SOCIETÀ

Caraibi, gli Usa continuano a colpire le “barche della droga”: 158 morti

La strage dei Caraibi procede implacabile, letale e silenziosa, ben lontana dai riflettori e dal clamore delle cronache. Barche che esplodono in mezzo al mare, colpite principalmente da missili Hellfire statunitensi, soltanto perché sospettate di contrabbandare droga in quell’area, che dal Mar dei Caraibi appunto si estende fino al Pacifico orientale. Nessun mistero sulle responsabilità: il mandante è Donald Trump, l’esecutore è Pete Hegseth, segretario della Guerra (ex dipartimento della Difesa) del governo americano. Il primo attacco militare di cui si è avuta notizia risale al 2 settembre dello scorso anno, quando alla Casa Bianca era ancora in preparazione il blitz in Venezuela, che il 3 gennaio di quest’anno aveva portato alla cattura e al rapimento del presidente Nicolás Maduro (raramente, ma era già accaduto) e all’insediamento formale come presidente ad interim della sua vice, Delcy Rodriguez. Una “guerra al narcotraffico”, o contro i “narco-terroristi”, come ha più volte rivendicato il presidente Trump: con l’esercito statunitense che ha concentrato gran parte delle sue risorse a Puerto Rico (dove dispone di 7 basi militari) e a El Salvador, inclusi i droni MQ-9, i caccia F-35 e almeno un elicottero d’attacco AC-130J. La dinamica è semplice: si individua il bersaglio e si disintegra con tutto ciò che era a bordo, uomini o merci. A oggi (sul sito dell’organizzazione per i diritti umani nelle Americhe WOLA si può trovare l’aggiornamento in tempo reale degli attacchi) le vittime accertate sono 158. L’ultimo attacco noto risale allo scorso 8 marzo, con il comandante del SOUTHCOM (United States Southern Command), generale Francis L. Donovan, che sul social X ha scritto: “La Joint Task Force Southern Spear ha condotto un attacco cinetico letale su una nave gestita da organizzazioni terroristiche. L’intelligence ha confermato che la nave stava transitando lungo note rotte del narcotraffico nel Pacifico orientale ed era impegnata in operazioni di narcotraffico. Sei narcoterroristi di sesso maschile sono stati uccisi durante l’azione. Nessun militare statunitense è rimasto ferito”. Ma né l’esercito americano, tantomeno la Casa Bianca, hanno mai fornito prove pubbliche sull’effettiva presenza di stupefacenti sulle imbarcazioni colpite, né sull’affiliazione degli uomini a bordo con i cartelli della droga: quei presunti trafficanti sono stati semplicemente eliminati, in acque territoriali altrui. Condannati a morte senza nemmeno il beneficio di un processo. Nemmeno le identità delle persone uccise state rese pubbliche.

Una “licenza di uccidere”

Il diritto internazionale, com’è evidente, non consentirebbe simili azioni unilaterali. Ed è per questo che la Commissione Interamericana per i Diritti Umani (CIDH-IACHR), che già lo scorso dicembre aveva espresso “profonda preoccupazione riguardo alle segnalazioni di operazioni letali contro navi o imbarcazioni non statali condotte dagli Stati Uniti nel Mar dei Caraibi e nell’Oceano Pacifico orientale che avrebbero causato la morte di un elevato numero di persone”, ha deciso di avviare audizioni di esperti delle Nazioni Unite e di diritto internazionale proprio al fine di accertare le dinamiche delle azioni in corso e le responsabilità. “L’obiettivo di queste audizioni sarà triplice” – ha spiegato Steven Watt, avvocato senior del programma per i diritti umani dell’American Civil Liberties Union (ACLU). “Condurre un’indagine di accertamento su ciò che sta accadendo; stabilire se si tratti o meno di un conflitto armato; e infine se vi siano o meno giustificazioni legali per questi attacchi contro le imbarcazioni: e non penso ce ne siano”. L’iniziativa della Commissione, un organismo investigativo indipendente all'interno dell’Organizzazione degli Stati Americani (OAS), di cui gli Stati Uniti sono stati membri fondatori nel 1948, ha fatto infuriare il Dipartimento di Stato, che attraverso un comunicato del Dipartimento di Stato ha dichiarato: “Oggi la Commissione Interamericana per i Diritti Umani si è allontanata di gran lunga dal suo mandato e ha agito oltre la sua competenza nel tenere un’audizione tematica sulle operazioni antidroga statunitensi nei Caraibi e nel Pacifico orientale. La CIDH ha permesso all’ACLU di sfruttare l’udienza per cercare di costringere gli Stati Uniti a divulgare prematuramente argomentazioni e prove in due casi pendenti davanti ai tribunali federali statunitensi. Gli Stati Uniti invitano la Commissione ad aderire in futuro al proprio Statuto e ad evitare di inserirsi in questioni che escono dall’ambito dei diritti umani. Convocare audizioni in queste circostanze rischia di minare, e non rafforzare, la credibilità del sistema interamericano per i diritti umani”. Lo scorso settembre la Casa Bianca aveva prodotto un “parere legale classificato” dell’Ufficio del Consulente Legale del Dipartimento di Giustizia che giustificherebbe la possibilità per il Presidente di autorizzare attacchi letali contro una lista segreta di cartelli e sospetti trafficanti di droga perché “rappresentano una minaccia imminente per gli americani”. L’elenco dei cartelli, secondo il parere, può andare anche oltre quelli che l’amministrazione ha già pubblicamente designato come organizzazioni terroristiche. In pratica, una “licenza di uccidere” senza confini. Il 7 gennaio di quest’anno il presidente Trump ha minacciato di ritirare gli Stati Uniti da tutte le Organizzazioni Internazionali, le Convenzioni o i trattati “contrari agli interessi degli Stati Uniti”.

S’indaga per “crimini di guerra”

Ma c’è di più. Secondo il Washington Post in occasione del primo attacco, lo scorso 2 settembre, contro una barca ritenuta associata all’organizzazione criminale Tren de Araguas, con a bordo 11 presunti trafficanti di droga, i missili sparati furono due. Come scrive l’autorevole quotidiano: “Un proiettile sfrecciò al largo della costa di Trinidad, colpendo la nave e scatenando un incendio dalla prua alla poppa. Per minuti, i comandanti militari rimasero a osservare la barca in fiamme grazie a un feed in diretta tramite drone. Ma quando il fumo si diradò, videro che due sopravvissuti si aggrappavano al relitto fumante. A quel punto il comandante delle Operazioni Speciali ricevette l’ordine verbale dal segretario della Guerra Pete Hegseth (un fanatico nazionalista cristiano, ultraconservatore, ex conduttore di Fox News) di colpire ancora, di ucciderli tutti”. Nello stesso articolo, il WP riporta il parere di Todd Huntley, ex avvocato militare che ha lavorato per sette anni come consulente delle forze per le Operazioni Speciali, oggi direttore del programma di diritto della sicurezza nazionale presso la Georgetown University Law: “Poiché non esiste una guerra legittima tra le due parti, uccidere uno qualsiasi degli uomini sulle barche equivale a un omicidio. Ma anche se gli Stati Uniti fossero in guerra con i trafficanti, un ordine di uccidere tutti gli occupanti della barca non più in grado di combattere sarebbe in sostanza un ordine di non mostrare pietà, il che equivarrebbe a un crimine di guerra”. 

La questione della “legalità” degli attacchi ritorna anche nell’azione legale avviata lo scorso dicembre da tre gruppi per i diritti umani (l’American Civil Liberties Union, il Center for Constitutional Rights e la New York Civil Liberties Union) che hanno denunciato l’amministrazione Trump presentando una causa presso il Tribunale Distrettuale degli Stati Uniti (Distretto Sud di New York): “Il pubblico merita di sapere come il nostro governo sta giustificando l’omicidio a sangue freddo di civili come legale”, ha dichiarato Jeffrey Stein, avvocato dello staff del National Security Project dell’ACLU. “L’amministrazione Trump deve fermare questi attacchi illegali e immorali, e i funzionari che li hanno compiuti devono essere ritenuti responsabili”. Come scrive la New York Civil Liberties Union (NYCLU): “Contrariamente a quanto affermato dal governo, gli Stati Uniti non sono, e non potrebbero essere, in conflitto armato con i cartelli della droga latinoamericani. Secondo il diritto internazionale, un conflitto armato tra uno Stato e un attore non statale esiste solo se l’attore non statale è un gruppo armato organizzato, strutturato e disciplinato come le forze armate regolari, e impegnato in una violenza armata prolungata contro lo Stato. Non esiste alcun argomento plausibile che un cartello della droga soddisfi questo criterio rispetto agli Stati Uniti”. Ancor più esplicito Baher Azmy, direttore legale del Center for Constitutional Rights: “L’amministrazione Trump sta sostituendo i mandati fondamentali del diritto internazionale con la falsa retorica di guerra di un autocrate”.

Per tutti questi motivi la prima udienza tenuta a Città del Guatemala dalla Commissione Interamericana per i Diritti Umani (CIDH) assume un’importanza decisiva nel tentativo, probabilmente vano, di riportare i comportamenti dell’amministrazione Trump all’interno di un binario di correttezza giuridico-istituzionale riconosciuto a livello internazionale. CIDH che nelle conclusioni scrive: “Nessun paese, per quanto potente, ha il diritto di compiere attacchi illegali per causare morte, violenza e danni alle persone nelle comunità. Al 12 marzo 2026, gli Stati Uniti hanno lanciato 45 attacchi armati contro barche, per lo più in acque internazionali, uccidendo oltre 160 persone (le stime variano, seppur di poco), con solo tre sopravvissuti noti e altri nove dispersi. Gli Stati Uniti hanno condotto questi attacchi senza alcuna autorizzazione congressuale: e funzionari federali, incluso il presidente e il Segretario alla Guerra Pete Hegseth, hanno pubblicato video degli attacchi alle barche. Si vantano e celebrano il loro ruolo nell'uccidere persone indifese. Si tratta di esecuzioni extragiudiziali premeditate e intenzionali che non hanno alcuna giustificazione legale possibile. Quindi, erano semplicemente omicidi ordinati dai massimi livelli del governo”.

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