Il Tortora di Bellocchio, grido contro la giustizia fai da te
Fabrizio Gifuni nei panni di Enzo Tortora in "Portobello" (Our Films)
Per capire chi fosse veramente Enzo Tortora, basta cercare su Youtube la sua intervista a una giovane Mia Martini nel 1974, per la Radiotelevisione svizzera. Tortora aveva allora quarantasei anni, ma il suo eloquio, il modo di atteggiarsi, il personale, impeccabile galateo con cui conduceva il dialogo sembrano quelli di un gentiluomo più anziano, e di una generazione più antica. Così come peculiare era il suo tono arguto, a volte sottilmente sarcastico, che ad alcuni suonava un po’ altero. Tortora incalzava la cantautrice con garbo ma con domande secche, fitte, scomode, cui solo l’acume disincantato di Mimì consentiva di replicare con brillantezza quasi superiore a quella del suo intervistatore.
Un gentiluomo all’antica che rifiutava i compromessi
In fondo il Tortora nazionalpopolare di Portobello, la trasmissione che fu il suo trionfo, era una riuscitissima maschera: la sua umanità e il favore per i semplici si accompagnavano, sempre, a una personalità colta, raffinata e intransigente, poco incline ai compromessi di basso stampo (era tra l’altro un liberale, laico, alieno da simpatie per i partiti politici maggiori). Proprio Portobello rappresentava il successo dopo una lunga assenza (non la prima) del conduttore dalla Rai, “punito” per aver criticato l’emittente pubblica in un’intervista molti anni prima.
Il “caso Tortora”, uno dei più clamorosi errori giudiziari della storia italiana recente, nasce nel 1983, quando il presentatore era al culmine della popolarità. Il suo Portobello, un originale format su un “mercatino delle pulci” televisivo in cui il pubblico da casa poteva telefonare per aggiudicarsi oggetti e servizi proposti dagli ospiti, era da sei anni uno dei programmi più amati e seguiti nella storia della Rai, di cui era simbolo il pappagallo Portobello, al quale tutti tentavano di far pronunciare il suo nome. Il 17 giugno, al termine della sesta stagione del programma, Tortora viene improvvisamente arrestato su ordine della Procura di Napoli, con l’accusa di essere uno spacciatore di droga, camorrista affiliato alla Nco di Raffaele Cutolo. Il suo arresto avviene nel contesto di una maxioperazione anticamorra che porta in carcere centinaia di persone. Con il tempo le imputazioni contro il presentatore, basate solo sulla testimonianza di un pugno di criminali pentiti e un bizzarro pittore mitomane, si riveleranno prive di qualunque fondamento, e finalizzate soltanto a procurare vantaggi materiali e visibilità per gli accusatori.
Bellocchio inscena una tragedia umana e giudiziaria
Portobello, la miniserie Hbo Max di Marco Bellocchio, ripercorre gli anni in cui uno dei più noti personaggi pubblici italiani venne privato a lungo della libertà (in carcere e poi ai domiciliari), eletto parlamentare europeo (1984), condannato a dieci anni in primo grado (1985), infine assolto in Appello e in Cassazione (1986 e 1987). Tortora poté riprendere una nuova edizione di Portobello nel febbraio '87, ma il programma ebbe vita breve: il successo non si ripeté, e il presentatore era stanco e provato (morirà di cancro solo un anno dopo).
Sono molti i punti di forza della fiction, a cominciare dal notevolissimo cast: Fabrizio Gifuni offre un’interpretazione millimetrica del presentatore; Barbora Bobulova è una sensibile Anna Tortora, la sorella-collaboratrice; Romana Maggiora Vergano dà passione alla giornalista Francesca Scopelliti, la sua compagna. Ma al di là della catastrofe personale di un innocente catapultato in una notte dalla fama al disprezzo, vera tragedia classica trasposta negli anni del centrosinistra craxiano, Bellocchio ci proietta in un surreale viaggio a ritroso nella macchina della giustizia pre-riforma del processo penale. Lo spettatore rimane allibito quanto il protagonista, nel constatare come i meccanismi processuali del tempo non impedissero a un gruppo di magistrati incauti di incarcerare, rinviare a giudizio e condannare una persona nel disprezzo di garanzie elementari: la riservatezza pubblica sul procedimento, la conoscenza immediata delle accuse, la prudenza nell’utilizzo della carcerazione preventiva, l’accesso tempestivo degli avvocati agli atti.
L’inquietudine per un errore che poteva colpire chiunque
La nostra identificazione con Tortora è potente: Bellocchio ci pone accanto a lui mentre viene svegliato dagli agenti che lo portano via senza motivazioni, quando viene esposto in manette come vittima sacrificale all’assalto dei giornalisti, quando si ritrova a dividere la cella con degli assassini senza sapere perché, o nel momento in cui, davanti agli inquirenti, si trova a rispondere ad accuse tremende senza che i suoi legali vengano informati adeguatamente. Noi spettatori ci sentiamo tutti Tortora, perché percepiamo con chiarezza che, nell’Italia di allora, un simile inferno poteva inghiottire chiunque fosse abbastanza sfortunato da essere preso di mira da un criminale psicopatico (come il Giovanni Pandico cui dà volto il magistrale Lino Musella) o a causa di un’omonimia mai indagata seriamente.
Che Portobello, e anche il ricordo terribile di questo calvario moderno ma già lontano, sia un caso mediatico nei giorni del referendum sulla giustizia è una coincidenza curiosa, che si presta all’ennesima possibile strumentalizzazione. Un ulteriore pretesto, tra i mille con cui molte voci di entrambi gli schieramenti hanno cercato di distogliere l’opinione pubblica dal merito della riforma oggetto della consultazione, per demonizzare i possibili effetti della scelta del sì o del no. Ma la vicenda Tortora, analizzata con equilibrio, si presta a considerazioni opposte. Se è vero che alcuni dei magistrati dell’epoca (simboleggiati, nella serie, dal cinismo glaciale e tetragono del giudice istruttore Fontana, un impressionante Alessandro Preziosi) agirono con la colpevole superficialità che le norme di allora rendevano possibile, è innegabile che oggi, quarant’anni e un nuovo codice di procedura penale dopo, simili aberrazioni siano più rare e meno praticabili. E che la successiva assoluzione di Tortora si debba ad alcuni magistrati integerrimi e scrupolosi come Michele Morello, relatore a Napoli della sentenza d’appello che seppellì il verdetto di primo grado, è un fatto che permette di rileggere il “caso Tortora” conservando la speranza.
Eppure, a giudicare dalla virulenza dello scontro con cui i fautori del sì e del no si sono combattuti durante la campagna referendaria, appare chiaro che il tema della riforma della giustizia sia un nodo cruciale e una ferita aperta nel dibattito pubblico. Se la battaglia è aspra sui metodi, l’obiettivo è comune: creare le condizioni perché nessuno senta più la tentazione di far proprie, o piegare ad altri fini, le parole con cui Enzo Tortora concluse le sue dichiarazioni nel processo d’appello, alla vigilia dell’assoluzione, rivolgendosi ai giudici: “Sono innocente. Spero dal profondo del cuore che lo siate anche voi”.