Iran, dalla protesta al massacro. Tutti i rischi dell’opzione militare
Un dimostrante tiene in mano una foto in fiamme della Guida Suprema dell'Iran, l'Ayatollah Ali Khamenei, durante una protesta a sostegno del popolo iraniano fuori Downing Street. REUTERS/Chris J Ratcliffe
Restano soprattutto domande, mentre la situazione dell’Iran si fa di ora in ora più drammatica e fragile, con le manifestazioni di protesta che ormai dilagano in ogni angolo del paese, perfino il più sperduto, con i dimostranti in strada a gridare una rabbia concreta, non ideologica, non religiosa, ma di sopravvivenza, con l’economia in caduta libera, un’inflazione fuori controllo, con la valuta locale mai così debole, stretti come sono tra le sanzioni di Stati Uniti e Unione europea. E con il regime degli ayatollah, al potere dal 1979, che non riesce più a trovare risposte credibili, salvo sfogare la propria rabbiosa frustrazione sui ribelli. Con le forze di sicurezza, dal Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica, i pasdaran, al Comando di Polizia della Repubblica Islamica dell'Iran (FARAJA), sotto il diretto controllo della guida suprema Ali Khamenei, armati di mitragliatori, fucili, cannoni ad acqua e gas lacrimogeni, che hanno ricevuto un ordine preciso: eliminare, reprimere, silenziare. Secondo l’ultima stima fornita da Iran International, il più importante media dell’opposizione al regime, con sede a Londra, le vittime sarebbero almeno dodicimila (secondo la CBS potrebbero essere addirittura 20.000), in quello che viene definito “il più grande massacro nella storia contemporanea dell’Iran”. Molte delle vittime avevano meno di trent’anni. “Secondo le informazioni in nostro possesso - scrive Iran International - i caduti sono stati colpiti a morte dalle forze del Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica e dalla milizia paramilitare Basij. Omicidi pienamente organizzati, che non sono il risultato di scontri sporadici. I massacri - scrive ancora il quotidiano - sono stati compiuti su ordine diretto di Ali Khamenei, con la conoscenza esplicita e l’approvazione dei capi di tutti e tre i rami del governo, e con un ordine di fuoco emesso dal Consiglio Supremo di Sicurezza Nazionale”. E se questi sono davvero i numeri dei dimostranti assassinati, si può soltanto immaginare quanti siano i feriti, gli scomparsi nei rastrellamenti feroci eseguiti dagli agenti governativi. E poi le detenzioni arbitrarie, le torture, le esecuzioni sommarie, senza star troppo a perdere tempo. Il blocco totale di internet imposto dal regime, che inizialmente aveva perfino tentato un dialogo con i manifestanti, lascia filtrare soltanto frammenti di verità.
L’assenza di una chiara leadership
Una delle domande chiave è: quanto resisteranno i manifestanti? Quanto potranno fronteggiare la rabbia violenta dei guardiani della rivoluzione senza avere alle spalle una struttura in grado di coordinare la resistenza? Non c’è, almeno finora, almeno per quel che è dato sapere, un leader riconosciuto, un partito, una qualche organizzazione che si ponga come alternativa al regime teocratico degli ayatollah. C’è invece un movimento di protesta che mai, negli ultimi 47 anni, è stato così ampio, che coinvolge tutte le regioni, anche quelle a maggioranza azera o curda, e ogni ceto sociale: dai piccoli commercianti, che lo scorso 28 dicembre avevano dato il via alle prime proteste, esasperati dal clamoroso aumento dei prezzi (del 70% per i generi alimentari, del 50% per i medicinali) ai più giovani che nel 2022 avevano alimentato le rivolte in seguito alla morte della giovane Mahsa Amini, finita sotto custodia della “polizia morale” (la Gashte Ershad) per un capo d’abbigliamento mal indossato, con la successiva nascita del movimento “donna, vita, libertà”. Una popolazione esasperata da decenni di repressione e di violenza imposta dall’interpretazione, tanto morale quanto mortale, della legge coranica. Ma il passaggio da rivolta a rivoluzione non è banale né automatico: perché servirebbero armi, obiettivi chiari e alleati altrettanto disposti ad andare fino in fondo. Gli alleati potrebbero essere due: o le forze di polizia iraniane che d’un tratto potrebbero allearsi con la popolazione per portare a un cambio di guida nel paese (però sono proprio loro che in questi giorni si stanno prodigando per eseguire gli ordini del regime teocratico, massacrando i manifestanti) o uno stato straniero che abbia qualche interesse a giocare questa partita, che come ricco premio finale porta al controllo della terza riserva mondiale di petrolio (dopo Venezuela e Arabia Saudita) e la seconda, sempre a livello mondiale, di gas naturale. Stati Uniti e Israele hanno, com’è ovvio, già alzato la mano: se finora non sono ancora intervenuti militarmente è soltanto per un calcolo di convenienza, nel timore di scatenare (come minaccia la Russia, parlando di “sovversiva interferenza esterna”) un conflitto più ampio e difficilmente controllabile.
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Quanto agli “obiettivi chiari”, vale a dire a chi potrebbe, un domani, prendere tra le mani le redini politiche dell’Iran, la situazione resta piuttosto confusa. All’interno il dissenso non è tollerato: quindi mostrarsi a viso aperto sarebbe un rischio enorme per chiunque. “Attualmente in Iran non c’è un gruppo di opposizione uniforme che possa pensare di formare un governo”, ha spiegato ad Al Jazeera Shahram Akbarzadeh, professore di politica mediorientale e centroasiatica presso l’Università Deakin, in Australia. Sulla stessa linea Maryam Alemzadeh, professoressa associata di storia e politica dell’Iran all’Università di Oxford: “Il governo iraniano ha attivamente ed efficacemente represso qualsiasi tentativo di opposizione organizzata in patria negli ultimi decenni e ha arrestato e messo a tacere i suoi leader. Anche ONG non politiche, sindacati, gruppi studenteschi sono stati repressi”. L’unico nome emerso in queste ore è quello di Reza Pahlavi, 65 anni, figlio dello scià deposto a furor di popolo (sia dalla sinistra laica, sia dalla destra religiosa, che puntavano a porre fine alle ingerenze occidentali nella gestione del paese) nel 1979, Mohammad Reza Pahlavi. Un nome che sembra più di comodo che di sostanza, al massimo da giocare come candidatura transitoria. Pahlavi, che ha vissuto gli ultimi 47 anni in esilio negli Stati Uniti, attualmente guida il movimento Iran National Council, con il sostegno di parte della diaspora iraniana e da gruppi che sostengono il ritorno della monarchia, ma è fortemente osteggiato da altri gruppi di opposizione, inclusi repubblicani e di sinistra. Insomma non sarebbe, a quel che appare finora, una figura in grado di unire le opposizioni. Intanto lui, Reza Pahlavi, si propone come figura democratica e imparziale: “Il mio ruolo - dice - non sarà quello di far pendere la bilancia a favore della monarchia o della repubblica, sarò imparziale nel processo: voglio che gli iraniani abbiano finalmente il diritto di scegliere liberamente”.
Il regime teocratico iraniano sta crollando
Ma comunque vada, e al prezzo di qualsiasi forma di repressione del dissenso, difficilmente il regime degli ayatollah riuscirà a mantenere intatto il suo potere. Ne è convinto Michael Doran, Direttore del Center for Peace and Security in the Middle East, che scrive sul sito dell’Hudson Institute: “La Repubblica Islamica sta morendo. Potrebbe riuscire a sopprimere questo ciclo di proteste, la leadership potrebbe sopravvivere quest’anno. Ma non uscirà dal 2026 con la sua autorità, coesione o capacità preservate. Un rovesciamento completo della Repubblica Islamica è solo uno dei tre possibili esiti. Il primo scenario è il crollo del regime: un’agitazione prolungata che potrebbe portare a una frattura dell’élite, portando a defezioni all’interno dei servizi di sicurezza e al crollo del controllo centralizzato. La seconda è la trasformazione parziale: la Guida Suprema Ali Khamenei, ora 86enne e visibilmente fragile, potrebbe essere morire, o essere rimosso, spianando la strada a un uomo forte delle Guardie Rivoluzionarie per prendere il potere. Lo stato potrebbe sopravvivere, ma il regime come lo riconosciamo oggi no: l’autorità ideologica si eroderebbe e la coesione istituzionale si indebolirebbe. Il terzo scenario - prosegue Doran nella sua analisi - è andare avanti a fatica. La leadership reprime le proteste finché non si dissipano. Il sistema sopravvive senza cambiamenti formali. Ma emerge ancora più debole di prima: più paralizzato, più isolato e più dipendente dalla forza per funzionare. Questi esiti sono distinti, ma nessuno di loro ha la capacità di preservare il regime così com’è ora. Il crollo è possibile. Un grave declino è inevitabile”.
Resta da valutare la variabile Trump, e non si tratta di un’incognita da poco. Il presidente americano potrebbe decidere d’intervenire, con l’incondizionato sostegno israeliano, da un momento all’altro: e in questo senso è indicativo l’avviso urgente emesso nelle scorse ore dall’ambasciata virtuale degli Stati Uniti (i due paesi non hanno formali relazioni diplomatiche), che ha chiesto ai cittadini americani di lasciare immediatamente il paese, avvertendo che le proteste si stanno intensificando e potrebbero diventare ulteriormente violente. Ha già dichiarato di aver sospeso qualsiasi colloquio con i funzionari iraniani “finché non cesserà l’uccisione insensata dei manifestanti”. Per poi incitare i dimostranti, con un post pubblicato sul suo social Truth: “Continuate a protestare, prendete il controllo delle vostre istituzioni. L’aiuto sta arrivando”. Ma nulla trapela su cosa la Casa Bianca sceglierà di fare, e quando. “Il presidente Trump è molto bravo a tenere sempre tutte le sue opzioni sul tavolo” - ha dichiarato lunedì scorso la portavoce della Casa Bianca, Karoline Leavitt. “I bombardamenti aerei sono una delle tante opzioni”. Ma le azioni militari rischierebbero comunque di non avere l’esito sperato, oltre a comportare seri problemi di logistica. Scrive Dan Sabbagh, analista del Guardian: “Gli Stati Uniti, dallo scorso ottobre, non hanno portaerei schierate in Medio Oriente, dopo due anni di dispiegamento quasi continuo a seguito dell’attacco di Hamas a Israele. Questo vuol dire che qualsiasi attacco aereo o missilistico contro obiettivi del regime, e forse contro il leader iraniano, l’ayatollah Ali Khamenei, dovrebbe provenire da basi aeree alleate in Medio Oriente. Dunque dovrebbero chiedere il permesso di utilizzare basi in paesi come Qatar, Bahrain, Iraq, Emirati Arabi Uniti, Oman e Arabia Saudita e proteggerli da eventuali ritorsioni”. Mentre Mona Yacoubian, direttrice del Middle East Program presso il Center for Strategic and International Studies (CSIS), ritiene che Trump non abbia ancora le idee chiare su cosa fare: “L’Iran è un caso molto più complesso rispetto al Venezuela: manca di un'opposizione unificata e organizzata in grado di governare. Un tentativo di decapitare il regime porta sempre a un certo livello di caos. E penso che l’amministrazione Trump sia cauta nel rimanere coinvolta in quel livello di caos e imprevedibilità”.