SOCIETÀ

Verso la COP17 sulla biodiversità: non si scioglie il nodo dei finanziamenti

La diplomazia ambientale è una macchina lenta e complessa, composta da un’infinità di ingranaggi di cui, dall’esterno, può essere difficile cogliere regole e meccanismi. Tra le manifestazioni più visibili del funzionamento di questa ‘macchina’ vi sono gli incontri tra le parti, cioè i Paesi firmatari degli accordi e gli altri portatori di interessi (come il settore industriale, le università e i centri di ricerca, le organizzazioni non governative), che si incontrano a scadenze regolari per negoziare i testi e trovare accordi su come agire in modo concertato su temi di interesse comune. Per le questioni ambientali, gli incontri più famosi sono quelli tenuti sotto l’egida della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sul Cambiamento Climatico (UNFCCC) e della Convenzione sulla Diversità Biologica (CBD). Le Conferenze delle Parti (meglio note come COP) sono gli incontri più importanti, poiché è lì che si prendono le decisioni più politiche; sono anche gli incontri più partecipati, a cui presenziano i delegati di più alto profilo, come i ministri dell’ambiente, e che ricevono maggiore copertura mediatica.


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Un incontro tecnico, ma politico

Ma tra un incontro e l’altro – i cosiddetti periodi “intersessionali” – la macchina diplomatica non si ferma: nelle due settimane di COP è impossibile sciogliere tutti i nodi, ed è per questo che le Parti continuano a lavorare e a incontrarsi periodicamente anche a telecamere spente, portando avanti le discussioni, affrontando le questioni più tecniche, e cercando di appianare le differenze più macroscopiche tra le Parti.

Uno dei più recenti incontri intersessionali della Convenzione sulla Diversità Biologica si è tenuto a Roma a metà febbraio 2026. Si trattava del sesto incontro dell’Organo Sussidiario per l’Implementazione (Subsidiary Body on Implementation, o semplicemente SBI), che ha il compito di monitorare, favorire e rafforzare la messa a terra degli accordi raggiunti durante le COP e il raggiungimento degli obiettivi concordati. Non diversamente dall’ultima COP sulla biodiversità, tenutasi a Cali, in Colombia, a novembre 2024, anche durante questo evento sono emerse evidenti difficoltà nel trovare una posizione di incontro su alcuni temi strutturali, tra cui, soprattutto, l’annosa questione dei finanziamenti.

Come per il contrasto al cambiamento climatico, anche per la protezione della biodiversità c’è bisogno di fondi. E il reperimento di queste risorse economiche, che richiederebbe investimenti a fondo perduto (o a bassissimi tassi di interesse) soprattutto da parte dei Paesi più ricchi a sostegno dei più poveri è un nodo che, finora, non si è riusciti a sciogliere. Anche nel corso di questa riunione del SBI, infatti, quello finanziario è stato uno dei temi più scottanti, su cui il dibattito si è fatto più intenso e marcatamente politico.

Da una parte vi sono i Paesi con minori risorse da spendere, che sono però anche i Paesi più vulnerabili alle conseguenze della crisi ambientale e, nel caso della biodiversità, anche tra i Paesi in prima linea nella sua tutela (gran parte degli hotspot globali di biodiversità sono nei territori di Paesi in via di sviluppo): questi chiedono, anche in nome di un principio di giustizia riparativa, che chi ha più contribuito storicamente all’attuale crisi ambientale, e ha al tempo stesso goduto maggiormente dei suoi benefici, dovrebbe oggi compensare almeno in termini finanziari. Dall’altra parte vi sono i Paesi più ricchi, che sono da sempre piuttosto restii ad assumersi questa responsabilità (economica, ma anche morale) e a compiere investimenti i cui rendimenti si vedranno nel medio-lungo periodo.

Oggi, però, il tempo per i tentennamenti è sempre meno: il declino della biodiversità (ma tutto ciò vale anche per la crisi climatica) avanza senza segnali di arresto, e dal punto di vista temporale siamo già a metà strada per realizzare gli obiettivi di tutela della natura concordati durante la COP15 di Montréal, nel 2022. Questi, sintetizzati nel Kunming-Montréal Global Biodiversity Framework (GBF), pongono mete ambiziose, come la protezione del 30% degli ecosistemi del pianeta, da raggiungere entro il 2030: si tratta, ormai, di poco meno di quattro anni.


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“Dal punto di vista pratico, la percezione generale [tra i circa seicento delegati] non è quella di essere a metà dell’opera”, dice Cristina Cipriano, una delle coordinatrici del capitolo europeo del Global Youth Biodiversity Network, che ha partecipato ai lavori romani del SBI come delegata del Network. “Il sentimento che si respirava nelle stanze negoziali era piuttosto misto: da un lato, il meeting è stato visto come un passaggio importante per rendere operativa l’implementazione del Global Biodiversity Framework, ma dall’altro è emersa una certa frustrazione per il ritmo lento e per l’ampia presenza di testo ancora tra parentesi su questioni centrali, soprattutto sulla mobilitazione delle risorse e sul meccanismo finanziario”. I lavori negoziali, infatti, sono incentrati su una bozza che viene modificata via via che le discussioni proseguono, con l’obiettivo di arrivare a una versione finale e concordata del testo.

Alla fine del sesto incontro del SBI, molte parti del testo sono rimaste tra parentesi: cioè, non si è ancora raggiunta una versione definitiva. “Ci sono stati comunque risultati concreti, come il consolidamento delle raccomandazioni sul Gender Plan of Action e progressi sul capacity-building e sulla cooperazione”, prosegue Cipriano. “Ma il carico di questioni irrisolte è stato di fatto spostato su COP17, che ora è sotto forte pressione per produrre decisioni politiche più nette. Più che un senso di slancio, si è respirata una combinazione di cauto ottimismo e crescente urgenza: siamo a metà del calendario, ma l’implementazione concreta del Global Biodiversity Framework è ancora in ritardo rispetto all’ambizione. Dal punto di vista dei giovani, la preoccupazione principale è che il GBF non venga valutato solo in termini di conformità procedurale (report prodotti, processi avviati), ma in base alla sua capacità di produrre cambiamenti reali per le comunità, in particolare popolazioni indigene, comunità locali, donne e giovani”.

Le riunioni di organi complementari alla Convenzione come il SBI e il Subsidiary Body on Scientific, Technical and Technological Advice (SBSTTA) sono, di norma, di impronta tecnica: affrontano soprattutto questioni procedurali, formali e regolano l’attuazione pratica delle decisioni prese alle COP, che sono il vero incontro politico. Eppure, spiega Cipriano, anche per questi organi “negli ultimi anni si è assistito a una progressiva politicizzazione dei lavori, e anche in questa sessione le dinamiche negoziali lo hanno dimostrato chiaramente.

Chi paga, e quando?

“I temi più divisivi hanno riguardato soprattutto la mobilitazione delle risorse e il meccanismo finanziario: la relazione tra debito e biodiversità, il ruolo delle salvaguardie nei meccanismi di finanziamento, l’integrazione tra finanza climatica e biodiversità e, più in generale, l’equa distribuzione delle risorse. In particolare, le discussioni sugli approcci di “debt justice”, sull’accesso diretto ai fondi per comunità locali, donne e giovani e sui limiti degli strumenti di mercato hanno evidenziato divisioni profonde tra i diversi gruppi di Paesi. Molto testo è rimasto tra parentesi, e questo non è semplicemente un incidente tecnico ma una strategia negoziale consapevole: mantenere opzioni aperte, testare le posizioni altrui e rinviare le decisioni più politiche a COP17. La sensazione diffusa è stata quella di un confronto più orientato a sondare il terreno che a chiudere i dossier”.

Ancora una volta, dunque, si osserva una tendenza a procrastinare il non più procrastinabile: il passaggio dalla teoria alla pratica, dalla politica alla realtà. In questo caso, la soluzione è stata rimandare – ancora – il tentativo di trovare una soluzione su temi centrali come quello dei finanziamenti, che era già stato il fulcro dei negoziati della COP16, la quale, infatti, si era chiusa con un sostanziale nulla di fatto durante il meeting di Cali e con un testo conclusivo piuttosto generico nel “secondo tempo” indetto dalla presidenza colombiana e celebrato a Roma a febbraio 2025. “La COP17 sarà inevitabilmente un momento politico molto più intenso rispetto a SBI6, anche perché erediterà un’agenda carica di questioni rimaste aperte”, commenta Cristina Cipriano.


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“Se SBI ha avuto un ruolo di preparazione tecnica e di chiarificazione delle posizioni, COP17 dovrà trasformare questo lavoro preliminare in decisioni politiche più nette. Le aspettative generali riguardano innanzitutto la mobilitazione delle risorse, che resta il nodo centrale per l’attuazione del Kunming-Montréal Global Biodiversity Framework: senza un accordo più chiaro e credibile su come finanziare la transizione, l’intero impianto del Framework rischia di rimanere vivo solo sulla carta”. Ad oggi, questa sensazione di pericolo: anche il monitoraggio temporale a cui le nazioni firmatarie della Convenzione sono teoricamente chiamate, tramite l’invio periodico di rapporti nazionali, viene sistematicamente disatteso. Alla chiusura dei lavori di questo sesto incontro del SBI, solo quattro degli oltre 150 Paesi firmatari (Unione Europeo, Lesotho, Uganda e Svizzera) avevano inviato il proprio settimo rapporto nazionale sul progresso verso i 23 target del GBF, che avrebbero dovuto essere presentati entro il 28 febbraio scorso. Questo dato aveva generato preoccupazione, ma nelle settimane successive quasi tutti i Paesi hanno condiviso i propri rapporti nazionali con il Segretariato della Convenzione, che ha annunciato che, ad oggi, sono 125 i documenti pervenuti.

Verso la COP17

La prossima COP (il diciassettesimo ritrovo delle Parti), che si terrà in Armenia, dovrà affrontare – e possibilmente risolvere – molte questioni cruciali. Ma soprattutto, come ricorda Cipriano, avrà un compito: “Dimostrare che il sistema multilaterale sulla biodiversità è in grado di passare dalla fase di adozione dell’ambizione alla fase di implementazione concreta e misurabile, colmando il divario tra obiettivi globali e realtà nazionali”.

Il tutto cercando di preservare valori essenziali della diplomazia ambientale, come l’inclusività verso tutti i partecipanti ai negoziati (sia le Parti aventi diritto di voto che gli osservatori) e la trasparenza sulle decisioni prese. Su questi temi, afferma Cipriano, il Global Youth Biodiversity Network, che rappresenta gli interessi dei più giovani nella tutela della biodiversità del pianeta, è in prima linea: “Tra le priorità su cui vogliamo portare l’attenzione dei delegati vi è, tra molte altre tematiche, l’integrazione sistematica nell’implementazione del Framework di un approccio basato sui diritti umani, affinché le politiche per la biodiversità non producano effetti negativi su diritti, equità di genere o giustizia intergenerazionale. Chiediamo anche che i contributi degli attori non statali, inclusi quelli delle reti giovanili, siano riconosciuti nel processo di revisione collettiva dei progressi, perché l’implementazione reale avviene anche fuori dai governi nazionali. Il nostro obiettivo non è solo che COP17 produca nuove decisioni, ma che rafforzi la coerenza, l’equità e la concretezza dell’attuazione del Framework, riportando le politiche globali là dove biodiversità e comunità vivono quotidianamente le conseguenze di queste scelte”.

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