SOCIETÀ

Giornalisti uccisi nel 2025: record globale, Israele responsabile di due terzi delle morti

Il 2025 è stato l’anno più letale mai registrato per il giornalismo contemporaneo. A dirlo è il rapporto del Committee to Protect Journalists (CPJ), che ci dice che lo scorso anno sono stati uccisi 129 tra giornalisti e operatori dei media, cioè il numero più alto da quando l’organizzazione monitora sistematicamente questi dati (1992). Un triste primato che ha delle cause ben specifiche. Ci sono stati luoghi in cui giornalisti e giornaliste hanno perso la vita mentre stavano facendo il loro lavoro: raccontare cosa stava accadendo. 

È bene ribadirlo nel giorno del 32esimo anniversario dell'uccisione di Ilaria Alpi e di Miran Hrovatin a Mogadiscio, dove lavoravano come inviati per il TG3.

Secondo il CPJ infatti gli attacchi israeliani a Gaza si sono rivelati essere anche i più mortali mai registrati per i giornalisti. Dall’inizio dell’invasione, nell’ottobre 2023, il bilancio supera le 250 vittime, che sono in larga parte reporter palestinesi impegnati a documentare ciò che accadeva mentre cercavano di sopravvivere agli stessi bombardamenti. Il Washington Post ha chiesto conto della cosa proprio alle Forze di difesa israeliane (IDF), che hanno respinto con forza le accuse contenute nel rapporto.

“L’IDF non colpisce intenzionalmente i giornalisti o i loro familiari - dice la nota inviata al giornale - e, al contrario, opera esclusivamente contro obiettivi militari, nel rispetto del diritto internazionale, adottando tutte le misure possibili per ridurre i danni ai civili, inclusi i giornalisti. Qualsiasi accusa di danno intenzionale ai civili, compresi i familiari dei giornalisti a causa della loro attività professionale, è completamente falsa.”

Gli attacchi contro i giornalisti però sono documentati, ultimo quello avvenuto in Libano giovedì 19 marzo contro due giornalisti dell'emittente statale Russia Today, che sono rimasti leggermente feriti. Secondo il report del CPJ invece, Israele risulterebbe essere, per il terzo anno consecutivo, il Paese con il maggior numero di giornalisti uccisi: 86 vittime nel solo 2025, circa due terzi del totale globale. Una concentrazione geografica senza precedenti recenti.

Il lavoro del Committee to Protect Journalists 

Il database del Committee to Protect Journalists si basa su un lavoro di verifica caso per caso condotto dal 1992: ogni morte viene investigata attraverso testimonianze, fonti locali, documenti e materiali verificati per stabilire se sia collegata all’attività giornalistica. Il CPJ include un caso tra quelli “confermati” solo quando è ragionevolmente certo che il giornalista sia stato ucciso per il proprio lavoro, durante combattimenti (fuoco incrociato) o nel corso di incarichi pericolosi; in presenza di dubbi, il caso resta classificato come “non confermato” e viene aggiornato nel tempo. Le uccisioni sono inoltre suddivise per tipologia, tra cui omicidi deliberati, morti in combattimento e incidenti legati al lavoro, e il database comprende non solo reporter ma anche operatori dei media come fixer, autisti e traduttori. 

Oltre agli omicidi israeliani a Gaza, nel 2025 il Committee to Protect Journalists ha registrato uccisioni di reporter in almeno venti Paesi. Dopo Israele, i numeri più alti si concentrano in Sudan (9 vittime), nel pieno della guerra civile; in Messico (6), dove la violenza contro i media è ormai strutturale; in Ucraina (4), con giornalisti uccisi da forze russe; e nelle Filippine (3).


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Nel complesso, oltre il 75% delle morti è avvenuto in contesti di conflitto armato. Ma i casi registrati in Paesi non formalmente in guerra mostrano come il rischio per chi fa informazione non sia limitato ai fronti bellici: criminalità organizzata, corruzione e fragilità istituzionale continuano a rappresentare minacce sistemiche per la libertà di stampa.

I droni hanno cambiato anche il modo in cui muoiono i giornalisti

Uno degli elementi emersi dal report riguarda l’uso dei droni. Sappiamo che quest’arma ha modificato la guerra e l’abbiamo visto con l’invasione russa in Ucraina, Nel 2025 sono stati documentati 39 casi di giornalisti uccisi da attacchi condotti con droni, contro appena due nel 2023.


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La maggioranza di questi episodi (28) è attribuita all’esercito israeliano a Gaza, cinque alle forze paramilitari Rapid Support Forces in Sudan e quattro alla Russia in Ucraina.  L’impiego crescente di tecnologie remote modifica radicalmente il rischio anche per i reporter ed è sempre più difficile verificare chi ha lanciato il drone e ricostruire in modo indipendente gli eventi accaduti.

Per il CPJ il record del 2025 non è affatto un’anomalia, ma è il segnale di una tendenza più ampia. L’aumento dei conflitti, la diffusione di tecnologie militari avanzate e la crescente impunità stanno rendendo il lavoro giornalistico sempre più pericoloso.

“Gli attacchi ai media sono spesso un indicatore precoce di attacchi ad altre libertà”, ha dichiarato la direttrice esecutiva del CPJ, Jodie Ginsberg. “Quando i giornalisti vengono uccisi per aver fatto il loro lavoro, siamo tutti meno liberi”.

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