SOCIETÀ

L’allarme di Amnesty: “Diritti umani a rischio durante i Mondiali di calcio

Perfino un Mondiale di calcio, in tempi di guerra, può diventare materia delicata da trattare, da analizzare. Prendiamo tre immagini di questi ultimi mesi, che raccontano come la bolla di agonismo, di competizione e di spirito sportivo che abitualmente circonda la disputa della più importante competizione calcistica (inaugurazione il prossimo 11 giugno nello stadio Azteca, a Città del Messico: poi altre 103 partite che si svolgeranno anche in Canada e soprattutto Stati Uniti) stia rischiando di scoppiare. Primo flash, agosto 2025: Gianni Infantino, presidente della FIFA (l’organismo che governa il calcio mondiale) promette fiducioso: “Tutti saranno i benvenuti in Canada, Messico e Stati Uniti per la Coppa del Mondo. Ovviamente ci sarà una procedura da seguire per ottenere i visti. Ma questo processo sarà fluido, e garantirà che chi si qualifica potrà venire con i propri tifosi”. Non sarà così. Seconda immagine: 5 dicembre 2025. Lo stesso presidente della FIFA, al Kennedy Center di Washington, consegna a Donald Trump il “Fifa Peace Prize”, un premio inventato per l’occasione (la motivazione recita così: “per i suoi sforzi nel promuovere il dialogo e la de-escalation in alcuni dei più grandi focolai del mondo”) con il palese intento di blandire il controverso presidente americano che, dopo aver inutilmente tentato di ricevere il premio Nobel, con la pace ha un evidente rapporto di amore-odio. “È uno dei più grandi onori della mia vita”, aveva risposto Trump appendendosi il medaglione al collo. Pochi giorni dopo l’organizzazione FairSquare aveva depositato un esposto all’ufficio etico della Fifa per “le ripetute violazioni da parte del presidente delle regole di neutralità politica”. Da allora in poi la situazione globale è ulteriormente peggiorata, e sempre con gli Stati Uniti a fare da epicentro di azioni che esulano da qualsiasi norma del diritto internazionale: Venezuela, Cuba, ora la guerra scatenata contro l’Iran, il Libano, in un crescendo di tensioni che peraltro rischiano di scatenare una crisi energetica globale. Non certo il clima ideale per affrontare uno dei più importanti e attesi eventi sportivi dell’anno, che in questa edizione, per la prima volta, vedrà partecipare alla fase finale 48 nazioni (e per la terza volta consecutiva non ci sarà l’Italia, che martedì scorso è stata eliminata ai rigori dalla Bosnia, nello spareggio decisivo). 

Un torneo simbolo di intimidazioni

La terza immagine è di pochi giorni fa: è il rapporto pubblicato da Amnesty International nel quale si avverte che partecipare in qualsiasi modo alla Coppa del Mondo potrebbe comportare “rischi significativi” per calciatori, tifosi, giornalisti, maestranze e comunità locali. Al centro del rapporto, titolato “L’umanità deve vincere: difendere i diritti, affrontare la repressione ai Mondiali FIFA 2026", c’è la situazione attuale negli Stati Uniti, descritta come “un’emergenza per i diritti umani”. Scrive Amnesty: “Gli Stati Uniti, dove si terranno tre quarti delle partite della Coppa del Mondo, si trovano ad affrontare un’emergenza per i diritti umani e un modello riconoscibile di pratiche autoritarie. Agenti armati stanno sfondando porte, detenendo bambini e hanno deportato centinaia di migliaia di persone. I gruppi LGBTQI+ affermano che non è sicuro avere una presenza visibile. Ai sostenitori di quattro nazioni qualificate (Costa d'Avorio, Haiti, Iran e Senegal) sarà vietato l’ingresso nel paese”. In realtà altre tre nazioni, Algeria, Capo Verde (alla prima qualificazione della sua storia) e Tunisia sono colpite dalle restrizioni in atto per ottenere i visti, sulla base di quanto disposto dal Dipartimento di Stato americano nel “Visa Bond Pilot Program”. Julia Duchrow, Segretaria Generale di Amnesty International in Germania, è preoccupata: “Chiunque decida di protestare o di esprimere critiche deve aspettarsi repressione alla Coppa del Mondo. Se dovessero continuare le perquisizioni dell’US Immigration and Customs Enforcement (ICE), gli arresti di massa e i divieti d’ingresso, questo torneo diventerà un simbolo di intimidazione”. 


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Ancor più esplicito Steve Cockburn, vice direttore di Amnesty International e responsabile della Giustizia Economica e Sociale, che al New York Times ha dichiarato: “Il governo degli Stati Uniti ha deportato più di 500.000 persone dagli USA nel 2025, quasi otto volte più delle persone che assisteranno alla finale della Coppa del Mondo al MetLife Stadium, nel New Jersey. Ma l’ondata record di arresti e deportazioni illegali di questi ultimi mesi è stata possibile solo grazie all’erosione delle tutele del giusto processo, minando i diritti alla libertà e alla sicurezza di centinaia di migliaia di migranti e rifugiati. Queste politiche hanno diviso le comunità e creato un clima di paura. È un periodo profondamente preoccupante negli Stati Uniti, che sicuramente si estenderà anche ai tifosi che vogliono partecipare alle celebrazioni della Coppa del Mondo”. 

Il problema, come al solito, è l’ICE

Ma il rapporto di Amnesty dice anche di più, e punta direttamente il dito contro l’ICE, l’agenzia  federale che si occupa del controllo delle frontiere e dell’immigrazione, diventata tristemente nota per i suoi metodi brutali e per aver ucciso, lo scorso gennaio, due cittadini americani, Renee Good e Alex Pretti, a Minneapolis.  Secondo Amnesty alcune delle città ospitanti del torneo, come Dallas, Houston e Miami, stanno firmando “accordi problematici” con le forze dell’ICE, in vista di una collaborazione con le forze dell’ordine locali proprio in occasione dei Mondiali. Già lo scorso febbraio Todd Lyons, direttore ad interim dell’ICE dopo la rimozione dell’italo-americano Greg Bovino, aveva annunciato in tono quasi minaccioso: “Alla sicurezza ci penseremo noi”. Ad Atlanta, città che ospiterà 8 partite del torneo, compresa una delle semifinali, il sindaco Andre Dickens ha espresso la speranza che la presenza dell’ICE possa essere “impercettibile, ancora meglio inesistente”. 


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Quindi l’ossessione della Casa Bianca per garantire la “sicurezza”, calpestando senza pudore regole, metodi e diritti, sta diventando un problema per la sicurezza reale degli Stati Uniti e non soltanto. Il che s’intreccia, peraltro, con le colossali manifestazioni di protesta della scorsa settimana proprio negli Stati Uniti, da New York (con l’attore Robert De Niro in prima fila) a Dallas, da Philadelphia a Washington, da Chicago fino a Los Angeles per la terza giornata di protesta “No Kings”, con gli organizzatori che hanno stimato la partecipazione di oltre 8 milioni di persone per dire no alle politiche imposte dal presidente Trump, dalla guerra in Iran alle regole sull’immigrazione, passando per l’aumento del costo della vita, fino alla minaccia di queste ore di far uscire gli Stati Uniti dalla Nato, nell’evidente proposito di distruggere l’ordine mondiale. “Trump vuole governarci come un tiranno - hanno detto gli organizzatori -, ma questa è l’America, e il potere appartiene al popolo, non ai futuri re o ai loro scagnozzi miliardari”. In Minnesota, epicentro della repressione dell’ICE contro gli immigrati, si è tenuto un enorme comizio fuori dal Campidoglio dello stato a Saint Paul (sul palco è salito anche Bruce Springsteen). Molti tenevano in alto poster con foto di Renee Good e Alex Pretti, cittadini statunitensi uccisi a colpi di arma da fuoco dagli agenti federali dell’immigrazione. “Ci chiamano radicali - ha detto il governatore del Minnesota, il democratico Tim Walz – e hanno ragione: siamo stati radicalizzati dalla compassione, radicalizzati dalla decenza, radicalizzati dal giusto processo, radicalizzati dalla democrazia e radicalizzati per fare tutto il possibile per opporci all’autoritarismo”. La vice-portavoce della Casa Bianca, Abigail Jackson, ha minimizzato la portata dei cortei definendoli “il prodotto di reti di finanziamento di sinistra, senza un vero sostegno pubblico”. Manifestazioni analoghe si sono svolte anche in diverse città europee, da Berlino a Roma e a Londra.

Le menzogne della Casa Bianca

Ma il problema resta, ed è certo che al di là delle pubbliche dichiarazioni questa situazione di tensione interna, che continua a crescere e a mobilitare persone e personalità, avrà con ogni probabilità effetti dirompenti per l’amministrazione Trump nelle prossime elezioni di midterm, a novembre. Il sito investigativo The Intercept, per fare un solo esempio, ha appena pubblicato un’inchiesta che smentisce la narrazione della Casa Bianca in merito all’efficacia delle operazioni brutali dell’ICE. Il 4 febbraio scorso la portavoce della Casa Bianca, Karoline Leavitt, aveva dichiarato: “Le politiche di buon senso del presidente Trump sull’applicazione dell'immigrazione stanno portando i risultati sulla sicurezza pubblica che il popolo americano richiedeva, con più di 4.000 pericolosi criminali illegali già arrestati in Minnesota dall’inizio dell'Operazione Metro”. Falso, secondo gli autori dell’inchiesta. “Da dicembre 2025 a metà marzo 2026 - scrive The Intercept -, l’ICE ha effettuato 4.030 arresti nello stato del Minnesota. Di questi, ben 2.532 arresti, ovvero il 63%, riguardavano persone senza condanne penali o accuse penali pendenti, secondo i dati, pubblicati proprio dall’Immigration and Customs Enforcement. Dunque non “pericolosi criminali illegali”, ma gente comune. “I dati confermano ciò che il popolo americano sapeva già in gran parte, ovvero che l’Operazione Metro Surge a Minneapolis è stata un completo fallimento”, ha commentato Elora Mukherjee, direttrice della Immigrants’ Rights Clinic presso la Columbia Law School e docente presso il Deportation Data Project. “Invece di puntare al peggio del peggio, sono state le persone comuni rispettose della legge a rimanere coinvolte nella caccia all’immigrato, che ha portato alla separazione inutile e crudele delle famiglie e a infliggere sofferenze indicibili anche a bambini americani”.

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