Israele accelera sull’annessione dei territori della Cisgiordania
Il parlamento israeliano ha votato pochi giorni fa una risoluzione che consentirà al governo guidato da Benjamin Netanyahu di registrare territori della Cisgiordania occupata come “terre statali”. Quindi stabilendo, per citare i termini biblici utilizzati alla Knesset, “l’applicazione della sovranità israeliana alla Giudea, alla Samaria e alla Valle del Giordano”. Si parla di territori, contrassegnati come “Area C”, pari a circa la metà dell’intera Cisgiordania, attualmente abitati da circa 300.000 palestinesi che finora sono stati costretti a convivere, con una tensione crescente, con altrettanti o poco più (325.000, secondo le stime del gruppo per i diritti umani Btselem) coloni israeliani. Secondo il Ministero degli Esteri di Gerusalemme si tratta di una misura amministrativa che consentirà di “riportare ordine” nella registrazione di quelle terre. Perché i palestinesi saranno chiamati a dimostrare di poter reclamare legalmente la proprietà di quelle superfici, ed è praticamente impossibile che possano farlo (si presume che i vecchi documenti siano andati persi o distrutti dopo decenni di occupazione e di guerra). La proposta prevede invece la costruzione di centinaia di unità abitative destinate alla comunità ultra-ortodossa israeliana.
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Perciò sono in molti a ritenere che si tratti invece di un’annessione effettiva di quei territori, conquistati da Israele nel 1967 nella guerra dei Sei Giorni, che l’intera comunità internazionale considera ancora oggi occupati illegalmente. Come aveva ribadito appena nel 2024 la Corte Internazionale di Giustizia, con una sentenza che recitava così: “L’abuso sostenuto da parte di Israele della sua posizione di Potenza occupante, attraverso l’annessione e l’affermazione del controllo permanente sul Territorio Palestinese Occupato e la continua frustrazione del diritto del popolo palestinese all’autodeterminazione, viola i principi fondamentali del diritto internazionale e rende illegale la presenza di Israele nel Territorio Palestinese Occupato”. La ICJ (International Court of Justice) aveva inoltre invitato Israele a cessare le attività di nuovi insediamenti, evacuare i coloni e fare riparazioni per i danni causati. La Presidenza palestinese, con sede a Ramallah, ha risposto con toni preoccupati all’ultima mossa, del tutto unilaterale e al di fuori di qualsiasi contesto giuridico, del parlamento israeliano: “La decisione israeliana costituisce un’annessione de facto del territorio palestinese occupato e una dichiarazione dell’avvio dei piani per annettere terre palestinesi con l’obiettivo di consolidare l’occupazione attraverso attività illegali di insediamento, in violazione degli accordi firmati e contraddicendo le risoluzioni del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, in particolare la Risoluzione 2334, che considera illegale ogni attività di insediamento nell’intero territorio palestinese occupato, inclusa Gerusalemme Est”. Anche Egitto e Qatar hanno esplicitamente criticato l’azione israeliana, definendola “illegale secondo il diritto internazionale”; mentre il ministero degli esteri della Giordania ha definito la decisione “una palese violazione del diritto internazionale e del diritto internazionale umanitario, che mina il diritto inalienabile del popolo palestinese all’autodeterminazione e ostacola l’istituzione del loro stato sovrano indipendente”.
La prepotenza dei più forti
Insomma, siamo alle solite. C’è (o forse c’era) un diritto, codificato e riconosciuto a livello internazionale; ma c’è anche chi non lo rispetta, opponendo alla ragione la legge del più forte, del più sfrontato, calpestando con prepotenza qualsiasi regola. E, purtroppo, non c’è organismo sovranazionale che riesca a far rispettare quel diritto, consentendo così ai “più forti” di continuare ad agire indisturbati. Come se il diritto, internazionale o umanitario, fosse ormai ridotto a una questione privata, a un interesse privato, come continuano a ripetere sia Trump e i suoi seguaci, sia (e questo è forse ancor più preoccupante) diversi leader europei che in quella scia si stanno irresponsabilmente collocando. Interessante notare peraltro come il governo israeliano abbia deciso di procedere all’espansione dell’insediamento illegale di Adam, noto anche come Geva Binyamin, a nord-est di Gerusalemme Est (occupata illegalmente nel 1980: qui alcune mappe che spiegano visivamente l’occupazione militare israeliana della Cisgiordania) nonostante la contrarietà esplicita espressa, almeno pubblicamente, dal presidente americano. A settembre dello scorso anno, con il suo solito tono perentorio, Trump aveva dichiarato: “Non permetterò a Israele di annettere la Cisgiordania. No, non lo permetterò. Non succederà. È ora di fermarsi”. Invece è successo, e allora i casi sono due: o Trump mente oppure a Gerusalemme la destra estremista non tiene in alcun conto le minacce della Casa Bianca, forse nella convinzione che mai, da Washington, arriveranno concreti altolà. Scriveva al proposito, e senza troppi giri di parole, il quotidiano progressista Haaretz, già messo al bando alla fine del 2024 dal governo di Netanyahu per aver osato criticare l’esecutivo nel protrarsi della carneficina di Gaza: “Anche se Trump ha detto di essere contrario all’annessione - sostiene l’editoriale di Haaretz -, la destra israeliana non si fermerà finché non avrà rivendicato la sovranità su quella che era affettuosamente chiamata occupazione, ma che in realtà è un’espulsione di massa”. D’accordo anche Michal Braier, presidente dell’ong israeliana per i diritti umani Bimkom, che denuncia la malafede della norma: “Questo non è lo stato di diritto: è la legge dell’apartheid. Un sistema giuridico discriminatorio, un esproprio sistematico per favorire i coloni”.
Deportazioni su jet privati
Sulla ferocia dimostrata dal governo israeliano contro il popolo palestinese è stato già detto e scritto di tutto. I numeri dicono che sono almeno 75.000 i morti dall’attacco a Gaza nel 2023, oltre l’80% dei quali erano civili. E la carneficina prosegue ancora: secondo le stime dell’ONU, più di 570 gazawi sono stati uccisi e 1.500 feriti dal cessate il fuoco dello scorso ottobre. Almeno 108 dei palestinesi uccisi erano bambini e almeno 67 donne. Ma ci sono testimonianze, e pagine scritte, non ancora così note. Come l’inchiesta pubblicata all’inizio di febbraio dal magazine online indipendente +972 (formato da giornalisti israeliani e palestinesi), che ha rivelato come almeno 8 palestinesi arrestati dall’ICE negli Stati Uniti siano stati segretamente deportati in Cisgiordania, di concerto con il governo israeliano. Secondo il quotidiano Haaretz, che ne ha dato notizia, l’operazione è avvenuta in accordo con il servizio di sicurezza israeliano Shin Bet. Il magazine +972 riporta che i voli di deportazione (almeno 2) siano stati operati con un jet privato della Dezer Development, una società immobiliare fondata dallo sviluppatore israelo-americano Michael Dezer, oggi gestita da suo figlio, Gil Dezer, soci in affari di Donald Trump fin dai primi anni 2000 e finanziatori, per oltre 1,3 milioni di dollari, delle sue campagne presidenziali. Anche il quotidiano britannico Guardian ha recentemente rilanciato la notizia, diffusa dall’associazione Human Rights First (HRF), che dallo scorso ottobre, prima dei viaggi in Israele, il jet di Dezer aveva già effettuato altri quattro “voli di rimozione” di immigrati, verso Kenya, Liberia, Guinea e Eswatini.
Uno schema dunque: più o meno occulto, con ramificate complicità e in spregio a qualsiasi norma di diritto. E con queste premesse appare ancor più preoccupante il progetto fortemente voluto da Trump del cosiddetto Board of Peace, un club ristretto riservato agli stati più abbienti (finora hanno aderito oltre venti nazioni, e ciascuna, per farne parte in maniera permanente, dovrà mettere sul piatto un miliardo di dollari) che non fa parte dell’ONU e che dovrà occuparsi, per decisione unilaterale del presidente americano, di organizzare il futuro post-bellico di Gaza, la sua ricostruzione e la presenza di una “forza internazionale di stabilizzazione”, autorizzata dall'ONU, chiamata a garantire la sicurezza di Gaza durante un periodo di transizione. La prima riunione del Board of Peace, al quale l’Italia, pur invitata formalmente, parteciperà per ora soltanto in qualità di “osservatore”, si terrà giovedì prossimo, 19 febbraio, a Washington. “L’assenza dell'Italia a un tavolo dove si discute la pace nel Mediterraneo - ha spiegato il ministro degli esteri Tajani - non solo sarebbe politicamente incomprensibile, ma anche contraria alla lettera e allo spirito dell’Articolo 11 della nostra Costituzione, che sancisce il ripudio della guerra come mezzo per risolvere le controversie”. Si prevede che Trump presenterà un piano di ricostruzione da 5 miliardi di dollari. Molti dei principali alleati americani in Europa e altrove (Cina, Francia, Giappone, Regno Unito, Russia e Germania) hanno rifiutato di aderire, probabilmente per il sospetto che l’organismo d’élite possa puntare a sostituire il Consiglio di Sicurezza dell’ONU. Donald Trump si è autoassegnato la presidenza “a vita” dell’organismo, con poteri di nomina, invito e revoca dei membri. Per dire a quale punto è arrivato il rispetto delle norme del diritto internazionale.