L'America ai tempi di Trump
Donald Trump non è un’anomalia, un corpo estraneo piovuto come un asteroide sulla politica americana. È piuttosto il prodotto di un contesto preciso, maturato negli Stati Uniti successivamente alla crisi finanziaria del 2008 e alla presidenza di Barack Obama, dentro una società attraversata da fratture economiche, etniche e culturali mai davvero ricomposte. Prende avvio da qui Buio americano. Gli Stati Uniti e il mondo nell’era Trump (Il Mulino 2025), l’ultimo libro di Mario Del Pero, docente di storia internazionale e di storia degli Stati Uniti presso l’Institut d’études politiques - SciencesPo di Parigi, che ricostruisce il fenomeno trumpiano sottraendolo alla cronaca e restituendolo alla storia.
Si tratta di quella che i francesi chiamano histoire du temps présent: storicizzare l’oggi ricostruendone percorsi e genealogia. “Da storico credo sia meglio concentrare l’attenzione su documenti, antecedenti e discontinuità, piuttosto che su improbabili approcci analogici o ciclici – specifica Del Pero, intervistato da Il Bo Live –. Questi ultimi, quando i fenomeni sono così violenti ed estremi, rischiano di semplificare piuttosto che chiarire”.
Nel primo capitolo lo studioso individua le premesse politiche e culturali del fenomeno Trump nel quadro della storia politica americana, mentre in quelli successivi l’analisi si sposta sulle tendenze di fondo: all’esterno un rinnovato imperialismo intrecciato a sovranismo, con rigetto selettivo della globalizzazione; all’interno uno slittamento autoritario che mette sotto pressione gli equilibri istituzionali: i proverbiali Checks and balances. Dinamiche che emergono con chiarezza, liberate dai vincoli iniziali e rese più esplicite anche nella loro dimensione razzista e identitaria, soprattutto nella seconda presidenza Trump.
“ Trump è un fenomeno radicato nella storia americana e al tempo stesso rappresenta una rottura
In questa prospettiva il politico e affarista newyorkese si colloca pienamente nel solco della lunga tensione tra sicurezza e libertà che attraversa fin dalle origini la democrazia statunitense, con il ruolo persistente di violenza e razzismo e con quelle tentazioni illiberali che hanno talvolta accompagnato l’espansione del potere presidenziale.
Del Pero non risparmia però critiche nemmeno al campo progressista: negli anni dell’amministrazione Biden, osserva, anche il Partito democratico avrebbe contribuito, seppur indirettamente, a spianare la strada al trumpismo, riducendosi sempre più a un mosaico di identità. Il dibattito pubblico si è così concentrato in modo sproporzionato sulle guerre culturali, a scapito delle grandi questioni sociali: “Al di là dei giudizi nel merito, un tema come la partecipazione delle atlete transgender alle competizioni femminili è diventato centrale nella campagna presidenziale, più della sanità pubblica”. Una dinamica che ha finito per alimentare una campagna transfobica e, allo stesso tempo, per oscurare temi che incidono sulla vita quotidiana della maggioranza degli elettori.
Autoritarismo all'interno, imperialismo all'esterno
Trump però non è soltanto l’esito spiegabile di una serie di precedenti storici e strutturali: rappresenta, avverte Del Pero, anche una novità e una rottura. Nulla di davvero comparabile, nell’epoca contemporanea, è mai arrivato alla Casa Bianca; “La sua è ad esempio una presidenza priva dei tradizionali veicoli di legittimazione: nessun ruolo politico pregresso, nessuna carriera militare, nessun apprendistato istituzionale – continua lo studioso –. Un salto reso possibile dall’antipolitica, dalla rivendicazione dell’inesperienza come valore”. A questo si aggiunge una rottura discorsiva che diventa anche politica e istituzionale: “Basta leggere i suoi post sui social: trasudano violenza, volgarità, crudeltà – osserva Del Pero –. Trump non si presenta e non si rappresenta come presidente di tutti, è l’esponente di una parte che vuole schiacciare l’altra”.
Così anche eventi un tempo impensabili oggi vengono rapidamente normalizzati: dal tentativo di colpo di Stato del 6 gennaio 2021 all’uso politico della violenza tramite l’ICE, la temibile polizia anti-immigrazione, fino all’uccisione a Minneapolis di Renee Nicole Good. E sul piano internazionale lo scenario non è meno inquietante, con i tentativi di intesa con Putin, l’ambiguo intervento in Venezuela e l’infittirsi delle minacce riguardo la Groenlandia. “Credo che oggi l’Europa debba aspettarsi davvero di tutto, anche operazioni che fino a poco tempo fa sarebbero state considerate fantapolitica – dice lo studioso senza giri di parole –. L’imperialismo non è solo uno slogan, ma una categoria insieme analitica e prescrittiva. In un mondo percepito come brutale e anarchico, l’espansione territoriale o della propria sfera di influenza diventa legittima e persino necessaria”.
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Un salto di qualità rappresentato dall’ultimo documento di National Security Strategy del dicembre 2025: “In esso l’Unione europea entra direttamente nel mirino come obiettivo politico e strategico”. Nei passaggi dedicati all’Europa, spiega Del Pero, “si trovano formulazioni davvero sorprendenti: si suggerisce ad esempio che, a causa dell’immigrazione, alcuni Paesi del vecchio continente stiano diventando ‘meno europei’, e che proprio per questo sarebbero meno affidabili”. Un quadro in cui l’Unione europea, più che un alleato debole e scomodo, è un vero e proprio nemico politico e ideologico, tanto più inaccettabile in quanto realtà sovranazionale e regolata, capace almeno teoricamente di limitare il potere dei grandi attori economici e tecnologici.
Come reagire, allora, rispetto a un leader che sembra comprendere solo il linguaggio della forza? “Finora l’Europa ha scommesso su due cose: l’inconsistenza di Trump e il fattore tempo – osserva Del Pero –. Dialogo, moderazione, attesa delle elezioni di Midterm: discorsi che hanno una loro logica; il rischio è però anche e soprattutto politico: se Bruxelles si mostra strutturalmente debole ne va della legittimità stessa del progetto europeo”.
Le possibili risposte dell’Europa e il futuro della democrazia americana
Qualcosa, in verità, inizia a muoversi. Rafforzamento militare – seppure ancora poco coordinato –, gesti come la posizione comune sulla Groenlandia e sull’Ucraina, un ritorno al tema dell’autonomia strategica. Ma non basta: se l’Europa vuole davvero salvarsi deve, secondo lo storico, svegliarsi anche su altri terreni decisivi. A partire da ricerca e sviluppo, dove l’Ue potrebbe essere all’avanguardia in molti campi: “Qui che si gioca una partita cruciale; senza una capacità reale di trasformare conoscenza in innovazione, il rischio è quello di restare dipendenti da attori esterni in settori strategici”.
Un esempio viene dalle piattaforme social, che in questa fase rischiano di essere dei veri e propri strumenti nelle mani della politica trumpiana di potenza: “Che Elon Musk possa pilotare la discussione pubblica in molti Paesi europei è il segno di un fallimento democratico – avverte Del Pero –. Storicamente nelle democrazie i media, proprio perché se ne riconosceva l’importanza, erano strettamente regolati: oggi invece gli operatori privati esercitano un potere enorme senza controlli adeguati”.
“ Per questa amministrazione l'Europa è un obiettivo strategico e un nemico politico
Al di là di tutto, resta aperta la questione del destino e soprattutto delle conseguenze del fenomeno Trump: finirà per esaurirsi oppure produrrà nella democrazia americana una frattura sempre più profonda e irreversibile? Da questo punto di vista, avverte Mario Del Pero, l’architettura dei contrappesi non sta funzionando come dovrebbe: “L’attuale Congresso è paralizzato, il più improduttivo da un secolo, mentre il governo procede a colpi di ordini esecutivi. Il principale contropotere resta quello giudiziario, ma Trump ha già mostrato di non rispettare alcune ingiunzioni, cosa che configura già di per sé una profonda crisi istituzionale”.
Molto dipenderà anche dall’esito delle elezioni di midterm: una vittoria democratica non porrebbe fine al trumpismo, ma potrebbe almeno ridare fiato a un’opposizione oggi marginalizzata. “Segnali di speranza oggi arriva dalla mobilitazione dal basso alla quale assistiamo, con la crescita dell’attivismo e i successi dei candidati democratici nelle recenti elezioni, caratterizzate da un’alta partecipazione. La crescente impopolarità di questa amministrazione potrebbe inoltre liberare alcuni esponenti repubblicani dal ricatto politico da parte del presidente, spingendoli prima o poi a gesti di coraggio”. È poco forse ma, nel buio, anche questo conta.