SOCIETÀ

Spazio, deterrenza e vulnerabilità occidentali

Per molto tempo lo spazio è rimasto sullo sfondo delle grandi narrazioni geopolitiche: indispensabile per il funzionamento delle società contemporanee, ma percepito come un ambiente regolato, distante dalle logiche più dure della competizione militare. Un dominio fragile, certo, ma protetto dall’idea che alcune soglie non potessero essere superate senza conseguenze sistemiche inaccettabili.

Il rapporto Countering Russian escalation in space, pubblicato dall'Atlantic Council, invita a riconsiderare questa assunzione. Secondo gli autori, Stati Uniti ed Europa continuano a interpretare il comportamento russo nello spazio attraverso una lente occidentale, proiettando su Mosca una propria idea di deterrenza, di costi accettabili e di razionalità strategica. Un esercizio che rischia di rivelarsi fuorviante.

Nella lettura proposta dal think tank, lo spazio non è più soltanto un’infrastruttura critica da proteggere, ma uno strumento potenziale di coercizione. Un dominio in cui la Russia potrebbe essere disposta a correre rischi elevati – anche danneggiando l’ambiente orbitale o i propri asset – se questo consente di influenzare l’andamento di una crisi o di consolidare un vantaggio ottenuto altrove. È in questo scarto di percezione, più che nella tecnologia, che il rapporto individua una delle principali vulnerabilità occidentali.

Il limite del mirror imaging occidentale

Uno dei concetti chiave del documento è quello di mirror imaging: la tendenza ad attribuire all’avversario le proprie categorie mentali e le proprie soglie di accettabilità. Nel caso russo, sostengono gli autori, questo errore ha portato per anni a sottostimare la probabilità di azioni considerate eccessive o irrazionali secondo i parametri occidentali, ma non necessariamente tali nella dottrina di Mosca.

La deterrenza, nella tradizione euro-atlantica, è prevalentemente intesa come dissuasione: rendere un’azione troppo costosa perché venga intrapresa. Nella dottrina russa, invece, deterrenza, coercizione e compellence tendono a fondersi in un unico concetto operativo, in cui l’uso controllato dell’escalation è visto come uno strumento legittimo di gestione della crisi. Questo vale anche per lo spazio.

Escalate to de-escalate

Il rapporto dedica ampio spazio all’idea russa di escalate to de-escalate: l’uso deliberato di un’azione destabilizzante per indurre l’avversario a fermarsi o a negoziare da una posizione di svantaggio. Applicata allo spazio, questa logica può tradursi in attacchi che non mirano a ottenere un vantaggio militare immediato, ma a dimostrare la vulnerabilità sistemica delle infrastrutture occidentali.

Secondo gli autori, Mosca potrebbe considerare accettabile anche un danno autoindotto – come la generazione di detriti orbitali – se questo produce un effetto coercitivo più ampio. È una visione che entra in collisione con l’approccio occidentale, fortemente orientato alla preservazione dell’ambiente spaziale e alla gestione cooperativa delle orbite.

Tre scenari di escalation nello spazio

Per rendere concreti questi rischi, il rapporto costruisce tre scenari di riferimento. Il primo è quello di una detonazione nucleare in orbita bassa, con effetti elettromagnetici e radiativi in grado di compromettere un’intera fascia di satelliti. Uno scenario estremo, ma non escluso a priori, che metterebbe in discussione l’accesso stesso allo spazio per mesi o anni.

Il secondo scenario riguarda l’uso di armi anti-satellite a generazione di detriti, sul modello del test russo del 2021 che distrusse il satellite Cosmos-1408. In questo caso, l’obiettivo non è solo il singolo asset colpito, ma la creazione deliberata di un ambiente orbitale degradato, capace di colpire indiscriminatamente operatori civili, commerciali e militari.

Il terzo scenario, più graduale ma non meno insidioso, riguarda attacchi contro satelliti commerciali: interferenze, manovre di prossimità, cyber-attacchi. Azioni che possono restare sotto la soglia di una risposta militare immediata, ma che incidono su servizi essenziali come comunicazioni, navigazione e osservazione della Terra.

La fine della neutralità dello spazio commerciale

Uno degli elementi più rilevanti del rapporto è il superamento definitivo dell’idea di neutralità dello spazio commerciale. La crescente integrazione tra asset civili e funzioni militari rende i satelliti commerciali parte integrante delle architetture di sicurezza occidentali e, di conseguenza, potenziali bersagli.

Questa dinamica solleva interrogativi giuridici e politici ancora aperti: fino a che punto un attacco a un satellite commerciale può essere considerato un attacco armato? Quali obblighi di protezione ricadono sugli Stati? Il rapporto non offre risposte definitive, ma sottolinea come l’ambiguità stessa possa essere sfruttata come strumento di pressione strategica.


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I limiti della deterrenza tradizionale

Alla luce di questi scenari, il documento è critico verso un approccio basato esclusivamente sulla deterrenza per punizione. Sanzioni, condanne diplomatiche e risoluzioni internazionali restano strumenti necessari, ma difficilmente sufficienti a dissuadere un attore disposto ad accettare costi elevati nel breve periodo.

Inoltre, osservano gli autori, le democrazie occidentali mostrano una strutturale riluttanza all’azione preventiva, soprattutto in un dominio come lo spazio, fortemente regolato da norme internazionali e percepito come bene comune. Questa esitazione rischia di tradursi in una vulnerabilità strategica.

La proposta centrale del rapporto è quindi uno spostamento dell’asse della deterrenza verso la deterrence by denial of benefit. Rendere inefficace, o comunque poco vantaggiosa, un’azione ostile attraverso architetture resilienti, distribuite e capaci di assorbire un attacco senza collassare.

Proliferazione dei satelliti, diversificazione delle orbite, capacità di ricostituzione rapida e miglioramento della consapevolezza situazionale diventano così elementi di deterrenza a pieno titolo. Non per minacciare una ritorsione, ma per ridurre l’incentivo stesso all’escalation.

Europa ed ESA di fronte a un cambio di paradigma

È un messaggio che riguarda da vicino anche l’Europa. Negli ultimi anni l’Unione europea ha iniziato a riconoscere lo spazio come infrastruttura critica per la sicurezza, la difesa e l’autonomia strategica. Programmi come IRIS² per le comunicazioni satellitari sicure, l’integrazione dello spazio nella Bussola Strategica e il rafforzamento delle politiche di Space Situational Awareness e Space Traffic Management indicano un cambio di passo.

Allo stesso tempo, l’ESA ha intensificato il lavoro su resilienza, sostenibilità orbitale e protezione degli asset civili, in un contesto sempre meno separabile da quello della sicurezza. Il rapporto suggerisce però che l’Europa rischia di rimanere ancorata a una visione prevalentemente normativa, se non accompagna queste iniziative con una reale capacità di operare in scenari di crisi.

La conclusione del documento è esplicita: la deterrenza potrebbe non funzionare. Non perché le norme internazionali siano irrilevanti o la diplomazia inutile, ma perché non è possibile assumere che tutti gli attori condividano la stessa valutazione dei costi e dei benefici di un’escalation nello spazio. Per questo, sostengono gli autori, la priorità dovrebbe spostarsi dalla sola minaccia di ritorsione alla capacità di negare all’avversario i vantaggi strategici di un’azione ostile.

In questa prospettiva, la resilienza delle infrastrutture spaziali diventa uno strumento di deterrenza a pieno titolo. Architetture distribuite, capacità di ricostituzione rapida, consapevolezza situazionale e cooperazione con il settore commerciale non sono semplici misure difensive, ma elementi che riducono l’incentivo stesso all’attacco.

Il rischio, suggerisce il rapporto, è che l’Europa continui a investire nello spazio come infrastruttura, senza prepararsi pienamente allo spazio come dominio conteso. Prepararsi a uno scenario di crisi non significa normalizzare il conflitto, ma ridurre la probabilità che venga considerato conveniente.

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