La democrazia fragile, ma resiliente. Perché il caso italiano parla al mondo
Roma, Montecitorio. Foto di Vlad Lesnov (CC BY 3.0)
Spesso le democrazie, più che crollare, si consumano per logoramento, svuotamento, perdita di fiducia: per questo è essenziale saperne scorgere i segnali di affaticamento. Sono dunque particolarmente preziosi contributi come La democrazia in Italia. Storia e geografia di un sistema politico (Carocci 2025) di Marco Almagisti, politologo dell’Università di Padova che da anni si occupa proprio dell’analisi dei sistemi democratici: un volume che prende sul serio una parola spesso abusata – “crisi” – per restituirle spessore storico, sociologico e politico, evitando i facili allarmismi quanto le narrazioni consolatorie.
Il punto di partenza è che libertà e diritti non possono essere dati per scontati, tantomeno oggi. I dati comparativi mostrano una tendenza chiara: “Secondo l’ultimo rapporto dell’Istituto Varieties of Democracy, le democrazie liberali sono tornate a essere un sistema politico minoritario: oggi sono appena 29. Il 72% della popolazione mondiale vive sotto governi illiberali, mentre all’interno delle stesse democrazie cresce l’insoddisfazione”, spiega Almagisti a Il Bo Live. Un piano inclinato fotografato da vari istituti di ricerca come appunto il V-Dem di Göteborg, nei cui report prende forma anno dopo anno il rischio di una vera e propria recessione democratica globale. Sono lontani i tempi in cui, dopo il 1989, la caduta del blocco orientale aveva fatto credere (o piuttosto sperare) che la liberal-democrazia fosse destinata a espandersi senza più ostacoli.
Non è andata affatto così, e anche per questo la prima parte del libro è dedicato a uno sguardo sullo stato attuale della scienza politica e all’insieme delle teorie interpretative a disposizione: il cosiddetto sistema osservante; la seconda, dedicata al sistema osservato, prende invece in esame la democrazia italiana nella sua concretezza storica. Non si tratta di una distinzione puramente teorica: nelle scienze sociali (come nella fisica quantistica) il punto di vista conta eccome.
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Sistemi democratici e carenza di legittimazione
La democrazia non è un modello astratto, valido ovunque allo stesso modo: la liberaldemocrazia di massa a cui siamo abituati è un prodotto che nasce in un contesto preciso – quello che Carlo Galli ha definito il “secondo Occidente”, emerso dalle macerie della Seconda guerra mondiale – ed è fondato sul riconoscimento collettivo di determinati principi, per quanto questi possano poi essere spesso traditi nella prassi.
Le procedure sono insomma indispensabili, ma non sufficienti. La storia di Weimar sta lì a ricordarcelo: in meno di un anno Hitler trasformò una repubblica democratica in una dittatura, senza abolire formalmente la costituzione ma svuotandola dall’interno. Da qui l’importanza data nel libro ai presupposti storici, sociali e soprattutto valoriali della democrazia: la condivisione e il senso di comunità, il riconoscimento della norma come bene comune, la disponibilità a rispettare le regole anche quando non conviene. Senza questo terreno culturale il diritto diventa manipolabile, la democrazia vulnerabile.
Una posizione simile per molti versi a quella enunciata in altri ambiti dal giudice costituzionale e filosofo del diritto tedesco Ernst-Wolfgang Böckenförde, il quale già sessant’anni fa metteva in guardia sull’importanza di condizioni pregiuridiche condivise nella comunità nazionale. “Lo Stato liberale e secolarizzato trae la sua vita da presupposti che esso stesso non può garantire”, spiegava il giurista, perché esso può esistere solo se la libertà che concede ai cittadini è regolata “dall’interno, dalla sostanza morale degli individui e dall’omogeneità della società”. Condizioni che però lo stesso Stato – e qui sta il famoso dictum o paradosso di Böckenförde – non può garantirsi con la coercizione, senza mettere a rischio il suo stesso carattere liberale.
“ Le procedure sono indispensabili, ma non sufficienti: senza valori condivisi e senso delle regole il diritto diventa manipolabile, la democrazia vulnerabile
In quest’ottica diventano allora essenziali concetti come quello di capitale sociale, categoria resa celebre da Robert Putnam negli anni Novanta del secolo scorso. Almagisti la utilizza per rileggere la storia italiana del secondo dopoguerra, mostrando come la democrazia non sia passata solo dalle istituzioni, ma anche dalle grandi mobilitazioni che hanno in qualche modo alfabetizzato politicamente le masse. Due i casi emblematici riportati nel libro: il Veneto della Democrazia cristiana e la Toscana del Partito comunista; mondi contrapposti ma confrontabili, nella misura in cui a lungo capaci di produrre partecipazione, fiducia reciproca e senso di appartenenza.
Un modello entrato in crisi alla fine degli anni Sessanta e infine collassato con Tangentopoli. Almeno in apparenza, perché – ed è un punto decisivo – secondo Almagisti quel deposito di senso civico non è scomparso: si è semplicemente inabissato sparendo dai radar della politica. Oggi, ricorda lo studioso, in Italia ci sono circa due milioni e mezzo di cittadini coinvolti in forme di attivismo organizzato: il problema non è dunque quello di una società apatica, quanto di una politica che sembra aver perso la capacità di riconoscere e intercettare queste energie. “Non si può guardare solo al canale rappresentativo, di per sé sempre più incapace di suscitare partecipazione e interesse – osserva Almagisti –. Così facendo si finisce altrimenti per interpretare l’astensione come distanza, quando spesso si tratta invece di delusione e di rabbia”.
Il caso Italia
Nel quadro globale l’Italia occupa una posizione peculiare, non tanto perché sia un’eccezione virtuosa, quanto perché tende ad anticipare alcune dinamiche. È accaduto con il fascismo, poi di nuovo negli anni Novanta con l’inizio della crisi infinita, che per molti versi anticipa di anni i problemi che stanno affrontando altri sistemi.
“ Il conflitto non è patologico: diventa distruttivo quando degenera in polarizzazione e delegittimazione reciproca dell’avversario
I problemi sono in parte noti, in parte complessi da esaminare perché ancora in corso: dalla globalizzazione alle tecnologie digitali, passando per la pandemia, sono tanti i fattori che sotto i nostri occhi continuano senza sosta a modificare le comunità in cui viviamo. In particolare le piattaforme virtuali – oggi in mano a grandi imprese private fuori da ogni controllo pubblico – generano ogni giorno nuovi linguaggi, tempi e dinamiche nella comunicazione politica, premiando semplificazione e contrapposizione e rendendo più difficile la mediazione. Parallelamente si è inceppato l’ascensore sociale: la concentrazione della ricchezza e delle opportunità, assieme al divario crescente tra grandi città globalizzate e territori periferici, alimenta sfiducia e risentimento.
Instabilità di governo e crisi istituzionali caratterizzano oggi sistemi un tempo erano percepiti come stabili ed efficienti: Regno Unito, Francia, Germania e persino gli Stati Uniti. “Il conflitto in sé non è patologico, fin da Machiavelli sappiamo che può essere motore di sviluppo e di equilibrio della società – puntualizza Almagisti –. Diventa distruttivo quando degenera in polarizzazione e delegittimazione reciproca”. Ed è proprio qui che entra in gioco quel capitale sociale che è fonte di fiducia, reti civiche e senso delle regole, che però andrebbe anche costantemente curato e alimentato. Da questo punto di vista anche per l’Italia i richiami alla sola “governabilità” rischiano di essere un falso rimedio: comprimere la rappresentanza può aggravare proprio le fratture che si vorrebbero sanare.
Il libro si chiude con una nota che non è ingenuamente ottimista, ma neppure rassegnata. L’Italia – ricorda Almagisti – è un Paese che in pochi decenni è passato dalla dittatura e dall’arretratezza ad essere una società aperta e una democrazia, per decenni l’unico sistema politico democratico dell’intera area mediterranea. Una storia di cui avere memoria, non nostalgia: nessun futuro è ancora scritto ma la democrazia, come ogni costruzione umana, può essere difesa solo se viene compresa.