SOCIETÀ

Iran, la guerra vista dai giovani in esilio

“Non ho notizie della mia famiglia da giorni. Non so se sono vivi, se sono morti. Prima il regime, ora i bombardamenti. L’Iran ama la vita. L’Iran ama la libertà. Perché dobbiamo scegliere fra la vita e la libertà?”

Le immagini di Teheran a ferro e fuoco si mescolano alle dichiarazioni dei governi e agli appelli delle organizzazioni internazionali. Il cuore dell’Asia occidentale brucia in un conflitto che dalle coste del Golfo Persico minaccia di allargarsi lungo le rotte energetiche verso il Mediterraneo, l’Africa orientale e l’Europa.

Il 28 febbraio 2026 Israele e Stati Uniti hanno colpito obiettivi a Teheran e in altre città strategiche, dopo settimane di minacce e contro-minacce. L’attacco è arrivato mentre erano in corso contatti diplomatici indiretti sul dossier nucleare. Una mossa a sorpresa, coerente con la cifra politica di Donald Trump: rivendicare l’imprevedibilità come leva negoziale, spiazzare l’avversario, colpire quando il mondo si aspetta una tregua. Una strategia che in passato ha prodotto risultati tattici, ma che questa volta espone la regione al rischio concreto di un’escalation fuori controllo.

Fra gli iraniani, la reazione è ambivalente. Molti giovani, esasperati da decenni di repressione, festeggiano per la morte della Guida Suprema Ali Khamenei, figura simbolo del sistema. Ma la gioia si mescola al lutto e alla paura. Nei raid dei giorni scorsi è stata colpita anche una scuola femminile nella periferia sud della capitale: 165 persone sono morte fra le macerie. Washington e Tel Aviv parlano di “obiettivi militari nelle vicinanze”. Teheran denuncia un crimine di guerra. Le famiglie seppelliscono le loro figlie.

L’incidente che ha appena coinvolto una petroliera nelle rotte del Golfo riporta alla luce anche la fragilità ambientale. L’Iran è uno snodo centrale del mercato energetico globale. Ogni attacco a raffinerie, terminali, navi cisterna comporta rischi di sversamenti, incendi, contaminazioni marine. Il Paese già soffre per crisi idrica, desertificazione, bacini prosciugati, tempeste di sabbia nel Khuzestan, smog cronico a Teheran. Oltre il 70% delle risorse idriche è sfruttato oltre la soglia di sostenibilità. In questo contesto, la guerra moltiplica le vulnerabilità, tra infrastrutture danneggiate, controlli ambientali sospesi, fondi pubblici drenati verso la sicurezza e la difesa. Dissenso significa anche denunciare un modello opaco, centrato su petrolio e apparati militari invece che sul benessere e la giustizia.


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Il popolo iraniano è stritolato tra un regime che per anni ha incarcerato e ucciso chi chiedeva diritti e un intervento militare straniero che promette di ‘liberarlo’, ma intanto bombarda infrastrutture, quartieri e scuole. Anche se il regime dovesse crollare, resta l’incognita politica: quale influenza chiederanno in cambio gli attori esterni? Intanto, a pagare sono i civili.

La testimonianza

In mezzo al rumore globale, chiediamo testimonianza ai ragazzi e alle ragazze che hanno protestato, che sono stati arrestati, che sono fuggiti, agli studenti in esilio, agli attivisti della diaspora. Le loro parole non risolvono la guerra, ma ricordano che dietro ogni analisi ci sono famiglie che non rispondono al telefono, città senza Internet, madri che cercano i figli tra le macerie.

Arman (nome di fantasia), attivista politico e ricercatore, vive in Europa da oltre dieci anni e non torna più in Iran dal 2018. Parla al telefono, a bassa voce. Sdrammatizza la tensione, ma ha paura. Mi chiede più volte massima riservatezza.

“Non ho modo di sapere di loro. Gli amici. La famiglia. Quando bloccano Internet, siamo ciechi. E loro sono isolati”. Arman ha lasciato il suo Paese per la corruzione e la repressione: “Ero una persona normale. Ma non si può essere persone ‘normali’ in Iran. O sei col regime o sei contro il regime. Anche vivere il quotidiano è dissenso. Ed è pericoloso. Tutto è corrotto. Per questo sono partito. Qui faccio ricerca”. Il suo impegno politico è maturato negli anni: “Ho visto le persone parlare liberamente, criticare il governo, riunirsi, lottare per i loro diritti. In Iran no. Se parli, è per l’ultima volta. E non vogliono farci uscire, se vuoi farlo devi fare procedure burocratiche folli, fare controlli spropositati e pagare. Tanti tanti soldi. Non vogliono farci conoscere la libertà. L’Iran è come una prigione”.

Hai festeggiato anche tu la morte di Khamenei? “Molti amici festeggiano la morte del leader supremo. È la fine di un simbolo di oppressione e nessuno da fuori può capire quanto abbiamo sofferto sotto questo regime. In Iran si rischia il carcere per una parola, un post, un corteo, un velo tolto, un gesto. Io e la mia ragazza siamo stati arrestati perché ci tenevamo per mano. Ho visto università chiuse, colleghi spariti, amici colpiti agli occhi, amiche frustate, violentate, uccise o rinchiuse in cliniche psichiatriche solo perché chiedevano libertà”. 

“La guerra però mi angoscia - aggiunge Arman -. Ogni giorno scrivo ai miei cari: ‘Sono qui, non sei solo, non sei sola’. Da giorni quei messaggi cadono nel silenzio e li scrivo più che altro a me stesso, sapendo che forse non riceverò mai risposta. Ma se questo è il prezzo della libertà, lo pagheremo”.

Alla domanda sul ruolo dell’Europa, è netto: “Non si può negoziare all’infinito. Servono scelte politiche chiare e sì, l’Iran ha bisogno di aiuto. Alla fine però il cambiamento deve essere nostro”.

Pensa davvero che gli Stati Uniti una volta caduto il regime se ne andranno senza pretese? Dall’altro lato del telefono c’è silenzio, un sospiro profondo: “Che altra scelta abbiamo?”

Per Arman, l’identità iraniana va ben oltre la Repubblica islamica: “Se dico Iran le persone pensano guerra, oppure hijab. Ma in Iran il velo è un’imposizione, non una scelta culturale condivisa: molte donne che conosco non lo portano. Alcuni associano l’Iran al deserto, ma noi abbiamo montagne, foreste, una varietà incredibile di paesaggi. Se vai in Iran a luglio, nella stessa settimana puoi essere in un deserto e cuocere un uovo sulla sabbia senza fuoco, e poi trovarti in mezzo alla neve. In questi giorni molti parlano di terrorismo e di guerra. Ma si parla sempre di più di “Donna, Vita, Libertà” e mi fa piacere che la libertà degli iraniani venga finalmente associata al nome dell’Iran”.

T. e M. sono giovanissimi, lui informatico programmatore, lei studentessa all’università. Ci vediamo di sera, in un caffè. Loro si sono sposati 7 giorni prima di abbandonare l’Iran. Lei non si sentiva più sicura. La polizia morale era ovunque: “Rifiutavo di indossare il velo ed ero sempre in pericolo. Mi hanno fermata più volte. Ci hanno confiscato la macchina per un mese come ammonimento. Mi sentivo minacciata di continuo”. T. non può più tornare in Iran, perché ha rifiutato il servizio militare obbligatorio e finirebbe in carcere o peggio.

Sul conflitto in corso sono combattuti: “Tutti siamo contenti che il dittatore non ci sia più, sperando che non ne arrivi un altro a prendere il suo posto”, affermano. “Non siamo felici di questa guerra. Molti dicono che è il prezzo da pagare, perché da soli non saremmo mai riusciti a mandare via il regime. Ma quando una scuola viene colpita e muoiono studentesse, possiamo chiamarli effetti collaterali?”

“Volevamo aiuto contro un regime soffocante e violento, ora le nostre famiglie sono sotto le bombe di chi deve aiutarci - dice T. - la mia famiglia vive vicino a un sito a rischio, a Teheran, e non può spostarsi perché mia nonna è anziana. Non so cosa sarà di loro”.

“Avevamo bisogno di aiuto. Ma sappiamo che USA e Israele non sono certo intervenuti per amore degli iraniani: la libertà dell’Iran è una scusa per giochi economici e geopolitici stranieri. La libertà ha un prezzo? Non volevamo pagarlo così”.

Citano il discusso principe ereditario Reza Pahlavi come possibile figura di transizione, pur senza idealizzarlo: “Molti lo vedono come un simbolo di unità. Va bene anche ai conservatori, a differenza di altri leader progressisti che sono visti con più sospetto. Quindi forse può funzionare nel passaggio di potere, ma dopo dovrà esserci un voto libero”. 

La frattura con i media occidentali li ferisce: “C’è un grande gap tra quello che viviamo e come viene raccontato. Non siamo pedine degli Stati Uniti né fanatici religiosi o terroristi. Siamo persone che vogliono una vita normale”. 

Il ruolo delle donne

Parliamo del ruolo delle donne, decisivo secondo M.: “È nato tutto da lì. Le giovani donne hanno rotto il muro della paura. Non è solo il velo. È il controllo sui corpi, sulla voce, sul futuro. La repressione digitale però ha reso tutto più difficile. Durante le proteste si usavano VPN, reti satellitari improvvisate, passaparola. I miei familiari mi chiedevano cosa stava succedendo nel loro stesso quartiere. Noi dall’estero davamo informazioni e supporto a chi lottava all’interno del Paese. Non abbiamo mai smesso di esserci. Ora però ogni comunicazione è impossibile”.

All’Europa chiede coerenza: “Meno retorica, più protezione per i rifugiati, più sostegno alla società civile. E attenzione a non scambiare il regime per l’Iran. Il Regime ha strumentalizzato la religione per asservire il popolo, dividere, mettere paura. La mia generazione non ci sta più. Non crediamo in un Dio imposto dall’alto, una scusa per imprigionarci in regole e stereotipi, crediamo nella cultura, nella libertà, nella storia antica di Persia, nell’umanità. Da Teheran, Monaco, Parigi, Los Angeles, Berlino, Roma, noi gridiamo per chi non può farlo”.

“La mia immagine di libertà?” M. esita “Non lo so. Siamo stati sotto la repressione così a lungo. Tornare indietro nella storia…o forse andare avanti: in Iran amiamo la vita, la musica, le feste, la convivialità, l’eleganza. La libertà è poter vivere in Iran senza perdere me stessa. La libertà è poter tornare a casa”.

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