La libertà accademica è un indicatore di salute della democrazia
La crescita economica delle società industrializzate è stata permessa, nell’ultimo secolo almeno, da una costante produzione di innovazione. Ciò che chiamiamo innovazione però è solo l’ultimo anello di una lunga catena che ha come punto d’arrivo la commercializzazione del prodotto innovativo (sia esso un software, un farmaco, o un nuovo materiale) e come punto di partenza un’idea creativa, un’esplorazione di un angolo buio che non era ancora stato raggiunto dalla luce della conoscenza.
Salpare per l’ignoto, avendo solo un’ipotesi abbozzata di quello che si potrebbe scovare, è quello che fanno i ricercatori della comunità accademica. È da mettere in conto che non tutti ritornino dalle loro spedizioni con un ricco bottino: sono incalcolabili le cose che possono andare storte nello svolgimento di un progetto di ricerca. Ma è interesse dell’intera società generare le condizioni che permettano ad almeno alcune di queste spedizioni di avere successo.
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“Lo stile di vita europeo dipende in larga misura dalla ricerca e dall’innovazione, dall’istruzione superiore e dalla tecnologia prodotta e diffusa da una comunità accademica che deve operare in modo aperto e libero”. Si apre così l’ultimo rapporto sulla libertà accademica commissionato dal Panel for the future of science and technolgoy del Parlamento Europeo. “Negli ultimi 10 – 15 anni sono emerse preoccupazioni riguardo all’erosione della libertà accademica negli Stati membri dell’Unione Europea”.
Dal 2022 il Parlamento Europeo ha scelto di tenere acceso un riflettore sulla libertà accademica pubblicando ogni anno un rapporto, l’Academic Freedom Monitor, che ne monitora l’andamento attraverso una serie di indicatori, il principale dei quali è l’Academic Freedom Index, che aggrega diversi fattori.
In una scala che va da 0 a 1, la media dei 27 Stati Membri oggi si assesta a 0,84. Sono 18 i Paesi che si collocano al di sopra di questo valore, mentre 9 si assestano al di sotto: Bulgaria, Croazia, Finlandia, Grecia, Ungheria, Lituania, Olanda, Portogallo e Romania.
Rispetto agli anni precedenti, 16 Paesi che hanno registrato un calo nei valori dell’indice del 2025. Nel corso dell’ultimo decennio, particolarmente marcati sono stati i cali di Austria, Finlandia, Germania, Grecia, Ungheria, Lituania e Portogallo. Un caso a parte è rappresentato dalla Polonia, che oggi si trova più in basso rispetto a dov’era 10 anni fa, ma che è anche risalita a partire dal 2022.
Il rapporto tiene insieme i risultati di numerosi studi che mostrano come le minacce alla libertà accademica provengano da diverse fonti: la polarizzazione (specialmente su temi come la guerra a Gaza), le interferenze politiche, una cattiva leadership e gestione delle istituzioni accademiche, le tensioni e i conflitti tra membri interni all’accademia, ma anche gli attacchi provenienti dalla società esterna, i rischi connessi alla crescente collaborazione con il settore privato.
“Inoltre, si sono diffuse ampie preoccupazioni, in particolare a partire dall’invasione russa dell’Ucraina nel 2022, riguardo alle pressioni sulla libertà accademica esercitate dalle politiche europee e nazionali in materia di sicurezza, insieme alle minacce derivanti dall’aumento delle interferenze straniere nel sistema accademico europeo” sottolinea il rapporto.
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Libertà accademica e democrazia: il caso ungherese
Il rispetto della libertà accademica contribuisce a mantenere in salute una società democratica. Allo stesso tempo, un’erosione dei principi democratici della società viene immediatamente riflessa in una contrazione della libertà accademica. L’esempio più plateale in Europa, monitorato con preoccupazione dal rapporto, è quello dell’Ungheria, che raggiunge un punteggio di appena 0,30, il più basso in Europa, ma anche tra i più bassi al mondo: l’Ungheria infatti appartiene a quel 30% di Paesi in cui la libertà accademica è messa peggio.
“Il governo guidato da Fidesz ha continuato i suoi sforzi per porre scuole e università sotto stretto controllo” si legge nel rapporto. “Una graduale riforma del sistema di istruzione pubblica ha suscitato preoccupazioni per l’eccessiva influenza del governo sui programmi scolastici, e il parlamento ha ristrutturato le istituzioni e le loro finanze per aumentare i poteri dei cancellieri nominati dal governo. Le autorità hanno sempre più minacciato l’autonomia accademica di istituzioni ben consolidate, ritirando il sostegno, interferendo nei loro affari e collocando sostenitori filogovernativi in posizioni di vertice”.
“Il governo ha revocato l’accreditamento a tutti i programmi di studi di genere” continua il rapporto. “I media filogovernativi prendono comunemente di mira attivisti, accademici, programmi e istituzioni, spesso definendoli “agenti di Soros”, in riferimento al finanziere e filantropo ungherese di origine ungherese George Soros. Fidesz ha preso di mira specifiche istituzioni modificando i requisiti per il funzionamento delle università in Ungheria e interferendo nella nomina degli organi di governo degli atenei”.
Per queste ragioni, nel 2023 la Commissione Europea ha annunciato “di aver sospeso il diritto di 21 università gestite da consigli controllati da Fidesz di partecipare ai programmi dell’UE Erasmus+ e Horizon Europe”: il primo favorisce la mobilità di studenti europei, il secondo finanzia i progetti di ricerca.
La sospensione è rimasta in vigore fino alla fine del 2024 e nel corso di quell’anno il governo Orbàn ha ulteriormente adottato misure “per centralizzare il sistema nazionale di finanziamento della ricerca, che secondo i critici comporterà decisioni sui finanziamenti più centralizzate, opache e potenzialmente arbitrarie. Il governo ha inoltre continuato a promuovere la privatizzazione delle università statali, volta a sostituire la gestione pubblica delle istituzioni con consigli di amministrazione nominati dal governo”.
Stati Uniti e Cina
Minacce alla libertà accademica europea possono arrivare anche da Paesi extra-UE. L’amministrazione Trump per esempio ha mosso guerra alle politiche DEI (per la diversità, l’equità e l’inclusione), alla scienza del clima, alle energie rinnovabili, alle ricerche sui vaccini a mRNA e così facendo ha cancellato o interrotto diversi finanziamenti a progetti di ricerca che risultavano adiacenti a queste tematiche. Un esito analogo è stato ottenuto dai tagli effettuati alle agenzie federali da Elon Musk a inizio 2025 in nome dell’efficientamento della spesa pubblica. Alcuni college sono anche stati accusati di anti-semitismo per aver ospitato manifestazioni contro la guerra a Gaza.
In alcuni casi ci sono andati di mezzo anche ricercatori europei che collaboravano con colleghi statunitensi, dovendosi allineare per esempio alle nuove direttive in merito alle politiche DEI o vedendosi negare l’accesso a database climatici o sanitari.
Un’altra fonte di preoccupazione per l’Unione Europea sono le interferenze che possono venire dalla Cina, non solo sotto forma di influenza o soft power, ma soprattutto per mezzo del cosiddetto sharp power ì, ossia attività di spionaggio, furto di dati, sorveglianza, corruzione o finanziamento di propaganda. Il rapporto fa riferimento ad alcune entità in particolare, quali gli Istituti Confucio, il China Scholarship Council e una lista di sette università afferenti al ministero cinese dell’industria e della tecnologia note anche come Seven Sons of National Defense.
Svezia e Finlandia hanno chiuso tutti gli istituti Confucio sul loro territorio nazionale e complessivamente in Europa ne sono stati chiusi 13 negli ultimi anni. “Il governo fiammingo ha vietato la collaborazione tra le università fiamminghe e gli atenei appartenenti al gruppo dei Sette figli della difesa nazionale, citando il potenziale rischio di uso improprio di informazioni civili, interferenze o spionaggio da parte di ricercatori della Repubblica Popolare Cinese” si legge nel rapporto.
Le minacce alla libertà accademica provenienti da diversi Paesi del mondo offrono “all’Unione Europea l’opportunità, se non addirittura la responsabilità, di valorizzare la propria situazione relativamente positiva in materia di libertà accademica per creare un’alleanza globale con altri Paesi che (ancora) presentano un livello relativamente elevato di rispetto di tale libertà, come Australia, Botswana, Canada, Cile, Giappone, Nuova Zelanda, Sudafrica, Corea del Sud e Uruguay” conclude il rapporto. “L’obiettivo di tale alleanza sarebbe promuovere congiuntamente la libertà accademica come valore fondamentale nella cooperazione scientifica globale e sviluppare insieme opzioni di policy volte a rafforzarne la tutela”.