SOCIETÀ

Un reattore nucleare sulla Luna entro il 2030

Gli Stati Uniti vogliono portare l’energia nucleare sulla Luna. Non come dimostrazione tecnologica isolata, ma come infrastruttura energetica stabile, destinata a sostenere una presenza continuativa sulla superficie lunare. L’obiettivo dichiarato è avere un reattore operativo entro il 2030, una scadenza che segna un cambio di passo nella strategia spaziale statunitense e che colloca il tema dell’energia al centro della nuova competizione lunare.

L’intesa è stata formalizzata da NASA e dal Dipartimento dell’Energia degli Stati Uniti, rafforzando una collaborazione già avviata negli anni precedenti per lo sviluppo di sistemi di produzione di energia nucleare destinati allo spazio profondo. “Se vogliamo restare sulla Luna e prepararci alle missioni verso Marte, dobbiamo costruire infrastrutture che funzionino in modo continuo”, ha dichiarato l’amministratore della NASA, Jared Isaacman. “L’energia nucleare è una componente essenziale per rendere sostenibile una presenza umana oltre la Terra”.

Energia come infrastruttura

Il punto non è solo tecnologico. Fissare una data – il 2030 – significa trasformare un programma di ricerca in una priorità operativa. Per la NASA, l’energia non è più un elemento di contorno delle missioni, ma una condizione abilitante. Senza una fonte continua e affidabile, parlare di basi, logistica e permanenza umana sulla Luna resta un’ipotesi teorica.

Isaacman lo ha chiarito più volte: tornare sulla Luna non basta. L’obiettivo è costruire le capacità per restarci e per utilizzare la Luna come piattaforma verso Marte. In questa prospettiva, il reattore di superficie non è un fine in sé, ma il primo elemento di un’architettura energetica destinata a crescere nel tempo.

La cornice politica statunitense

L’accordo tra NASA e Dipartimento dell’Energia si inserisce in una linea politica definita già da alcuni anni. Con la Space Policy Directive-6, adottata nel 2020, gli Stati Uniti hanno formalizzato una strategia nazionale per il nucleare nello spazio, distinguendo in modo netto l’uso energetico civile dalle applicazioni militari e indicando la necessità di sviluppare capacità autonome per l’esplorazione oltre l’orbita terrestre.

Quella direttiva ha dato continuità a programmi che hanno attraversato amministrazioni diverse e ha chiarito che il nucleare spaziale non è un’eccezione, ma una componente strutturale della politica spaziale statunitense. L’intesa più recente traduce quel quadro strategico in un obiettivo concreto, con tempi e responsabilità definite.

La competizione con la Cina

L’accelerazione americana sul nucleare lunare va letta anche nel contesto della cosiddetta seconda corsa alla Luna. A differenza della competizione degli anni Sessanta, oggi il confronto non riguarda più il gesto simbolico dell’allunaggio, ma la capacità di costruire e mantenere infrastrutture operative nel tempo. In questo scenario, l’energia diventa un indicatore di autonomia, resilienza e leadership tecnologica.

Negli ultimi anni la Cina ha chiarito che la propria ambizione lunare non si esaurisce nell’allunaggio con equipaggio. Il programma cinese punta a una presenza stabile al polo sud lunare nel corso degli anni Trenta, attraverso la realizzazione della International Lunar Research Station, inizialmente sviluppata insieme alla Russia ma concepita come piattaforma aperta a partner internazionali. Nei documenti ufficiali, la stazione viene descritta come un’infrastruttura scientifica e tecnologica di lungo periodo, non come una sequenza di missioni episodiche.

In questo quadro, il tema dell’energia è centrale anche per Pechino. Negli ultimi due anni, funzionari del programma spaziale cinese hanno citato esplicitamente l’ipotesi di utilizzare sistemi nucleari sulla Luna per garantire continuità operativa durante la notte lunare e nelle regioni polari. La convergenza tra Stati Uniti e Cina su questo punto evidenzia come il problema energetico non sia ideologico, ma strutturale.


Leggi anche: Luna, atto II


Per Washington, arrivare per primi con un reattore nucleare di superficie significa fissare uno standard tecnologico e operativo. Significa dimostrare la capacità di trasformare la Luna in un ambiente funzionale, dotato di energia continua, logistica e resilienza. È la stessa logica che emerge dal programma Artemis: prima le infrastrutture, poi la crescita delle attività.

Prima ancora che geopolitico, il problema è fisico. Il giorno lunare dura circa 29 giorni terrestri, con notti che si estendono per oltre due settimane consecutive. Una base che dipenda esclusivamente dal fotovoltaico deve affrontare lunghi periodi senza produzione di energia, con la necessità di accumuli molto estesi e sistemi di gestione termica complessi.

Il vincolo è ancora più evidente nelle regioni polari, oggi al centro delle architetture Artemis. Qui esistono aree permanentemente in ombra che non ricevono mai luce solare diretta. La loro esistenza è documentata da osservazioni scientifiche consolidate e dai dati raccolti dalle missioni lunari della NASA. In queste condizioni, il solare diventa una soluzione parziale, efficace solo se affiancata da altre fonti.

I limiti del solare nelle missioni di lunga durata

La NASA lo riconosce apertamente nei documenti tecnici del programma Fission Surface Power: l’energia solare, da sola, non è in grado di garantire continuità operativa durante la notte lunare. Aumentare la capacità di accumulo significa aumentare massa, complessità e costi, con un impatto diretto sull’intera architettura di missione.

È su questo punto che il nucleare viene considerato una soluzione pragmatica. Non per sostituire il solare in ogni contesto, ma per assicurare una base di potenza costante, capace di sostenere habitat, sistemi di supporto vitale, telecomunicazioni e strumenti scientifici per mesi e anni.

Dal nucleare spaziale ai reattori di superficie

L’uso del nucleare nello spazio non parte da zero. Stati Uniti e Unione Sovietica hanno utilizzato per decenni generatori a radioisotopi per alimentare sonde e missioni scientifiche, dalle Voyager a Cassini. Si trattava però di potenze limitate, adatte a carichi scientifici, non a infrastrutture di superficie.

Il salto di scala è rappresentato dai reattori di fissione. Il programma Fission Surface Power prevede sistemi in grado di fornire almeno 40 chilowatt elettrici in modo continuo per circa dieci anni. Una potenza sufficiente a sostenere una prima base lunare e a fungere da nucleo energetico per architetture più complesse.

Una traiettoria di crescita

Nei documenti NASA, questi sistemi sono descritti come reattori compatti, trasportabili con lander cargo e progettati per essere dispiegati a distanza di sicurezza dagli habitat. Le analisi più recenti indicano anche una possibile evoluzione verso potenze più elevate, dell’ordine delle centinaia di chilowatt, coerenti con l’idea di basi più grandi e attività di superficie più articolate.

In questa prospettiva, la Luna diventa un (ennesimo) banco di prova. Un ambiente sufficientemente vicino alla Terra da consentire un controllo operativo più stretto, ma abbastanza estremo da rappresentare una sfida reale per tecnologie destinate, in futuro, anche a missioni marziane.

Cosa dice il diritto internazionale

L’uso dell’energia nucleare sulla Luna solleva interrogativi giuridici ricorrenti. Il Trattato sullo spazio extra-atmosferico del 1967 vieta il collocamento di armi nucleari e di altre armi di distruzione di massa nello spazio e sui corpi celesti, ma non proibisce l’uso dell’energia nucleare per scopi civili. La distinzione tra uso bellico ed energetico è chiara e consolidata.

A questo quadro si affiancano le linee guida ONU del 1992 sulle fonti nucleari nello spazio, che fissano criteri di sicurezza e gestione del rischio senza introdurre divieti generalizzati. Il vero vincolo resta quello della responsabilità: in caso di danni causati da oggetti spaziali, lo Stato di lancio risponde direttamente.

Se un reattore di superficie diventerà operativo entro il 2030, il significato andrà oltre il dato tecnologico. Disporre di una fonte energetica continua sulla Luna significa rendere possibile la permanenza, e la permanenza cambia la natura stessa dell’esplorazione. La Luna smette di essere solo una destinazione e diventa uno spazio operativo, dove contano durata, resilienza e capacità infrastrutturale.

Per la NASA, la sfida è anche interna: trasformare una visione strategica in un sistema funzionante, rispettando tempi, costi e requisiti di sicurezza. Il 2030 diventa così una data di verifica per l’ambizione statunitense di costruire l’infrastruttura energetica necessaria a restare sulla Luna.

© 2025 Università di Padova
Tutti i diritti riservati P.I. 00742430283 C.F. 80006480281
Registrazione presso il Tribunale di Padova n. 2097/2012 del 18 giugno 2012