Perù, Colombia, Brasile: per l’America Latina un 2026 di elezioni, con l’incognita Trump
Il presidente della Costa Rica Rodrigo Chaves stringe la mano alla presidente eletta Laura Fernandez durante una conferenza stampa presso la casa presidenziale, a San Jose, Costa Rica, 4 febbraio 2026. REUTERS/Mayela Lopez
In Costa Rica la partita s’è già chiusa al primo turno, per manifesta superiorità della destra populista, con la candidata del Partito Sovrano del Popolo, Laura Fernandez, eletta presidente con il 48% dei voti, più che sufficienti per evitare il ballottaggio. Ma per l’America Latina il 2026 ha ancora molto da dire sotto il profilo politico, con altre quattro elezioni presidenziali che, in quest’ordine di voto, determineranno la direzione politica dell’intera regione: Perù, Colombia, Haiti e Brasile. Ogni nazione affronta realtà distinte, ma non mancano i punti in comune: la pressione economica sulle fasce più deboli, le disuguaglianze sempre più ampie, la crescente domanda di sicurezza (che aumenta col crescere della disperazione sociale) e in generale l’usura dei sistemi politici “tradizionali”, che lasciano enormi spazi all’esasperazione dei populismi, con una frammentazione dell’offerta politica tale da rendere fragile qualsiasi coalizione. E con una generale tendenza dell’elettorato a spostarsi verso destra, com’è già accaduto nel 2025 in Cile, in Bolivia e in Honduras, mentre Ecuador e Argentina hanno solide maggioranze conservatrici. Su tutte, poi, alleggia l’incognita Trump, che proprio in queste ore, con l’improvviso attacco all’Iran, di concerto con il governo estremista di Israele, ha scatenato una guerra globale in Medio Oriente dagli esiti drammaticamente imprevedibili, e che sta coinvolgendo direttamente Qatar, Bahrein, Emirati Arabi, Kuwait (qui il liveblog della Cnn).
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Tornando al Sud America: Washington ha dimostrato che, pur di arruolare “alleati” nella regione, è pronto a qualsiasi mossa: dalle minacce economiche (il Brasile ne sa qualcosa) alle esplicite ingerenze pre-elettorali, com’è accaduto a fine anno in Honduras con la vittoria finale del candidato Nasry Asfura, assai gradito a Washington, al termine di uno scrutinio durato un mese. Ma Trump ha già dimostrato che può fare di più, e di peggio: come a inizio anno quando, calpestando qualsiasi regola del diritto internazionale, ha deciso di “risolvere” brutalmente la questione Venezuela, con il rapimento del dittatore Nicolàs Maduro e l’instaurazione di un governo provvisorio dai tratti ancora poco leggibili, con una riconfigurazione politica ancora incerta, ma con la sensazione che ancora persista quel sistema autoritario profondamente radicato. “I piani di Washington non rappresentano ancora una strada credibile verso una governance legittima o una ripresa duratura in Venezuela”, ha recentemente commentato Ricardo Hausmann, fondatore e direttore del Growth Lab all’Università di Harvard, intervenendo all’ultima Assemblea Annuale del Forum a Davos. “Ciò che oggi viene presentato come stabilità è piuttosto repressione: e il clima di coercizione scoraggerà gli otto milioni di venezuelani all’estero dal tornare in patria per aiutare a favorire la ricostruzione economica del paese”.
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Dunque una pagina ancora da scrivere, mentre le tensioni si moltiplicano anche altrove, a partire dal Messico, alle prese con una feroce resa dei conti tra cartelli criminali dopo l’uccisione del boss “El Mencho”. Ma senza dimenticare Cuba, con la feroce pressione della Casa Bianca che ha di fatto bloccato qualsiasi importazione di petrolio, provocando una gravissima crisi energetica sull’isola, con blackout continui e prolungati (diverse compagnie aeree hanno già interrotto i voli per l’Avana). Con funzionari delle Nazioni Unite che hanno condannato l’inasprimento del blocco da parte degli Stati Uniti come misura che minaccia anche le forniture di cibo e acqua, andando direttamente a colpire i cittadini comuni. Come riassumeva la Cnn in un recente reportage: “No food, no fuel, no tourists”. E con i leader delle nazioni caraibiche che chiedono a Washington una urgente de-escalation e il ritorno a un dialogo costruttivo: “Una crisi prolungata a Cuba non rimarrà confinata a Cuba” ha detto il primo ministro giamaicano Andrew Holness in occasione del vertice Caricom. “Influenzerà la migrazione, la sicurezza e la stabilità economica in tutto il bacino caraibico”.
Perù, la maledizione dei presidenti rimossi
La prossima fermata elettorale sarà in Perù, una nazione politicamente tormentata, con un incredibile record di presidenti rimossi (per corruzione, per incapacità morale, per pratiche scorrette): 8 negli ultimi 10 anni. Il nono, José María Balcázar, ex giudice, esponente del partito marxista Perù Libre, appena nominato al posto di José Jeri (rimosso dopo appena 4 mesi di lavoro per sospetta corruzione con uomini d’affari cinesi), resterà in carica fino a luglio, giusto il tempo di svolgere le formali elezioni, che si terranno il prossimo 12 aprile. Una nazione, e dunque un corpo elettorale, che deve fare i conti con due enormi problemi su tutti: l’inarrestabile aumento della criminalità (il tasso di omicidi continua a raggiungere record di anno in anno, ma sono in crescita anche estorsioni e crimini vari legati alle attività delle gang) e la piaga della corruzione (il Perù è al 130° posto nella classifica di Transparency International). Il che porta un profondo sentimento di sfiducia e di rassegnazione tra la popolazione peruviana, che dovranno scegliere tra 36 candidati (compreso un comico e un ex calciatore). I più accreditati sono Keiko Fujimori, figlia dell’ex presidente-dittatore Alberto Fujimori (condannato tra l’altro a 25 anni di carcere per crimini contro l’umanità, poi morto nel 2024), leader del partito di destra Fuerza Popular, e Rafael López Aliaga, ex sindaco di Lima, del partito conservatore Renovación Popular, che ha promesso di combattere con rigore e fermezza sia la criminalità, sia la corruzione. Poi c’è Alfonso López Chau, del partito di centrosinistra Ahora Nación. Ma quel che più sorprende sono le percentuali irrisorie che emergono dai sondaggi. Secondo quanto pubblicato dalla piattaforma peruviana RPP, sarebbe in testa Aliaga, con il 13,9% delle preferenze, seguito da Fujimori (7%) e da López Chau (5,1%). Il 29% degli elettori si dichiara indeciso; il 16% voterà scheda bianca. Se nessun candidato supererà il 50% dei voti (e non accadrà), i primi due passeranno al ballottaggio del 7 giugno (la candidata Fujimori ne ha già persi 3 di ballottaggi). Da ricordare infine che il voto in Perù è obbligatorio: per chi non si presenta scatterà una multa calcolata in base al livello di povertà del distretto di provenienza.
Colombia, un argine all’avanzata della destra
Poi sarà la volta della Colombia: il presidente uscente, Gustavo Petro, del partito progressista Pacto Histórico, non può essere rieletto (lo vieta espressamente la costituzione colombiana) ma si sta battendo per lasciare al suo potenziale erede, il senatore e filosofo Iván Cepeda, una buona chance per salire alla Casa de Nariño, la sede ufficiale del Presidente della Colombia. Lavoro non semplice in un contesto sociale tutt’altro che sereno, radicalmente polarizzato e sotto stress per l’economia in rallentamento, per la necessità di riforme economiche (Petro vorrebbe convocare un’Assemblea Nazionale Costituente per riformare la Carta Costituzionale), per l’attuazione delle politiche sulla sicurezza e per gli scarsi progressi nei colloqui con i gruppi armati per la loro smobilitazione. Un punto quest’ultimo non secondario, con l’ONU che denuncia la “persistenza del conflitto armato”, stando ai risultati del rapporto dell’Alto Commissariato per i Diritti Umani, che registra l’omicidio di 99 difensori dei diritti umani e 53 massacri nel 2025: “La persistenza della violenza e del conflitto armato in diversi territori, insieme al radicamento di gruppi armati non statali e organizzazioni criminali, continua a colpire seriamente la popolazione civile e a indebolire i processi organizzativi e il tessuto sociale dei popoli indigeni e delle comunità afrodiscendenti e contadine”, si legge nel rapporto. Con il Clan del Golfo, la più grande banda criminale della Colombia che si fa chiamare Esercito Gaitanista della Colombia (EGC), che negli ultimi 3 anni ha aumentato i propri affiliati del 140%, arrivando a circa 10.000 membri, oltre tremila dei quali armati, stando a quanto riferisce la Fondazione Ideas for Peace: non proprio uno smantellamento. Quindi, di nuovo, la questione sicurezza in primo piano. Che è ovviamente il tema principale su cui batte l’avversario alle urne di Iván Cepeda, Abelardo de la Espriella, avvocato penalista di origini italiane, indipendente neoliberale, dichiaratamente di estrema destra, ammiratore di Donald Trump e Javier Milei, uno che, oltre a “rifiutare il femminismo e la sinistra”, propone la deregolamentazione del lavoro nelle imprese, la riduzione delle tasse e un’azione militare intransigente contro la criminalità. L’8 marzo si terranno le elezioni legislative, per rinnovare i 103 seggi al Senato e i 183 seggi alla Camera dei Rappresentanti. E quello sarà il “termometro” per intuire quale sarà il posizionamento dell’elettorato nella partita presidenziale, con il primo turno di voto il 31 maggio, e l’eventuale ballottaggio il 21 giugno (l’insediamento ufficiale del nuovo presidente sarà il 28 luglio). Poi c’è l’incognita Stati Uniti: e dopo mesi di insulti e di minacce (Trump aveva definito Petro “un trafficante di droga”), il presidente colombiano è stato ricevuto alla Casa Bianca, per un colloquio che sembra aver smussato diversi angoli. Un passaggio che potrebbe avere riflessi diretti sull’esito del voto, visto che un sondaggio dello scorso novembre certifica che l’81% della popolazione colombiana ritiene che il futuro presidente dovrà avere buoni rapporti con Washington. Stando agli ultimi sondaggi, Iván Cepeda resta il candidato di punta, con il 37% delle preferenze e un vantaggio di quasi venti punti percentuali sull’avvocato de la Espriella, che sfiora il 19%.
Haiti, la terra di nessuno
Sul calendario elettorale è segnata la data del 30 agosto 2026: ma non c’è alcuna certezza che ad Haiti, quella che un tempo era la “perla nera” dei Caraibi e che da anni è teatro di una delle più complesse crisi sociali e umanitarie della storia, possa riaffacciarsi una qualche parvenza di normalità, né che quella data possa essere rispettata. Come scrive l’ONU: “Le bande armate controllano vaste aree di territorio e la violenza si è diffusa ben oltre la capitale, Port-au-Prince, indebolendo la capacità dello stato di governare e fornire servizi di base. La violenza si è intensificata ed estesa geograficamente, aggravando l’insicurezza alimentare e l’instabilità”. L’emergenza umanitaria ha ormai raggiunto livelli senza precedenti, con milioni di persone che faticano a soddisfare i loro bisogni quotidiani. Situazione aggravata dagli eventi meteorologici estremi, come uragani, inondazioni, terremoti e siccità. Secondo Medici Senza Frontiere, i casi di abusi sessuali trattati in una loro clinica nella capitale haitiana sono triplicati negli ultimi quattro anni. L’insicurezza alimentare, secondo l’ONU, colpisce 5,7 milioni di persone su una popolazione di 11 milioni. Negli ultimi due anni 1.600 scuole sono state chiuse (oltre 1,5 milioni di ragazzi non hanno accesso all’istruzione). E da dieci anni non si svolgono elezioni presidenziali (l’ultimo è stato Jovenel Moïse, eletto nel 2016, entrato in carica l’anno successivo e assassinato nel 2021).
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Ma è evidente che, in queste condizioni, la sicurezza del voto non potrebbe comunque essere garantita. Ed è di pochi giorni fa la firma, da parte di diversi partiti politici haitiani e di gruppi della società civile, di un “Patto Nazionale per la Stabilità e l’Organizzazione delle Elezioni”, che concede al primo ministro Alix Didier Fils-Aimé il via libera per guidare un esecutivo “di transizione”, senza tuttavia indicare una scadenza per l’incarico. L’accordo è stato firmato da rappresentanti del Fanmi Lavalas, partito socialdemocratico dell’ex presidente Jean-Bertrand Aristide, del Parti Haïtien Tèt Kale (PHK, un altro partito di centro sinistra) dell’ex presidente Michel Martelly, del centrista Les Engagés pour le Développement, dell’Accord du 21 décembre, legato all’ex primo ministro democratico Ariel Henry (che dal 2024, dopo le minacce della banda criminale “Viv Ansanm” non è più tornato nel paese), e la piattaforma Résistance Démocratique (RED) di Renald Lubérice, ex consigliere del defunto presidente Jovenel Moïse. Critiche sono arrivate dal partito populista di sinistra Pitit Dessalines, che ha definito l’accordo una “frode palese che legalizza l’illegalità”. Scettico sulla possibilità che possano svolgersi le elezioni anche il vescovo di Anse-à-Veau-Miragoâne, Pierre-André Dumas, vicepresidente della conferenza episcopale locale: “La violenza e il caos che prevalgono ad Haiti non permettono l’organizzazione di elezioni trasparenti, oneste, democratiche e inclusive. Haiti è una terra di nessuno. Come potranno votare le persone in queste aree perdute dove il governo è assente? Come possono farlo con la massima libertà e piena consapevolezza, se i gruppi criminali non smettono di uccidere, rapire e imporre le loro regole di oppressione e dominazione”? Stando ai dati resi noti dall’Ufficio ONU per i Diritti Umani più di 5.600 persone sono state assassinate ad Haiti nel 2024, in aumento del 20% rispetto al 2023. Tra gennaio e settembre del 2025 i gruppi criminali hanno ucciso almeno 4.384 persone. Hanno inoltre rapito 491 persone.
In Brasile Lula cerca la riconferma
Infine c’è il Brasile, la più grande potenza dell’America Latina, per dimensioni e peso economico (rappresenta da solo la metà della popolazione e del PIL dell’intero Sud America). Un “gigante per natura”, come l’ha definito il Belfer Center, il centro di ricerca della Harvard Kennedy School dell’Università di Harvard, negli Stati Uniti, in un interessante e articolato rapporto pubblicato pochi mesi fa, che descrive un Brasile pieno “di ambizioni e di contraddizioni in politica estera, fautore del multi-allineamento tra Washington, Pechino e il Sud Globale, ma che fatica a trasformare la sua dimensione in influenza a livello regionale”. Il 4 ottobre le cittadine e i cittadini brasiliani saranno chiamati alle urne (anche qui il voto è obbligatorio dai 18 ai 70 anni, ma si può votare dai 16 anni) per eleggere il nuovo presidente della Repubblica e i parlamentari di tutta la Camera dei Deputati e due terzi dei senatori. Per diventare presidente bisognerà superare il 50% dei voti, altrimenti i primi due andranno al ballottaggio, previsto il 25 ottobre. Sulla scheda i nomi sono noti: la sinistra tenterà di conservare la guida del paese, affidandosi ancora una volta (sarebbe il suo quarto mandato) al suo storico leader sindacale, Luiz Inácio Lula Da Silva, per tutti semplicemente “Lula”, 80 anni, e ancora tanta voglia di restare in sella. Mentre il fronte della destra arriva malconcio e diviso all’appuntamento, dopo la condanna a 27 anni di carcere, decretata lo scorso settembre dalla Corte Suprema brasiliana, dell’ex presidente di estrema destra Jair Bolsonaro, ritenuto colpevole di aver guidato una cospirazione, poi fallita, per annullare le elezioni brasiliane del 2022: la pianificazione del colpo di stato includeva la dissoluzione dei tribunali, il rafforzamento dei militari e l’assassinio del presidente democraticamente eletto, vale a dire lo stesso Lula. Come ha sintetizzato il New York Times: “Il Brasile, uscito da una brutale dittatura solo 40 anni fa, ha ottenuto qualcosa che gli Stati Uniti non sono mai riusciti a fare: mettere a processo un ex presidente accusato di accuse penali per aver tentato di aggrapparsi al potere dopo aver perso un’elezione”.
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Così il “vecchio” Bolsonaro, che ha ancora intatta la sua influenza politica e che gode dell’esplicita amicizia di Donald Trump, ha deciso di candidare alla presidenza il figlio Flávio, 44 anni, senatore del Partido Liberal, nella speranza che il solo cognome possa unire sotto un’unica insegna le varie anime della destra. “Non posso, e non voglio, rassegnarmi a vedere il nostro paese attraversare un periodo di instabilità, insicurezza e scoraggiamento”, ha scritto Bolsonaro jr su X. “Non resterò a guardare mentre vedo la nostra democrazia soccombere”. Secondo i sondaggi Lula sarebbe comunque in vantaggio al primo turno (stando all’ultima rilevazione sulle intenzioni di voto avrebbe il 45% contro circa il 38% del suo avversario), mentre all’eventuale ballottaggio la corsa sarebbe più serrata, con appena due punti percentuali di vantaggio per il presidente uscente. Il che vuol dire che la partita è ancora apertissima.