SOCIETÀ

Il sistema Artemis e il ruolo industriale dell’Italia (anche per la base lunare)

Il programma Artemis non è una singola missione, ma un’architettura multilivello che tiene insieme trasporto umano, infrastrutture in orbita cislunare, logistica e, nel medio periodo, presenza stabile sulla superficie lunare. È dentro questa costruzione più ampia che va letto il ruolo dell’Italia, che si colloca in più segmenti della filiera e non soltanto in un singolo contributo industriale. 

Negli ultimi giorni, però, il quadro si è fatto meno lineare. È stato il numero uno della NASA, Jared Isaacman, ad annunciare una revisione sostanziale del programma Artemis che di fatto mette in stand by il Lunar Gateway, la stazione spaziale prevista in orbita attorno alla Luna, per concentrare risorse e priorità sull’esplorazione diretta della superficie. In parallelo, l’Agenzia spaziale europea sta valutando come rispondere alle modifiche americane e il tema sarà affrontato dagli Stati membri nella riunione ministeriale ESA di giugno, anche alla luce dei contributi europei già sviluppati o in fase avanzata di preparazione.

Intanto, giusto oggi, 31 marzo 2026, una delegazione formata dall'Agenzia Spaziale Italiana (ASI) e dal ministero delle Imprese e del Made in Italy ha firmato un protocollo di intesa con la NASA per lo sviluppo congiunto dei futuri moduli abitativi per la base lunare di superficie. Negli accordi, oltre al lavoro sui moduli, la conferma di uno o una astronauta di nazionalità italiana che, a questo punto, con la modifica delle missioni, potrebbe anche avere la possibilità di arrivare fino alla superficie della Luna. 

Per l’Italia non si tratta di un dettaglio. Una parte importante della sua presenza in Artemis passa proprio da moduli abitativi e infrastrutture pressurizzate pensate per il segmento cislunare (e ora per quello di superficie). Ridurre tutto al solo Gateway sarebbe stato fuorviante, a maggior ragione dopo la firma del protocollo d'intesa. Il posizionamento italiano va letto in modo più ampio: come una presenza distribuita lungo la catena del valore, che comprende habitat, trasporto umano, supporto operativo e prospettive di estensione verso la superficie. 


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Dalla ISS ad Artemis: una continuità industriale

Questa posizione non nasce con il ritorno alla Luna. È il prodotto di una continuità industriale costruita ai tempi della Stazione spaziale internazionale. In quel contesto l’industria italiana, e soprattutto Thales Alenia Space a Torino, ha consolidato una competenza distintiva nella progettazione e realizzazione di moduli pressurizzati, a partire dai Multi-Purpose Logistics Module. La stessa traiettoria è poi proseguita con i moduli cargo del veicolo Cygnus di Northrop Grumman, che rappresentano il passaggio intermedio più diretto tra l’esperienza ISS e l’architettura Artemis. 

Questa continuità conta per due ragioni. La prima è tecnologica: gli ambienti abitabili restano tra i prodotti più complessi dell’industria spaziale, perché uniscono struttura, sicurezza, integrazione di sistemi e certificazione per il volo umano. La seconda è industriale: lavorare per anni in programmi come ISS e Cygnus ha abituato la filiera italiana a stare dentro catene del valore multilivello, dove il controllo del sistema è esterno ma il contributo di alcuni fornitori è essenziale. Artemis, da questo punto di vista, non rappresenta una rottura, ma la fase successiva di una specializzazione già consolidata. 

Moduli pressurizzati: leadership italiana e contributo al Gateway

Il segmento in cui l’Italia mantiene la maggiore riconoscibilità è quello dei moduli pressurizzati. Il caso più noto è HALO, l’Habitation and Logistics Outpost del Gateway. NASA ha confermato nel 2025 che il modulo, integrato da Northrop Grumman, incorpora una struttura primaria fabbricata da Thales Alenia Space a Torino. HALO è pensato come uno degli elementi iniziali dell’avamposto cislunare e dovrà fornire spazio abitabile, comando e controllo, gestione dati, accumulo e distribuzione di energia, oltre alla regolazione termica. 

Ma il contributo italiano non si esaurisce in HALO. ESA ha assegnato a Thales Alenia Space in Italia anche il ruolo di capocommessa per Lunar I-Hab, il modulo abitativo europeo del Gateway. In altre parole, la specializzazione italiana non riguarda un singolo elemento, ma una famiglia coerente di infrastrutture pressurizzate. È questo che consente di parlare di una leadership di nicchia: un presidio forte su un segmento critico, anche se inserito in un’architettura industriale e politica guidata da altri. 

Dall’orbita lunare alla superficie

Il programma Artemis, però, non si ferma all’orbita lunare. La traiettoria di lungo periodo punta a una presenza più stabile sulla superficie, e qui il posizionamento italiano può allargarsi. L’accordo firmato nel 2022 tra ASI e NASA per uno studio preliminare sul Multi-Purpose Habitation Module andava letto in questo quadro ma è stato sostituito, o meglio, rafforzato, come anticipato sopra, dal nuovo protocollo d'intesa firmato nella capitale USA tra il governo italiano, l'ASI e la NASA. Anche in questo caso, dopo la rapida svolta impressa ad Artemis, l'Italia - con questo accordo nuovo - rimane in pista per lo studio e l'eventuale realizzazione dei moduli abitativi per la futura base sulla superficie lunare. Al lavoro per questo sarà sempre Thales Alenia Space.

Questo passaggio è ancora più rilevante alla luce della crisi del Gateway. Se l’infrastruttura cislunare perde centralità nel breve periodo, il trasferimento verso moduli di superficie diventa il terreno su cui ridefinire il contributo italiano. Per Roma il vantaggio è evidente: le competenze sui moduli pressurizzati sono, per l'appunto, trasferibili.

Il contributo al trasporto umano: Orion ed ESM

Il secondo asse della presenza italiana riguarda il trasporto umano. Il modulo di servizio europeo della capsula Orion, sviluppato da Airbus Defence and Space per conto dell’ESA, è il contributo europeo più importante all’intero programma Artemis. Ma dentro quel modulo la presenza italiana è più che simbolica. ESA stessa ha parlato di European Service Modules “made in Italy”: Thales Alenia Space realizza la struttura, mentre Leonardo contribuisce con pannelli fotovoltaici e unità elettroniche per la gestione della potenza. Il modulo di servizio fornisce a Orion propulsione, energia, controllo termico, acqua e gas di bordo. Senza ESM, Orion non vola. 

Questo significa che l’Italia non è presente solo negli habitat, ma anche nel segmento che rende possibile il trasporto umano verso la Luna. Qui la filiera è europea e multilaterale: Airbus coordina, la Germania è fortemente visibile sul piano dell’integrazione, ArianeGroup contribuisce sul lato propulsivo, e l’industria italiana presidia struttura e potenza elettrica. È una presenza indiretta, ma collocata nel cuore del sistema. Ed è un altro elemento che spiega perché il ruolo italiano in Artemis non possa essere ridotto al solo Gateway. 

La filiera industriale italiana: prime contractor e supply chain

Per capire il peso reale dell’Italia occorre leggere Artemis come una filiera industriale gerarchica. Al vertice ci sono i prime contractor statunitensi che hanno il rapporto diretto con la NASA e controllano l’integrazione dei sistemi: Lockheed Martin per Orion, Northrop Grumman per HALO, SpaceX per segmenti cruciali della logistica e dell’architettura di allunaggio. Sotto questo primo livello si collocano i fornitori di sistema e di sottosistemi complessi: è qui che entrano in gioco Airbus per l’ESM e Thales Alenia Space per moduli e strutture pressurizzate. Più in basso si distribuisce una supply chain di imprese che forniscono componenti, servizi operativi, capacità di test e supporto missione.

L’Italia è presente in tutti questi strati, ma con ruoli diversi. Thales Alenia Space è il nome più esposto perché presidia direttamente il segmento degli habitat. Leonardo è rilevante nella filiera dell’ESM. Telespazio, dal Centro del Fucino, ha supportato Artemis I e nel 2026 è stata selezionata dalla NASA per contribuire al tracciamento radio di Artemis II. ALTEC, partecipata da ASI, presidia invece il versante del supporto integrato alle missioni e del controllo operativo. È in questi passaggi che si può cogliere l’elemento strutturale: il contributo italiano non si concentra in un solo contratto, bensì in un ecosistema industriale che va dal prime contractor nazionale ai subfornitori e ai servizi operativi. 

Il nodo Gateway: pausa NASA e risposta europea

È su questo sfondo che va letta la pausa del Gateway. La proposta di bilancio 2026 della Casa Bianca parla esplicitamente di fermare il programma, mentre la nuova impostazione illustrata da Jared Isaacman sposta l’asse di Artemis verso l’allunaggio diretto e la costruzione di una base sulla superficie. In pratica, il Gateway smette di essere il perno dell’architettura nel breve periodo e diventa l’elemento più esposto della revisione strategica americana. 

Per l’Europa il problema è concreto perché alcune componenti erano già pronte o in stato avanzato di sviluppo, comprese strutture di fabbricazione italiana. La posizione dell’ESA, almeno per ora, è di valutare l’impatto del cambio di linea americano e definire entro giugno una risposta politica e programmatica con gli Stati membri, nella speranza che almeno una parte della progettualità già sviluppata possa essere assorbita in altre missioni o in un’architettura lunare ricalibrata. Per l’Italia la conseguenza è duplice: da un lato aumenta l’incertezza su una parte del lavoro già impostato; dall’altro si apre la possibilità che una quota di quel capitale industriale venga riassorbita nella fase orientata alla superficie. 

Un ruolo sistemico ma esposto alle scelte statunitensi

Il punto finale è questo. Il ruolo dell’Italia in Artemis è reale, distribuito e industrialmente consistente. Passa dagli habitat al trasporto umano, dai moduli pressurizzati ai servizi di supporto, fino alle prospettive sulle infrastrutture di superficie. Non è una partecipazione simbolica e non si esaurisce in un singolo programma. In questo senso, il posizionamento italiano è strutturale. 

Ma resta inserito dentro una governance esterna. La direzione strategica del programma continua a essere definita dalla NASA e, a valle, dai grandi contractor americani. L’Agenzia Spaziale Italiana svolge un ruolo importante di cerniera tra industria nazionale, ESA e Stati Uniti, e ha contribuito a consolidare una scelta di specializzazione sugli habitat e sulle infrastrutture abitative. Tuttavia, la pausa del Gateway mostra con chiarezza il limite del modello: la capacità industriale può essere autonoma, la direzione strategica no. La questione, allora, non è se l’Italia conti in Artemis. Conta già. La questione è se riuscirà, insieme all’Europa, a trasformare questa profondità industriale in una posizione meno subordinata nella futura economia cislunare. 

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