L’antidoto alla solitudine? Una famiglia a noleggio
Shannon Mahina Gorman e Brendan Fraser in "Rental Family" (Searchlight Pictures)
Anche da buoni film commerciali è possibile trarre riflessioni sul mondo contemporaneo e le sue tendenze. Rental Family, commedia nippoamericana della regista Hikari (pseudonimo di Mitsuyo Miyazaki, al suo secondo lungometraggio dopo 37 Seconds) è una delle molte opere che tentano di illustrare all’Occidente logiche e tradizioni che regolano la società giapponese, spesso impenetrabili per chi si ferma all’immagine di un Paese tutto tecnologia e modernità. Esempio recente (di livello ben diverso) è Ritrovarsi a Tokyo di Guillaume Senez, che narrava del calvario vissuto dagli stranieri che, separandosi da coniugi nipponici, vengono privati dei diritti più elementari nella relazione con i figli.
Un rimedio molto giapponese ai tabù sociali
Hikari invece si concentra su un fenomeno che a noi sembra lunare, ma in Giappone è accettato e diffuso: il ruolo delle agenzie di “rental family”, che forniscono, su richiesta dei clienti, attori che impersonano componenti della loro famiglia, amici, sposi, figli. Lo scopo è quello di compensare un’assenza ritenuta socialmente intollerabile o comunque imbarazzante, spesso senza rivelare mai la messinscena ai parenti del committente.
Perno del film è il personaggio di Brendan Fraser, la cui presenza (fisica, mimica, drammaturgica) domina ogni sequenza dell’opera. Brendan è Phillip, un attore americano trapiantato a Tokyo che fatica a trovare ingaggi finché non si imbatte in Shinji, titolare di un’agenzia di “rental family”, che è in cerca di un “token white guy” (potremmo tradurlo come “un bianco emblematico”). Phillip, uomo buono e profondamente occidentale, si trova di fronte a un dilemma etico: è accettabile recitare al prossimo affetto, amore, vicinanza solo perché questa finzione viene espressamente richiesta, e sembra rispondere a un bisogno reale? Il dialogo con Shinji, un uomo d’affari dotato di molto acume (gran bel personaggio, cui presta il volto Takehiro Hira) chiarisce un aspetto chiave della società giapponese: poiché il disagio psicologico non è accettato, il ricorso a una simulazione concordata funge da palliativo, elemento regolatore e di prevenzione dei conflitti. Si tratta quindi, nella visione giapponese, di un beneficio che viene offerto a chi ne ha vitale necessità, ma non avrebbe altri mezzi per conseguirlo: una sorta di complessa e coreografica bugia a fin di bene, che dispiegherebbe i suoi effetti tanto verso il cliente (beneficiario consapevole) quanto verso i veri familiari (beneficiari inconsapevoli).
Il dilemma etico della menzogna a fin di bene
Nell’accettare il ruolo, Phillip si trova a penetrare uno dei recessi più oscuri della mentalità del Paese che lo ospita. Malgrado la narrazione tenga costantemente toni da “dramedy”, alternando momenti di ilarità con intimismo e mestizia, l’universo umano e psichico che Phillip si trova a esplorare lo porta a percorrere sempre il crinale tra realtà e finzione, empatia e simulazione, solidarietà e business. Phillip è chiamato a interpretare ruoli come il marito in un falso matrimonio (ciò che permette alla “sposa” di conquistare la libertà da una famiglia troppo protettiva), o il conoscente di un defunto che si dispera al suo funerale (con una variante locale non da poco rispetto alle prèfiche nostrane: qui il morto è vivo, e le sue finte esequie servono per il conforto di sentirsi compianto ed elogiato). Servizi tra il rituale e la sceneggiata, quelli che la “rental family” fornisce, davvero degni di approfondimento clinico, come l’espiazione simbolica da parte del dirigente aziendale colpevole di qualche manchevolezza sul lavoro.
Troppe storie che si sciolgono in un finale ipertrofico
Le cose si complicano quando Phillip, superate le angustie morali, accetta due ruoli cruciali e di lunga durata. Dovrà fingere di essere il padre mai conosciuto di Mia (Shannon Mahina Gorman), una bambina candidata a entrare in una scuola prestigiosa (l’assenza di una famiglia “standard” sarebbe un grave ostacolo per l’ammissione); e interpreterà il ruolo di un giornalista a caccia di reportage su un vecchio attore dimenticato, Kikuo (Akira Emoto), la cui amarezza da “Sunset Boulevard” ha convinto la figlia a ricorrere alla simulazione per farlo sentire, per l’ultima volta, celebrato. Da questo momento Rental Family si alterna di continuo tra le due vicende principali, nelle quali Phillip è messo alla prova sul piano morale e affettivo: perché è difficile, per un uomo buono, non provare tenerezza (reale) per una bambina che impara ad amarlo, o per un anziano in declino che chiede un ultimo sguardo. Tra umorismo e suspense, commozione e imprevisti, musiche enfatico-emozionali e climax ripetuti, il ritmo di Rental Family precipita verso un happy end ipertrofico (seppure mitigato dalla malinconia). Perché oltre alla conclusione delle due storie principali, il finale offre un colpo di scena (sulla vita privata di Shinji) e lo scioglimento di tre sottotrame (i guai giudiziari di Phillip, il destino di Aiko, attrice collega di Phillip, e quello dell’intera agenzia), in un vortice di ribaltamenti e sottofinali troppo numerosi per non apparire posticci.
Una riflessione dolceamara sulla solitudine urbana
Hikari non è Paul Mazursky, e a Rental Family non mancano i difetti, per quanto servito da ottimi attori (divorati dal Phillip di Brendan Fraser, che ci auguriamo non si ingabbi nel ruolo di orsacchiotto tenero e troppo cresciuto), e da un buon montaggio. E il Giappone che ci presenta, sul piano estetico e sociale, non sfugge a stereotipi e oleografie. Ma ha il merito di farci meditare sul vuoto affettivo (e spirituale: si veda l'ultima sequenza) che regna nelle solitudini urbane, non solo in Giappone, e i rimedi possibili; un po’ più umani, si spera, di un padre a noleggio, o un assistente vocale dall’inflessione carezzevole.