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La fine della ISS non è ancora scritta

Nel 2031 la Stazione spaziale internazionale dovrebbe concludere la propria attività con un rientro controllato nell’atmosfera terrestre. Dopo oltre venticinque anni di operazioni continue in orbita bassa, la International Space Station è destinata, secondo i piani della NASA, a essere guidata verso una distruzione programmata sopra una zona remota del Pacifico meridionale.

Il  NASA Reauthorization Act of 2026 introduce però un passaggio ulteriore: il Congresso chiede all’agenzia spaziale statunitense di riesaminare formalmente il piano di rientro, valutando alternative tecniche, costi e rischi prima della decisione definitiva. Il calendario attuale non è stato modificato, ma il percorso non viene più considerato automatico.

Il rientro sotto esame

Nel titolo dedicato alle operazioni spaziali, la legge impone alla NASA di trasmettere ai comitati competenti un’analisi dettagliata delle opzioni disponibili. Tra queste è esplicitamente menzionata la possibilità di un innalzamento dell’orbita, che consentirebbe di prolungare l’attività della stazione.

L’agenzia dovrà confrontare costi, rischi tecnici, sicurezza degli equipaggi e implicazioni operative delle diverse soluzioni. Si tratta di un obbligo di rendicontazione preciso, con dati finanziari e scenari alternativi.

La NASA ha già affidato a SpaceX lo sviluppo del veicolo destinato a guidare il rientro controllato della ISS. Il piano operativo resta quindi valido, ma il Congresso vuole verificare che la scelta finale sia coerente con l’evoluzione del sistema spaziale statunitense nei prossimi anni.

Come avverrà il rientro

Il rientro della International Space Station rappresenta un’operazione senza precedenti per dimensioni e complessità. Con una massa superiore alle 400 tonnellate e una struttura estesa per oltre cento metri, la ISS è l’oggetto artificiale più grande mai costruito in orbita.

Il piano prevede l’utilizzo di un veicolo dedicato che, agganciato alla stazione, effettuerà una serie di accensioni dei motori per abbassarne progressivamente l’orbita fino a indirizzarla verso una traiettoria di rientro controllata. Gran parte della struttura si disintegrerà per effetto dell’attrito atmosferico; i frammenti residui dovrebbero cadere in una zona remota dell’Oceano Pacifico meridionale.

Tra le alternative ipotizzate figura l’innalzamento dell’orbita, che ridurrebbe l’attrito con gli strati più densi dell’atmosfera e consentirebbe di estendere la vita operativa per alcuni anni. La soluzione comporterebbe costi aggiuntivi e interrogativi sulla sicurezza strutturale di un’infrastruttura progettata negli anni Novanta.

Esistono precedenti di rientri controllati, come quello della stazione russa Mir nel 2001, ma nessuno ha riguardato una struttura di dimensioni comparabili. La valutazione richiesta dovrà considerare anche il carattere multilaterale del programma e le responsabilità condivise tra i partner.

Il rischio di un vuoto in orbita bassa

La revisione del piano si collega alla transizione verso stazioni spaziali commerciali. La NASA sta progressivamente spostando il proprio ruolo dalla gestione diretta di un’infrastruttura permanente all’acquisto di servizi offerti da operatori privati.

I progetti in sviluppo — tra cui quelli di Axiom Space, del consorzio guidato da Blue Origin e della futura Starlab promossa da Voyager Space — dovrebbero garantire continuità operativa prima della fine della ISS.

Il modello economico resta però in fase di consolidamento. Oggi la NASA è il principale acquirente istituzionale di servizi in orbita bassa. La sostenibilità delle nuove stazioni dipenderà dalla capacità di attrarre clienti industriali e scientifici oltre al settore pubblico.

Se lo sviluppo dovesse subire ritardi, si aprirebbe una fase di discontinuità nella presenza statunitense in orbita bassa. In un contesto in cui la Cina mantiene operativa la propria Tiangong, il tema assume una rilevanza strategica.

Quanto pesa la ISS sul bilancio

Il segmento statunitense della ISS richiede ogni anno oltre tre miliardi di dollari tra operazioni, manutenzione e trasporto di equipaggi e rifornimenti. Prolungarne la vita comporterebbe un impegno finanziario significativo; anticiparne la chiusura senza un’alternativa pronta rischierebbe di disperdere competenze e capacità industriali.

La strategia delineata dall’agenzia punta a ridurre nel lungo periodo il peso diretto sul bilancio federale, stimolando un ecosistema commerciale in grado di condividere rischi e investimenti. La decisione sul destino della ISS influirà dunque sull’equilibrio economico dell’intero settore spaziale statunitense.

Una legge di indirizzo strategico

Il NASA Reauthorization Act non è una legge di stanziamento, ma un atto di indirizzo che definisce priorità e limiti di spesa autorizzati. Oltre alla questione legata alla Stazione spaziale internazionalee, il testo conferma la centralità del programma Artemis e della sequenza che condurrà – in un futuro non ancora ben definito – dalla Luna a Marte.

Viene ribadito il sostegno allo Space Launch System (il razzo delle missioni Artemis) e alla capsula Orion, strumenti chiave per le missioni lunari con equipaggio. Il Congresso richiede relazioni dettagliate su costi complessivi, tempi di realizzazione e criteri di certificazione dei sistemi di atterraggio umano, rafforzando il controllo parlamentare sui programmi più impegnativi.

La Luna come piattaforma strategica

Nel provvedimento la Luna è trattata come infrastruttura di lungo periodo. Le missioni Artemis rappresentano un passaggio verso obiettivi più ambiziosi, in particolare Marte, ma anche un banco di prova industriale e tecnologico.

La competizione internazionale fa da sfondo. La presenza cinese stabile in orbita bassa e i piani lunari di Pechino costituiscono un elemento implicito del dibattito. Il Congresso intende assicurare continuità strategica e sostenibilità finanziaria ai programmi di esplorazione.

Il futuro della Stazione spaziale internazionale si inserisce in una trasformazione più ampia del modello spaziale statunitense. La questione del rientro riguarda il rapporto tra pubblico e industria, la gestione del rischio tecnologico e la continuità della presenza americana in orbita bassa.

La decisione finale non sarà soltanto tecnica. Definirà il modo in cui gli Stati Uniti intendono organizzare la propria infrastruttura spaziale nel prossimo decennio, tra cooperazione internazionale, iniziativa privata e competizione strategica.

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