto paramafioso. Centrali sono, nel racconto, i due magnati che intrecciano il destino del protagonista e contribuiscono al suo successo: Mikhail Khodorkovsky (nel film si chiama Dimitry Sidorov, ed è interpretato da Tom Sturridge) e Boris Berezovsky (Will Keen), entrambi destinati a cadere dopo il trionfo di Putin, mentre Surkov celebra la sua apoteosi affrancandosi dagli antichi padrini per diventare l’ideologo del dittatore. Proprio Berezovsky è presentato (con un’evidente iperbole) come l’unico inventore di Putin, il kingmaker che individua nel direttore dei Servizi di sicurezza il successore di Eltsin, ormai bruciato dall’alcol e dagli acciacchi. Ma l’errore è credere che Putin sia un uomo manipolabile: il responsabile dell’Fsb rivela, una volta al potere, il volto cinico del nuovo zar. E Surkov ne diventa il consigliere occulto e imprescindibile, fautore dell’ideologia della “democrazia sovrana”, il dispotismo accettato, ed anzi agognato dal popolo russo, desideroso di restaurare il prestigio della propria nazione dopo l’autodistruzione dell’impero sovietico. Surkov intuisce che la personalità di Putin si attaglia a perfezione al profondo desiderio popolare di un leader assoluto e carismatico, che combatta i nemici interni ed esterni e riporti la Russia alla sua dimensione di impero.

Il dispotismo a furor di popolo della “democrazia sovrana”

Proprio Surkov, realmente ritiratosi dagli incarichi politici dal 2020, ha dichiarato l’anno scorso in un’intervista a “L’Express”: “Abbiamo bisogno di uno zar. I periodi senza zar finiscono sempre in un disastro, per noi”. Di qui la teorizzazione del neoimperialismo putiniano, che dalla crisi cecena trae l’impulso per il nuovo interventismo che si tradurrà nell’invasione dei territori sovrani, dalla Georgia alla Crimea fino al Donbass, anelito a ricomporre la “grande Russia”. Un progetto ben riassunto nelle dichiarazioni del vero Surkov alla stampa: “Per la Russia - affermò - l'espansione permanente non è solo un'idea, è la condizione della nostra esistenza storica”. E ancora: “Il mondo russo è ovunque ci sia un'influenza russa, in una forma o nell'altra: culturale, informativa, militare, economica, ideologica o umanitaria... In altre parole, è ovunque”. Il mago del Cremlino ci accompagna passo dopo passo nella progressiva evoluzione del putinismo verso questo progetto, il cui inevitabile epilogo è l’invasione dell’Ucraina. In questo senso l’interpretazione di Jude Law come Putin, ingessata in un mimetismo e un personaggio fin troppo meccanici, è sovrastata dal Surkov di Paul Dano, carattere geniale e multiforme, capace, dietro una maschera in apparenza pacata, di passare in un istante dall’emozione di una citazione letteraria alla spietatezza della ragion di Stato.

Nella fiction il consigliere giganteggia sul sovrano

Riusciti tutti i personaggi di supporto, dagli illusi oligarchi agli altri scherani dello zar, il glaciale Igor Sechin (Andrei Zayats) e il perfetto Yevgeny Prigozhin di Andris Keiss, lo zelante chef del presidente che diverrà suo braccio operativo nella disinformazione via web e in seguito, come leader troppo potente della milizia privata Wagner, destinato come gli altri a finire sotto il tallone di Putin. Nota stonata, invece, la protagonista femminile, la Ksenia (totalmente fittizia) di Alicia Vikander. L’artista che, nel film, diverrà la donna di Surkov (con un lungo intervallo come musa dell’oligarca Khodorkovsky) vorrebbe incarnare arguzia e anticonformismo, determinazione a cavalcare il potere senza esserne sopraffatta: ma il personaggio, pur servito da una buona interpretazione, rimane confinato a una superfluità esangue, funzionale solo come contraltare eccentrico e fascinoso all’ideologia dei potenti. La chiusura del film riprende, in chiave metaforica, la reale parabola discendente di Surkov, da uomo chiave del potere moscovita a ennesima pedina destinata ad essere accantonata. Il finale, troppo facile e repentino, non è degno del respiro e della complessità dell’intreccio. Ma in fondo Il mago del Cremlino non ambisce a insegnarci la storia recente della Russia: è un piacevole strumento per spiegarci meglio il gorgo che rischia di inghiottire quel che resta dell’Occidente. 

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