SOCIETÀ

COP16, c’è l’accordo per finanziare la protezione della natura

Dopo tre estenuanti giorni di sessioni plenarie serrate e lunghe ore di negoziati a porte chiuse, l’accordo è arrivato: agli sgoccioli dell’ultima sessione plenaria dei tempi supplementari della COP16 sulla biodiversità, la presidente Susana Muhamad ha potuto pronunciare la formula rituale – "poiché non vedo obiezioni dall’assemblea, dichiaro questo documento adottato" – e dare il colpo di martelletto che sancisce l’adozione delle risoluzioni internazionali.

Cronaca di un successo diplomatico

Il documento più dibattuto, su cui la possibilità di raggiungere un accordo era più traballante, è stato quello che trattava della mobilitazione delle risorse: a Cali, in Colombia, i negoziati si erano arenati proprio su questo punto e sul tema correlato della scelta dei meccanismi finanziari per la gestione di queste risorse.

Ieri, le sessioni plenarie sono state piuttosto brevi: la presidente, mostrando una grande forza diplomatica e una decisa volontà di raggiungere un risultato significativo entro la fine del meeting di Roma, ha dato ampio spazio ai colloqui informali, che si sono protratti per diverse ore e si sono organizzati attorno a incontri bilaterali e tra gruppi di Paesi. A tal proposito, un delegato europeo ha commentato che il rafforzamento di alcune alleanze politiche (ad esempio, lo spalleggiamento reciproco dei BRICS) riflette il drammatico cambiamento degli equilibri geopolitici mondiali.

Il testo finale, infatti, riflette questo spostamento di equilibri politici internazionali: il documento sulla mobilitazione delle risorse è stato revisionato più volte e la versione finale è stata costruita proprio a partire da una proposta di emendamento avanzata dai BRICS, su cui le parti hanno trovato un punto di convergenza.

Con un certo ritardo sulla tabella di marcia, la plenaria notturna è stata riaperta intorno alle 22 del 27 febbraio: il testo finale sulla mobilitazione delle risorse, già circolato e visionato dagli Stati nelle ore precedenti, è stato brevemente discusso dalle Parti e poco più di mezz’ora dopo la presidente ha potuto accelerare verso la sua adozione, emozionandosi, insieme al suo team (tutto femminile, ha specificato), per il risultato raggiunto.

La partita, però, non era ancora finita: nonostante quello sulla mobilitazione delle risorse fosse il nodo più difficile da sciogliere, rimanevano sul tavolo ancora diverse questioni collegate alla prima e altrettanto importanti. La decisione della presidente di approvare in un’unica volta l’intero pacchetto di misure si è rivelata vincente: i testi sui meccanismi finanziari, sul monitoraggio del Global Biodiversity Framework, sul programma di Planning, Monitoring, Reporting, and Review (una chiara struttura per il monitoraggio dell’attuazione del Framework è essenziale per valutare i progressi dei Paesi nel raggiungimento degli obiettivi) e sulle modalità di nomina del segretariato esecutivo della Commissione per la Diversità biologica sono stati approvati, quasi a cascata, nel corso dell’ora successiva.

L’unica nota stonata, in questa serie di compromessi di successo, è arrivata con il documento su un tema apparentemente secondario, ma in realtà importante per semplificare e rendere più efficaci le politiche di tutela ambientale: il tema della cooperazione con altre convenzioni (in particolare quella sul cambiamento climatico e quella sulla desertificazione) e con altre organizzazioni internazionali. In diplomazia nulla si ottiene gratuitamente: chi ha accettato un compromesso, vuole delle compensazioni.

E così si è verificato un piccolo incidente quando, poco dopo che la presidente aveva approvato il documento sulla cooperazione, l’Argentina (le cui posizioni, durante i tre giorni di negoziato, hanno mostrato in trasparenza il peso dell’ideologia del suo presidente, Javier Milei) si è opposta alla decisione, sostenendo che avrebbe voluto prendere la parola prima del colpo di martelletto, ma che non le fosse stato concesso spazio. Si è aperta dunque un’ulteriore fase negoziale, in cui sono state proposte diverse soluzioni di compromesso – che l’Argentina non ha accettato. Alla fine, si è deciso di approvare il documento accettando le richieste di modifica del Paese sudamericano, che ha chiesto (e ottenuto, in questo e in altri punti dei testi dell’accordo) l’eliminazione di ogni riferimento agli obiettivi di sviluppo sostenibile dell’Agenda 2030 (la motivazione addotta: “Sul cambiamento climatico bisogna attenersi alla scienza, non cadere in posizioni ideologiche”) e la soppressione dei riferimenti al riconoscimento dei diritti della natura intesa come “Madre Terra” e alla promozione del dialogo e dell’inclusione delle culture e dei sistemi di conoscenza non occidentali. 

Gli applausi dei delegati della COP16 all'adozione del documento sulla mobilitazione delle risorse finanziarie per la biodiversità

I risultati: un passo avanti nell’attuazione del Global Biodiversity Framework

L’avanzamento più importante che questa COP ha raggiunto è l’aver compiuto un concreto passo in avanti verso l’applicazione dell’articolo 21 della convenzione sulla Diversità biologica, ratificata nel 1992 allo Earth Summit di Rio, che chiede l’istituzione di un meccanismo per “fornire risorse finanziarie ai Paesi in via di sviluppo” e il superamento dell’articolo 39, nel quale si individuava il GEF come meccanismo finanziario ad interim, che però, dalla COP1 ad oggi, non era ancora stato rimpiazzato con uno strumento dedicato.

Il percorso di mobilitazione delle risorse prevede, per il periodo tra il 2025 e il 2030, una precisa strategia che conferma l’obiettivo di stanziare “almeno 200 miliardi di dollari l’anno entro il 2030” “da tutte le fonti” disponibili, pubbliche e private. Tra queste vi sono, in ordine sparso: il contributo dei Paesi sviluppati e “degli altri Paesi che volontariamente adotteranno gli obblighi dei Paesi sviluppati” (che dovrebbero stanziare 20 miliardi di dollari l’anno entro il 2025 e 30 miliardi l’anno entro il 2030); il Global Biodiversity Framework Fund e il Cali Fund, entrambi istituiti durante la prima fase della COP16; i fondi stanziati da alcuni Paesi, come il Japan Fund e il Kunming Fund; la Biodiversity Finance Initiative (BIOFIN) del Programma per lo Sviluppo delle Nazioni Unite. Inoltre, rimane vivo l’obiettivo di ridurre in modo sostanziale, entro il 2030, i sussidi dannosi per la natura, che oggi sono ancora altissimi, e che, se dirottati verso il finanziamento di iniziative nature-positive, potrebbero contribuire in modo sostanziale a chiudere il divario di finanziamento per la biodiversità, che ammonta oggi a 600-800 miliardi di dollari l’anno.

Le Parti hanno anche concordato quel che dovrà accadere dopo il 2030 per quanto riguarda la gestione dei flussi finanziari per la natura. Il compromesso tra le Parti ha portato a garantire l’impegno di “stabilire un assetto permanente del meccanismo finanziario, in accordo con l’articolo 21 della Convenzione”, e a considerare a questo scopo una vasta gamma di meccanismi finanziari ad oggi disponibili. I meccanismi selezionati dovranno rispettare alcuni criteri (la cui definizione è stata oggetto di un duro scontro), tra cui la diretta autorità della Convenzione per la Diversità Biologica sugli strumenti finanziari, l’organizzazione strutturale “giusta, equa, inclusiva, efficiente e rappresentativa” di questi ultimi, la loro accessibilità “da parte di tutti i Paesi idonei in un modo equo, rapido, semplificato, equo, inclusivo e non discriminatorio”. La decisione su quali degli strumenti ad oggi in esame saranno scelti in base a questi criteri dovrà essere presa alla COP18, che si terrà nel 2028.

Il multilateralismo è ancora forte

"Posso affermare con orgoglio che abbiamo dato gambe, braccia e muscoli al Global Biodiversity Framework", ha annunciato all’assemblea Susana Muhamad una volta che tutte le decisioni sono state prese. In effetti, come diversi delegati hanno poi sottolineato nei loro closing remarks – in una sessione che si è prolungata, tra passaggi procedurali e dichiarazioni più o meno retoriche, fino a tarda notte – quello della COP16 è un esito storico sotto tanti punti di vista. Innanzitutto per i risultati in sé: come ha spiegato Bernadette Fischler Hooper, capo dell’Advocacy internazionale di WWF-UK, in un webinar organizzato poco prima dell’ultima plenaria da alcune ONG presenti ai lavori, la grande vittoria dell’accordo di Cali-Roma consiste nel fatto che, per la prima volta, le Parti abbiano "concordato di accordarsi” sul tema dei finanziamenti per la tutela della biodiversità. In secondo luogo, il raggiungimento di questo accordo ha rappresentato una (inaspettata) vittoria del multilateralismo, in un contesto globale sempre più frammentato e conflittuale e al termine di un anno che ha visto il fallimento di pressoché tutti i negoziati di politica ambientale internazionale (l’accordo finanziario della COP29 di Baku, del tutto insufficiente rispetto alle necessità economiche, lo stallo dell’accordo internazionale sul controllo dell’inquinamento da plastica, la chiusura del negoziato sulla convenzione sulla desertificazione senza un accordo tra le Parti).

Il ministro dell’Ambiente del Canada (Paese ospitante, insieme alla Cina, dei negoziati che hanno sancito la nascita del Kunming-Montréal Global Biodiversity Framework) ha preso la parola poco dopo l’adozione del primo documento – quello topico sulla mobilitazione delle risorse – per spronare l’assemblea a mantenere vivo fino alla fine lo spirito di cooperazione: "Il motto della città di Montréal è “concordia salus”: benessere attraverso l’armonia. È stata la concordia salus a permetterci di arrivare sin qui: ora abbiamo l’opportunità di chiudere l’accordo, riaffermando il nostro impegno per proteggere la biodiversità e dimostrando che il multilateralismo è uno strumento essenziale per raggiungere questo scopo".

La COP delle persone?

La COP de la Gente, così la sua presidente l’ha affettuosamente rinominata, sia per l’oceanica partecipazione (da parte di società civile, ONG, aziende, popolazioni indigene, giovani) durante le due settimane di Cali, sia per l’attenzione all’inclusione di diverse prospettive e di tutte le persone che dalla natura dipendono o della natura sono custodi. Decisioni come l’istituzione del Cali Fund – il 50% dei proventi del quale saranno destinati direttamente a progetti di conservazione gestiti da popoli indigeni – la creazione di un organo sussidiario permanente che garantirà rappresentanza ai popoli indigeni sotto la Convenzione, e il riconoscimento del ruolo delle popolazioni afrodiscendenti nella protezione della biodiversità hanno confermato l’attenzione di questa presidenza verso l’intrecciarsi di questioni sociali e ambientali.

Diverse voci, tuttavia, hanno evidenziato che quel che è stato fatto è molto, ma non è ancora abbastanza. Tra tutte, ha avuto modo di esprimersi, proprio alla fine dell’incontro alla FAO di Roma, la rappresentanza del Global Youth Biodiversity Network (GYBN), la coalizione riconosciuta dalla CBD che rappresenta i giovani del mondo impegnati per la tutela della natura. Nel breve spazio che la presidente ha tenuto a riservare loro, pur alla fine di una lunga giornata negoziale, Cristina Cipriano, coordinatrice di GYBN Europa, ha evidenziato che la decisione presa alla COP16 ha ancora tempi di implementazione molto lenti: «Per quanto riguarda la mobilitazione delle risorse, le nostre comunità dovranno aspettare almeno altri sei anni per migliorare l'attuale architettura finanziaria della Convenzione. Dobbiamo e vogliamo continuare ad affrontare i temi dell’accesso diretto ai finanziamenti e della partecipazione delle popolazioni indigene, delle comunità locali, delle donne e dei giovani al processo decisionale, perché loro sono in prima linea nella conservazione della biodiversità».

"Cari delegati – ha concluso Cipriano – noi continueremo a lavorare per la “pace con la natura” [lo slogan di questa COP, Ndr.]: una pace radicata nell’impegno collettivo, nella giustizia, nella reciprocità. Speriamo che vi uniate a noi".


Gli approfondimenti de Il Bo Live sulla COP16 di Cali:

La copertura de Il Bo Live della COP16.2 di Roma:

© 2018 Università di Padova
Tutti i diritti riservati P.I. 00742430283 C.F. 80006480281
Registrazione presso il Tribunale di Padova n. 2097/2012 del 18 giugno 2012