SOCIETÀ

IPBES: il mondo economico può e deve diventare alleato della natura

“Un maggiore impegno nei confronti della natura non è facoltativo per le imprese: è una necessità”. Così Ximena Rueda, docente di economia alla Universidad de los Andes (Colombia), ha sintetizzato il messaggio profondo del Business & Biodiversity Assessment, il più recente rapporto pubblicato da IPBES (Intergovernmental Science-Policy Platform on Biodiversity and Ecosystem Services), di cui Rueda è stata una dei tre co-chair.

Questo rapporto, presentato il 9 febbraio 2026, a valle dell’approvazione della sintesi per i decisori politici da parte degli oltre 150 Paesi aderenti a IPBES, è unico nel suo genere: è la prima volta che un organismo scientifico internazionale che si occupa di ambiente concentra i propri sforzi per creare un ponte con il mondo economico, sottolineando quanto, per affrontare la crisi ambientale, sia necessario che scienza, politica ed economia cooperino.

Uno dei messaggi chiave che il Business & Biodiversity Assessment veicola è che tutte le imprese (anche quelle che non lo sanno) dipendono dalla natura – dalle sue risorse materiali, dai servizi di regolazione degli ecosistemi in cui si opera, o dai suoi contributi immateriali, come quelli estetici, culturali, spirituali. Al tempo stesso, quasi tutte le imprese che operano nell’attuale sistema economico – dalle piccole imprese familiari alle maggiori multinazionali – hanno un impatto negativo sul mondo naturale. L’attenzione pressoché esclusiva alla crescita economica come indicatore di successo e benessere ha portato a un sostanziale aumento del capitale materiale (+100% dal 1992, con grandi distinzioni nella distribuzione geografica e sociale di questo incremento), ma a un prezzo piuttosto alto: la perdita di capitale naturale, che nello stesso periodo di tempo è diminuito del 40%.

La perdita di biodiversità ed ecosistemi non è solo un problema ambientale. Gli autori del rapporto – 79 esperti di diverse discipline, provenienti dall’accademia e dal settore privato e rappresentanti di 35 Paesi – sottolineano come il declino della biodiversità e la diminuzione dei contributi della natura alle persone “crea rischi sistemici pervasivi, che potrebbero minare la stabilità del sistema finanziario e dell’economia globale”. Insomma, se le attività economiche non limitano i propri impatti negativi sulla natura, ad estinguersi potrebbe essere non solo la biodiversità, ma anche le imprese stesse.

Inoltre, gli impatti delle attività economiche sulla crisi ambientale colpiscono in modo particolarmente grave le comunità locali e le popolazioni indigene, che spesso dipendono in modo diretto dagli ecosistemi e dalle risorse naturali. È stato calcolato che “lo sviluppo industriale minaccia circa il 60% delle terre gestite da popoli indigeni a livello globale, e che quasi un quarto dei territori indigeni sono fortemente sotto pressione a causa dello sfruttamento delle risorse naturali”.


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Il sistema attuale incentiva la distruzione della natura

Il modo di operare oggi più diffuso nel mondo economico è spesso incompatibile con la realizzazione di un futuro “sostenibile e giusto” e con il raggiungimento degli obiettivi di sostenibilità dell’Agenda 2030 e di tutela della biodiversità del Kunming-Montréal Global Biodiversity Framework. Le attività economiche non sono abbastanza incentivate ad agire in favore della conservazione e dell’uso sostenibile delle risorse naturali; è molto raro, inoltre, che le imprese internalizzino i costi delle proprie azioni con impatti negativi sulla biodiversità.

Ma la responsabilità non è solo del mondo economico. Anche le istituzioni e il settore finanziario hanno grandi responsabilità nella costruzione di un’economia ‘nemica’ della natura. “Molte politiche – si legge nel Summary for Policymakers – incoraggiano le attività economiche dannose per la biodiversità o scoraggiano comportamenti positivi per la natura”. Un esempio sono gli ingentissimi sussidi che ogni anno governi, istituzioni internazionali e settore privato stanziano per sostenere attività notoriamente deleterie per la biodiversità e gli ecosistemi: la stima è di 7.300 miliardi di dollari stanziati nel solo 2023 per sostenere attività dannose per l’ambiente, a fronte di soli 200 miliardi di dollari destinati ad attività di conservazione e ripristino del mondo naturale.

Come agire?

Dalle più grandi alle più locali, da quelle direttamente dipendenti dalla natura a quelle che, in apparenza, non hanno legami con essa: tutte le attività economiche hanno la responsabilità di conoscere e affrontare i propri impatti e le proprie dipendenze dalla natura. 

Il primo obiettivo d’azione è dunque la conoscenza: le imprese devono impegnarsi a misurare nel modo più completo possibile i propri impatti e la propria dipendenza dal mondo naturale. Uno dei principali obiettivi di questo rapporto era fare ordine nella molteplicità di metodi e metriche già disponibili: come ha spiegato Matt Jones, uno dei co-chair del documento, molte imprese faticano a trovare gli strumenti più adatti per le proprie condizioni ed esigenze, e il rapporto offre una guida in tal senso, valutando diversi di questi strumenti in base alla loro capacità di estensione geografica e mappatura degli impatti e dipendenze dalla natura, alla loro accuratezza e alla loro ‘responsività’, cioè la capacità di identificare i cambiamenti attribuibili alle attività delle imprese monitorate.

Il rapporto sottolinea anche l’importanza di non escludere le conoscenze ecologiche detenute dai popoli indigeni e dalle comunità locali: spesso, le imprese non riconoscono il ruolo di questi ultimi come custodi della biodiversità e portatori di conoscenze fondamentali per la sua conservazione e per l’uso sostenibile delle risorse naturali. Riconoscere, invece, queste conoscenze è essenziale per comprendere, mappare e gestire gli impatti ambientali e sociali delle attività economiche.

Un secondo obiettivo consiste nello sviluppare e mettere in pratica un piano d’azione. Questo obiettivo può essere raggiunto anche in assenza di informazioni complete. In una condizione di urgenza come quella attuale – a meno di cinque anni dalla scadenza dei principali obiettivi internazionali di sostenibilità e tutela della natura – metodologie e dati imperfetti non sono, insomma, una scusa per non agire.

Creare le condizioni abilitanti per un cambiamento trasformativo

Per quanto le imprese si impegnino per ridurre il proprio impatto sulla biodiversità e per imparare a trattare la tutela e l’uso sostenibile delle risorse naturali come un’opportunità economica con azioni immediate e piani a lungo termine, questo non sarà sufficiente per pacificare la relazione tra mondo economico e mondo naturale. A mancare, infatti, è un contesto che renda favorevole per le aziende agire a protezione della natura. “Nelle condizioni attuali, ciò che è redditizio per le imprese spesso risulta nella perdita di biodiversità e, viceversa, ciò che fa bene alla biodiversità e alla società spesso non è economicamente vantaggioso”. Le attività economiche sono spinte a concentrarsi sulla crescita economica e sul raggiungimento di obiettivi di breve periodo: un approccio vantaggioso nell’immediato, ma che causa conseguenze negative nel lungo termine e ha implicazioni sistemiche.

Per creare un ambiente che renda le attività economiche compatibili con la tutela della biodiversità è essenziale modificare queste condizioni di contorno introducendo nuove politiche e modificando i sistemi regolatori, i sistemi economici e fiscali (ad esempio promuovendo “modelli alternativi per la misurazione del benessere economico, come la bioeconomia, l’economia circolare, la decrescita [...]”), i valori e le norme sociali e culturali, la tecnologia e le conoscenze. In questo, governi e istituzioni finanziarie svolgono un ruolo di primo piano: sono loro a modellare il contesto fiscale, legale, e regolativo in cui le imprese operano, e hanno dunque modo di disincentivare le attività dannose e promuovere modelli di business sostenibili dal punto di vista non solo economico, ma anche sociale e ambientale. Il rapporto attribuisce particolare rilievo al ruolo delle istituzioni finanziarie: attraverso le loro scelte su investimenti, prestiti e assicurazioni, possono orientare i flussi economici a svantaggio delle attività dannose per la natura, promuovendo invece pratiche e modelli economici che ne favoriscono la tutela.

In questo modo, si potrebbe superare la situazione attuale, in cui l’alleanza tra attività economiche e tutela della natura è demandata all’azione volontaria delle singole imprese (volontà ben poco diffusa, come mostra l’attuale distribuzione delle risorse economiche e l’andamento della crisi ambientale), e creare le condizioni perché “si allinei ciò che è redditizio per le imprese con ciò che è positivo per la biodiversità e per la società”.


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Senza dimenticare che per raggiungere questo obiettivo bisogna agire a ogni livello di governo e con il coinvolgimento di tutta la società: dalla natura dipendiamo tutti, direttamente o indirettamente, e tutti contribuiamo a plasmare le attività economiche. Per questo, il rapporto ricorda che tutte e tutti – individui, società civile, organizzazioni, imprese e istituzioni – devono agire per creare le “condizioni favorevoli” per un cambiamento trasformativo del mondo economico, e dunque dell’intera società: la responsabilità è condivisa e collettiva.

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