Migranti e “paesi sicuri”: così l’Unione Europea blinda le frontiere e cancella il diritto d’asilo
Le frontiere dell’Unione Europea diventeranno presto più strette e sempre meno accessibili per i migranti. Così ha deciso a maggioranza il Parlamento Europeo, la scorsa settimana, con due votazioni che cambiano alla radice il concetto stesso di accoglienza e del diritto all’asilo, che almeno fino a ieri era uno dei capisaldi dell’Unione, tutelato dall’articolo 18 della Carta dei diritti fondamentali dell’UE. Le nuove normative, che ora dovranno essere approvate formalmente dal Consiglio dell’Unione Europea e che andranno a integrare il nuovo Patto sull’Asilo e la Migrazione (entrata in vigore prevista per il prossimo giugno), renderanno più semplici i respingimenti dei richiedenti asilo. Il primo regolamento contiene un elenco di nazioni che l’Unione Europea considera “sicure” (e su alcune ci sarebbe parecchio da obiettare): Bangladesh, Colombia, Egitto, Kosovo, India, Marocco, Tunisia. Vuol dire che tutti i migranti provenienti da quei paesi non potranno più chiedere asilo all’interno dell’UE se non dimostrando di fuggire da un pericolo, per un fondato e personale timore di persecuzione. Quindi l’onere della prova sarà ribaltato e ricadrà sul richiedente: senza dimostrazioni certe, la domanda potrà essere respinta. Fra le nazioni di origine considerate sicure rientrano, salvo casi specifici, anche i Paesi candidati, in un futuro più o meno prossimo, ad aderire all’UE: vale a dire Albania, Bosnia Erzegovina, Georgia, Macedonia del Nord, Moldavia, Montenegro, Serbia, Turchia e Ucraina.
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Il secondo regolamento approvato inserisce invece tra le norme il concetto di “Paese terzo sicuro” in base al quale potrebbe essere dichiarata l’inammissibilità della richiesta d’asilo. I richiedenti asilo nell’UE, non cittadini di quel determinato Paese, potranno comunque essere trasferiti lì d’ufficio in presenza di alcune condizioni: l’esistenza di un legame famigliare, linguistico o culturale tra il richiedente e il Paese terzo; che il richiedente sia transitato in quel Paese terzo prima di arrivare in Ue, presumendo che lì avrebbe potuto chiedere una protezione effettiva; o l’esistenza di un accordo bilaterale o dell’Ue con quel Paese. C’è chi le definisce deportazioni: di certo saranno eseguite senza il consenso dei diretti interessati. Le domande saranno esaminate al massimo entro 90 giorni, anziché in 6-12 mesi: ma durante questo periodo il richiedente non avrà libertà di movimento, e sarà trattenuto in appositi centri presso la frontiera. Peraltro il ricorso contro una decisione di inammissibilità di una domanda di protezione non sospenderà automaticamente la disposizione di rimpatrio. Le nuove clausole non saranno applicate ai minori non accompagnati, ma alle famiglie con minori sì. Il testo inoltre non sembra legittimare il fallimentare (almeno finora) e assai costoso protocollo d’intesa tra Italia e Albania, con la costruzione dei centri per migranti a Shengjin e Gjader, creati dal governo italiano per gestire altrove le richieste di asilo e il rimpatrio dei migranti. “Gli accordi conclusi dall’UE o dai suoi Stati membri con un paese terzo - è scritto nel testo approvato - devono includere una disposizione che obblighi il paese terzo a esaminare nel merito qualsiasi richiesta di protezione effettiva presentata dalle persone interessate”. Come dire: sarà il paese terzo a doversi far carico interamente dei migranti, comprese le procedure d’asilo per l’esame delle loro domande. Quindi: o si cambia il protocollo Italia-Albania oppure quei centri resteranno deserti.
L’estrema destra detta legge
Le modifiche alle normative comunitarie hanno sollevato un’ondata di critiche, soprattutto da parte delle organizzazioni umanitarie (le vedremo più avanti nel dettaglio). Ma quel che ha più sorpreso, a livello politico, è la tanto inedita quanto ampia maggioranza che si è raccolta compatta attorno a queste proposte, votate sia dai conservatori del Partito Popolare Europeo sia dai deputati di tutti i gruppi della destra più estrema e nazionalista: vale a dire i Conservatori e Riformisti Europei (il gruppo guidato da Fratelli d’Italia, di cui fanno parte anche gli spagnoli di Vox), i Patrioti per l’Europa (con la triade Orbàn, Salvini e Le Pen) e l’Europa delle Nazioni Sovrane (con i neonazisti tedeschi di Alternative für Deutschland a fare da capofila). Il che certifica un netto cambio di strategia per il PPE, che alle elezioni europee del 2024 aveva escluso qualsiasi apparentamento con i gruppi dell’estrema destra (la “linea nera” tracciata dai padri fondatori De Gasperi, Schuman e Adenauer, nel segno dell’accoglienza e della solidarietà, era stata per decenni davvero invalicabile), ma che ora sempre più frequentemente flirta con loro, giocando alla “maggioranza variabile” a seconda delle convenienze del momento. E di fatto ribaltando gli equilibri di potere che fin qui avevano definito l’azione dell’Europarlamento. Con il presidente del gruppo PPE al Parlamento Europeo, Manfred Weber, che si è spinto a prefigurare, per le elezioni che si terranno del 2029, un testa a testa proprio tra i Popolari e i gruppi dell’estrema destra, “vista la debolezza di Socialisti Liberali e Verdi”.
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Dunque si profila per il futuro, se questa previsione dovesse realizzarsi, un’Unione Europea a trazione sempre più spostata a destra, con politiche marcatamente di destra, com’è appunto quella che vede nelle migrazioni e nei migranti un “pericolo da combattere”, nonostante i numeri dicano il contrario, con le richieste d’asilo crollate del 27% nel 2025. E nonostante tutti i più importanti centri di ricerca, oltre alla Banca Centrale Europea, concordino su un dato economico che ormai è indiscutibile: i lavoratori stranieri svolgono un ruolo sempre più importante nei mercati del lavoro dell’area euro, e non soltanto. Come ha invece compreso la Spagna, che ha recentemente consentito a mezzo milione di migranti entrati illegalmente nel Paese, di regolarizzare la loro posizione, di ottenere, sulla base di alcuni precisi requisiti, un permesso di soggiorno e di lavoro. Di essere accolti e integrati, non respinti. Con la Banca Centrale spagnola che aveva stimato in 250.000-300.000 il fabbisogno annuale di lavoratori migranti per sostenere lo stato sociale. Come invece non hanno compreso gli Stati Uniti, dove la repressione cieca e indiscriminata dell’immigrazione ha portato ai tragici raid compiuti dall’ICE in Minnesota, e al paradosso di un eccezionale clima di tensione e di terrore innescato dagli stessi agenti che avrebbero dovuto garantire l’ordine pubblico.
Amnesty: “Un giorno buio per i diritti umani”
Le nuove linee guida che l’Unione Europea s’è data per rendere più facili i respingimenti dei migranti alle frontiere hanno sollevato diverse critiche dalle associazioni che si occupano di diritti umani. A partire da Amnesty International, che per voce di Olivia Sundberg Diez, Advocate UE per la Migrazione e l’Asilo, ha dichiarato: “È un giorno molto buio per i diritti umani nell’UE. Questo attacco al diritto all’asilo è in corso mentre una vasta gamma di misure punitive di deportazione è ancora in fase di negoziazione. Con questo voto il Parlamento Europeo sta cedendo a una campagna durata decenni per smantellare i diritti umani, a partire dai diritti dei richiedenti asilo, dei rifugiati e dei migranti. Un cambiamento politico che colpisce il cuore dei principi fondamentali dell’UE. Queste misure segnano un’abdicazione dell'impegno dell'UE per la protezione dei rifugiati e spianano la strada agli Stati membri dell'UE per mediare accordi con paesi terzi per l’elaborazione offshore delle richieste di asilo”. Altrettanto dura la presa di posizione di Gianfranco Schiavone, Presidente del Consorzio Italiano di Solidarietà e membro dell’Associazione Studi Giuridici sull’Immigrazione, che al quotidiano Vita ha dichiarato: “Questi sono i tentativi più estremisti che io abbia mai visto per liberarsi delle domande d’asilo, cedendo le persone a Paesi terzi sulla base di un mero fatto geografico. Ma transitare da un Paese non vuol dire avere un legame con quel Paese. Applicare questo principio equivale a rifiutare di esaminare quasi tutte le domande d’asilo di chi proviene da un Paese extra Ue e diverso da quello confinanti con l’Ue. Si introdurrebbe così, in modo surrettizio una sorta di enorme limitazione geografica all’applicazione della Convenzione di Ginevra, scelta che non è tuttavia possibile per gli Stati dell’Unione. L’altra fattispecie non è meno estremista perché si basa sull’assunto: Io non esamino la tua domanda, ho fatto un accordo con un altro Paese del mondo, ovunque sia, che non ha nulla a che fare con la tua vita. Una persona che arriva dal Bangladesh può finire in Ruanda, o dalla Somalia finire in Kazakistan, per esempio. Oltre al fatto di mandare persone in luoghi che non applicano il diritto europeo e sui quali non abbiamo controllo, c’è un ostacolo giuridico che è un muro invalicabile: uno Stato che ha firmato la Convenzione di Ginevra non può liberarsi dei propri obblighi cedendo le persone a un altro Paese come se vendesse quote di un’azienda. Non puoi vendere gli obblighi perché non li vuoi rispettare”. “Siamo di fronte - conclude Schiavone - a un estremismo politico senza precedenti, votato dai Popolari e dall’estrema destra. È una responsabilità storica che il Partito Popolare Europeo si porterà addosso come una macchia indelebile”.
È del tutto evidente che queste norme hanno come principale, se non unico, obiettivo quello di restringere profondamente il diritto d’asilo. Di introdurre uno schema basato sulla detenzione e sul respingimento dei migranti, anche a costo di violare trattati e convenzioni internazionali. Peraltro arrivando a considerare “sicuri” paesi tutt’altro che democratici, dove anche soltanto esprimere solidarietà può diventare un crimine. Come l’Egitto, dove sono sempre più diffuse le violazioni gravi ai diritti dei rifugiati. O come la Tunisia, con una situazione che Human Rights Watch, nel report pubblicato all’inizio di quest’anno, descrive così: “Le autorità tunisine hanno processato nel corso del 2025 decine di persone, tra cui importanti figure dell’opposizione, avvocati e attivisti, e le hanno condannate a lunghe pene detentive per accuse vaghe, tra cui terrorismo o cospirazione contro la sicurezza dello Stato. Il governo ha trasformato la detenzione arbitraria in una pietra angolare della sua politica repressiva, volta a privare le persone dei loro diritti civili e politici. Lo spazio civico si è ridotto mentre le autorità molestavano attivisti e prendevano di mira organizzazioni della società civile con indagini penali infondate, maggiori controlli finanziari e amministrativi e restrizioni sulle loro attività.