SOCIETÀ

Migranti, la Spagna sceglie l’integrazione: “Sono indispensabili per lo stato sociale”

Il governo spagnolo ha deciso di mostrare con i fatti che c’è un altro modo per affrontare la gestione delle migrazioni. Una linea d’azione in netta controtendenza rispetto allo schema che va più di moda ultimamente in gran parte delle nazioni d’Europa, oltre che negli Stati Uniti: quello delle emarginazioni sociali, delle diffuse ostilità verso gli immigrati, o nei casi peggiori delle violenze (le recenti, disumane scorribande dell’ICE e della US Border Patrol a Minneapolis ne sono l’esempio più drammatico, ma non isolato), dei muri alzati, delle detenzioni illegali, dei diritti stracciati, delle deportazioni ovunque, purché sia altrove. La Spagna no. Per la Spagna l’immigrazione non può e non deve essere considerata una minaccia, ma al contrario, un’opportunità, anche economica. Così il governo progressista guidato da Pedro Sánchez ha deciso, attraverso un decreto straordinario (tecnicamente un Decreto Reale, che non richiede la ratifica al Congresso), sostenuto anche dall’alleato di sinistra Podemos, di consentire a più di mezzo milione di migranti, attualmente senza documenti, dunque entrati illegalmente, di legalizzare il loro soggiorno nel paese e di ottenere un permesso di lavoro. Di essere accolti e integrati, non respinti. La Ministra dell’Inclusione, della Sicurezza Sociale e della Migrazione, Elma Saiz, è stata chiara nell’esporre il principio alla base della decisione: “Oggi è per noi un giorno storico: riteniamo necessario riconoscere e dare dignità a coloro che già fanno parte della società spagnola. La regolarizzazione assicurerà garanzie, opportunità e diritti ai migranti che fino ad ora si trovavano in una situazione di vulnerabilità e mancanza di protezione legale. Stiamo rafforzando un modello migratorio basato sui diritti umani, sull'integrazione, la convivenza e la compatibilità con la crescita economica e la coesione sociale”. Per accedere alla sanatoria ci sono comunque dei requisiti da rispettare: trovarsi in Spagna da almeno cinque mesi, non avere precedenti penali, oppure aver presentato domanda di asilo prima della fine del 2025. 

Non è la prima volta che la Spagna decide di ricorrere a sanatorie verso i migranti, dimostrando un’attenzione inusuale, anche con differenti forze politiche al governo: l’ultima fu promossa nel 2005 dal leader socialista José Luis Rodríguez Zapatero, ma prima ci furono le due regolarizzazioni speciali firmate dal conservatore José María Aznar, e ancor prima, a partire dal 1986, quelle promosse da un altro leader socialista, Felipe González. Il decreto attuale, a favore del quale si sono schierate diverse organizzazioni, sociali, imprenditoriali e religiose (la Conferenza Episcopale ha salutato questa misura come “un atto che riconosce la dignità dei migranti”), è stato invece accolto con rabbia dall’opposizione spagnola. Santiago Abascal, del partito di estrema destra Vox, è arrivato a sostenere che “…il tiranno Sánchez odia il popolo spagnolo, vuole accelerare l’invasione dei migranti”, ribadendo al tempo stesso quale sarebbe invece la sua priorità, in linea con le politiche repressive espresse da tutte le destre più estreme: la remigrazione, la deportazione di massa di chiunque sia nato all’estero, anche se si tratta di cittadini naturalizzati. Mentre il leader del Partito Popolare, Alberto Núñez Feijóo, oltre a minacciare azioni legali contro l’operato del governo, ha promesso di “ribaltare le politiche migratorie del governo” qualora il suo partito dovesse vincere le prossime elezioni, che si terranno entro l’estate del 2027.

Sánchez va controcorrente

Politicamente la mossa del Partito Socialista spagnolo è chiara: smarcarsi, distinguersi, e non rincorrere i temi più cari alle destre, quali appunto la stretta sull’immigrazione e il mantra della sicurezza, come molti partiti di sinistra tentano di fare da anni, con risultati risibili (gli esempi sono innumerevoli, ma uno dei più eclatanti è quello del Regno Unito). E Pedro Sánchez è il leader europeo che più platealmente ha deciso di sfidare e di schivare i diktat imposti dal nuovo modello autoritario: come quando ha detto un secco no all’aumento delle spese militari per la NATO, che Donald Trump aveva preteso di portare al 5% del prodotto interno lordo, definendolo “irragionevole e incompatibile con il nostro stato sociale”. Come dire: aumentare in questo modo le spese di difesa significherebbe drenare risorse indispensabili per garantire servizi sociali. Quindi no grazie; mentre molte altre nazioni, nonostante i conti pubblici tutt’altro che floridi, hanno chinato la testa al volere del presidente americano, anche per timore di future ritorsioni. 

La Spagna è uno straordinario paradosso dei nostri tempi. La sua economia corre al doppio della velocità rispetto al resto dell’Eurozona (soltanto il Portogallo tiene il passo), con un PIL in aumento del 2,8 per cento nel 2025, e si prevede che la cifra rimarrà al di sopra il 2% anche per i prossimi anni (Francia e Italia viaggiano attorno allo zero virgola, Germania all’1%, Regno Unito 1,5%). Le ragioni del successo spagnolo sono molteplici, sostenute da settori trainanti come turismo e servizi, con un mercato del lavoro in crescita. “Ma l’economia spagnola sta ricevendo un forte impulso anche dall’immigrazione”, spiegava alcuni mesi fa Filippo Taddei, economista senior di Goldman Sachs, una delle più grandi banche d’affari del mondo. “Il paese accoglie più persone rispetto alla dimensione della popolazione rispetto a Germania, Francia o Italia, e l’ultimo afflusso è caratterizzato da immigrati con livelli più elevati di istruzione e competenze lavorative. Questa tendenza demografica distintiva potrebbe mettere la Spagna su una base migliore rispetto al resto d’Europa”. Peraltro la Spagna, rilevava ancora Goldman Sachs, sarà meno colpita dai dazi americani perché la sua quota di esportazioni verso gli Stati Uniti è nettamente inferiore alla media europea. Inoltre il debito pubblico è stabilizzato; e il salario minimo è aumentato del 61% dal 2018. Eppure, politicamente, il governo di minoranza guidato da Pedro Sánchez si trova in gravissime difficoltà, con un indice di gradimento di appena il 33%, con il Partito Socialista travolto dagli scandali (su tutti quello che vede coinvolto l’ex ministro dei Trasporti, José Luis Ábalos, una delle figure più in vista del Psoe, finito in carcere lo scorso novembre con l’accusa di aver accettato, assieme ad altri funzionari, tangenti per oltre 50 milioni di euro su diverse forniture di mascherine all’epoca della pandemia) e finito al centro delle critiche anche per via del recente, drammatico incidente ferroviario di Adamuz, nei pressi di Còrdoba.

Lo scontro è soltanto ideologico

Ma Sánchez dimostra di non avere alcuna intenzione di arretrare e continua a portare avanti la sua agenda, raccogliendo risultati sia sulla scena internazionale sia su quella interna. E non è da escludere, come ha recentemente scritto su Le Monde lo storico Benoît Pellistrandi, che decida di sfruttare la scia di questi successi anticipando già a quest’anno le elezioni generali, nella speranza di avere ancora una chance di rielezione. Il decreto straordinario sull’immigrazione non avrà comunque un riflesso diretto sul prossimo voto, sia che si svolga nel 2026 o alla sua scadenza naturale, entro l’estate 2027. Il portale del NIE (“Número de Identidad de Extranjero”, un numero che permette, con un codice, di identificare fiscalmente gli stranieri che vivono in Spagna) lo spiega chiaramente, sgomberando il campo da qualsiasi dubbio e analizzando nel dettaglio il Piano di Regolarizzazione 2026: “La residenza temporanea o a lungo termine non garantisce la cittadinanza spagnola, né il diritto di voto nelle elezioni nazionali. Solo i cittadini spagnoli possono votare alle elezioni generali”. La residenza temporanea che sarà concessa agli stranieri, sulla base dei requisiti cui accennavamo prima (le domande potranno essere presentate a partire dalla prossima primavera), comporterà che i richiedenti dovranno pagare tasse e contributi alla previdenza sociale come qualsiasi altro residente legale. Quanto alla principale accusa sollevata dalle opposizioni (“questa amnistia incoraggerà ancor più l’immigrazione illegale”) il governo spagnolo ha risposto opponendo diverse ragioni: anzitutto che il programma ha una data limite rigorosa che esclude esplicitamente chi è entrato in Spagna dopo il 31 dicembre 2025. Inoltre annunciando che i controlli di frontiera restano invariati. La ministra all’Immigrazione Elma Saiz l’ha spiegato chiaramente: “La misura è pensata per far uscire i lavoratori dall’economia sommersa, dove i migranti senza documenti sono spesso vulnerabili allo sfruttamento”. D’accordo anche Juan Miralles, della Fundación CEPAIM, interpellato sul tema dall’emittente televisiva tedesca Deutsche Welle: “L’effetto di attrazione è escluso perché ha una temporalità molto chiara, una data definita e una scadenza limitata per le domande. Dobbiamo tenere presente che le persone che ne beneficiano già vivono e lavorano in Spagna”. E sulla polemica politica, o per meglio dire ideologica, Miralles aggiunge: “Purtroppo alcuni partiti continuano a cercare di ottenere voti con discorsi aggressivi contro l’immigrazione. Cercano di trasmettere un’immagine di caos molto lontana dai dati reali, dal momento che gli arrivi tramite rotte irregolari verso le coste spagnole sono stati ridotti del 40% nel corso del 2025”.

I migranti sono indispensabili

Dunque una misura che avrà, se gestita con criterio, una valenza sia sociale sia economica. Perfettamente in linea con il suggerimento unanime fornito negli ultimi anni dal Fondo Monetario Internazionale, dall’OCSE (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico), dalla Commissione Europea e dall’Organizzazione Internazionale del Lavoro, secondo i quali “i lavoratori stranieri sono indispensabili per poter sostenere lo stato sociale”. Per poter pagare le pensioni, in un’epoca contrassegnata da un generale invecchiamento della popolazione e un calo dei tassi di natalità (anche l’Italia ne sa qualcosa). La stessa Banca Centrale spagnola, dopo aver calcolato che il contributo della popolazione migrante ha generato il 25% della crescita del PIL nell’ultimo anno (il che vuol dire che senza i migranti l’economia spagnola sarebbe cresciuta assai meno), ha stimato che il paese avrebbe bisogno di 250.000-300.000 lavoratori migranti ogni anno per sostenere lo stato sociale. Ribadendo il principio che gli immigrati sono necessari, non un problema. Che le politiche di accoglienza e di integrazione, a differenza di quelle di respingimento indiscriminato, possono diventare un volano di crescita sociale ed economica. Alla fine del 2024 anche l’Agenzia per il Lavoro delle Nazioni Unite aveva lanciato un avvertimento, che di fatto era un consiglio: “i lavoratori migranti sono indispensabili per la crescita economica globale”. Un’indicazione che davvero in pochi hanno ascoltato. 

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