SOCIETÀ

L’attacco Usa in Venezuela paralizza la diplomazia mondiale

Con quale diritto Donald Trump ha invaso una nazione sovrana, ne ha rapito il presidente e la moglie, pretendendo poi d’imporre un proprio governo e di “gestire la transizione”, peraltro affidando in fretta e furia ai giganti petroliferi americani (Exxon Mobile, Chevron, ConocoPhillips) la futura gestione delle immense riserve venezuelane? La domanda è retorica: sanno tutti, Trump compreso, che nessun trattato internazionale autorizza l’uso della forza in casa d’altri. L’invasione è un reato internazionale, come lo è bombardare i centri abitati, le uccisioni di civili (ancora non quantificate, sembra almeno 80 tra civili e militari), come lo è il rapimento di un capo dello stato (a prescindere dalla legittimità della sua elezione), come l’appropriazione indebita di risorse e ricchezze che non appartengono in alcun modo agli Stati Uniti. La Casa Bianca non è un tribunale internazionale che stabilisce cosa è giusto e cosa sbagliato, e che può decidere d’intervenire unilateralmente (peraltro, senza nemmeno aspettare l’approvazione del Congresso americano) per “rimettere le cose a posto”. E non c’è giustificazione che tenga, che sia “di sicurezza”, o per il “narcotraffico”, o perché Maduro è un dittatore. L’articolo 2, paragrafo 4, della Carta delle Nazioni Unite recita così: “Tutti i membri devono astenersi nelle loro relazioni internazionali dalla minaccia o dall’uso della forza contro l’integrità territoriale o l’indipendenza politica di qualsiasi Stato, o in qualsiasi altro modo incompatibile con gli scopi delle Nazioni Unite”. Due sole eccezioni sono previste: l’autorizzazione da parte del Consiglio di Sicurezza dell’ONU a procedere con azioni militari contro un altro paese, e il principio dell’autodifesa, che in questo caso non c’è. Dunque la violazione della norma, che si può definire uno dei pilastri portanti del diritto internazionale, è palese, macroscopica, indifendibile. Solo che a commetterla è stato ancora una volta, dopo l’invasione della Russia in Ucraina nel 2022, uno dei cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza dell’ONU (tutti con diritto di veto: Stati Uniti, Cina, Russia, Francia e Regno Unito). Questo vuol dire che se la Cina, un domani, decidesse d’invadere Taiwan, per fare l’ipotesi più concreta, sarebbe arduo opporre il rispetto delle norme internazionali, se i primi a violarle sono proprio i “custodi” di quell’ordine. La conseguenza di queste azioni è che sta emergendo un nuovo ordine internazionale, basato sull'uso della forza. Geoffrey Robertson KC, capo fondatore e co-direttore di Doughty Street Chambers (associazione che comprende oltre 120 studi legali britannici) ed ex presidente del tribunale ONU per crimini di guerra in Sierra Leone, ha rilasciato al Guardian dichiarazioni che non lasciano ombre: «La realtà è che gli Stati Uniti hanno violato la Carta delle Nazioni Unite. Hanno commesso il crimine di aggressione, che il tribunale di Norimberga ha descritto come il crimine supremo, il peggior crimine di tutti». Sulla stessa linea Marko Milanovic, Direttore del Global Law presso l’Università di Reading nel Regno Unito: «Se s’inviano 150 aerei in un altro stato, se si bombardano le sue difese aeree, se viene rapito il suo presidente, se vengono uccise decine di persone, questo è un uso della forza, ai sensi dell’Articolo 2, paragrafo 4, della Carta delle Nazioni Unite».

La paralisi dell’ONU

Nessun dubbio dunque: ma quella stessa domanda (“con quale diritto”) se la sono posta ieri a New York, al Palazzo di Vetro, i 193 ambasciatori che hanno partecipato alla seduta straordinaria del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, convocata su richiesta della Colombia proprio per valutare le conseguenze delle azioni militari statunitensi in Venezuela. E proprio mentre l’ormai ex presidente venezuelano Maduro compariva davanti ai giudici della Corte Federale di New York, a Manhattan, accusato di narcoterrorismo e d’importazione di cocaina e armi («Sono innocente, e sono un prigioniero di guerra», ha ribadito durante l’udienza). Con il segretario dell’ONU António Guterres, che sabato scorso aveva definito l’azione americana come “un pericoloso precedente per l’ordine mondiale”. «Ci incontriamo in un momento grave dopo l’azione militare degli Stati Uniti del 3 gennaio nella Repubblica Bolivariana del Venezuela», ha dichiarato in apertura la Sottosegretaria Generale dell’ONU, Rosemary DiCarlo. Che ha poi esortato al dialogo inclusivo e al rispetto della sovranità, dell’indipendenza politica e dell’integrità territoriale: «Il potere della legge deve prevalere». Molte le parole esplicite di condanna dell’operato della Casa Bianca: soprattutto da Brasile, Cina, Colombia, Cuba, Eritrea, Iran, Messico, Russia, Sudafrica e Spagna. Il rappresentante cinese ha definito l’operazione come “illegale”, sottolineando che nessun paese ha il diritto di agire come giudice internazionale, e ha esortato gli stati latinoamericani a rispondere collettivamente, impegnandosi al “fermo sostegno” della sovranità venezuelana. «Gli Stati Uniti hanno posto il proprio potere al di sopra del multilateralismo, e le azioni militari sopra gli sforzi diplomatici, rappresentando una grave minaccia alla pace e alla sicurezza in America Latina, nei Caraibi e persino a livello internazionale». L’ambasciatore cubano ha sostenuto che le azioni di Washington sono paragonabili a quelle di uno “stato canaglia”. Cina e Russia hanno inoltre chiesto il rilascio immediato di Maduro. L’ambasciatore statunitense all’ONU, Mike Waltz, si è prima difeso, sostenendo che gli Stati Uniti hanno effettuato «un’operazione chirurgica di polizia contro due latitanti incriminati della giustizia americana. Ma non c’è guerra contro il Venezuela o il suo popolo. Non stiamo occupando un paese». Per poi passare all’attacco: «Se le Nazioni Unite, in questo organismo, conferiscono legittimità a un narcoterrorista illegittimo con lo stesso trattamento previsto in questa carta di un presidente o capo di stato democraticamente eletto, che tipo di organizzazione è questa? Maduro non è un presidente legittimo». L’ambasciatore venezuelano Samuel Moncada, oltre a reclamare l’immediato rilascio di Maduro, ha invece chiesto al Consiglio di Sicurezza un’azione concreta, di «agire in conformità con il mandato conferitogli dalla Carta delle Nazioni Unite» dopo gli attacchi statunitensi contro il suo paese avvenuti nel fine settimana. «Quando la forza viene usata per controllare risorse, imporre governi o riprogettare statiha detto ancora l’ambasciatore venezuelano - ci troviamo di fronte a una logica che richiama le peggiori pratiche del colonialismo e del neocolonialismo. Questo scenario non solo minaccia il Venezuela, ma minaccia anche la pace e la sicurezza internazionale nel loro insieme».

Intanto l’Europa procede in ordine sparso, seguendo “con attenzione” gli sviluppi, ma senza avere alcuna voce comune e nessuno strumento tra le mani per incidere. Tra la prudenza del premier britannico Keir Starmer, che si è rifiutato di criticare il raid americano, e la presidente del Consiglio italiana, Meloni, che ha sostenuto invece che “l’intervento americano è legittimo”. Mentre il presidente francese Macron, con un post su X, aveva invitato il popolo venezuelano a “gioire” per la cattura di Maduro e per la fine della sua dittatura. Più critico Jay Dharmadhikari, vice ambasciatore francese presso l’ONU, il quale ha affermato che «qualsiasi violazione del diritto internazionale da parte dei cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza dell’ONU erode le fondamenta stesse dell’ordine internazionale. L’operazione militare che ha portato alla cattura di Maduro va contro il principio della risoluzione delle controversie di pace e contro il principio del non uso della forza». Soltanto la Spagna ha alzato la voce per denunciare apertamente le azioni del presidente americano. Ma da New York, com’era prevedibile, nessuna decisione è arrivata, nessun gesto, pur simbolico di fermezza, nessuna risposta collettiva. Prevale la cautela, di fronte agli imprevedibili eventi che potrebbero prendere forma.

È la fine del multilateralismo

Lo strappo delle regole imposto da Donald Trump, il suo voler spostare sempre più in là il confine del “possibile” senza alcuna copertura istituzionale e legale (come una risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU) e senza alcuna “ragione” così impellente da giustificare un’azione militare di questa portata (gli Stati Uniti non sono stati aggrediti o attaccati in alcun modo dal Venezuela o da Maduro) segna di fatto, e drammaticamente, la fine del multilateralismo. La fine di quell’insieme di norme e sistemi che negli anni ha portato, negli affari internazionali, alla collaborazione tra nazioni, sulla base del consolidato principio delle “3 C”: Cooperazione, Compromesso, Coordinamento. Lo spiegava recentemente proprio l’ufficio informazioni delle Nazioni Unite: “I Paesi lavorano insieme (cooperazione), stringono accordi (compromesso) e organizzano i loro sforzi (coordinamento) per risolvere i problemi che un Paese da solo non potrebbe affrontare. Queste tre “C” aiutano a creare fiducia e a risolvere pacificamente le controversie”. Erano valori condivisi, oggi non lo sono più. Oggi prevalgono gli interessi personali delle superpotenze. La loro prepotenza. Prevale l’idea che la libertà possa essere ceduta a un sovrano assoluto in cambio di pace e sicurezza.

Così Trump, anche incoraggiato dall’incapacità di reazione dimostrata dai consessi della diplomazia internazionale (e anche dal Congresso americano, che si ritrova privato del suo potere), può permettersi di continuare a lanciare minacce d’invasione a destra e a manca (soprattutto a manca): contro Cuba, il Messico e la Colombia (oltre al Brasile, gli ultimi tasselli di un Sud America ormai politicamente dominato da formazioni di estrema destra), ma anche contro l’Iran e di nuovo contro la Groenlandia («Ne abbiamo assolutamente bisogno per garantire la nostra sicurezza»), nonostante la Danimarca continui a invocare il pieno rispetto per la propria integrità territoriale. Un punto, quest’ultimo, che ha fatto ritrovare compattezza all’Unione Europea: «L’UE continuerà a sostenere i principi di sovranità nazionale, integrità territoriale e inviolabilità dei confini», ha dichiarato la portavoce dell’Unione Europea, Anitta Hipper. «Questi sono principi universali e non smetteremo di difenderli, ancor di più se l’integrità territoriale di uno Stato membro dell’UE verrà messa in discussione». Ma nel caso, a questo punto possibile, che Trump decida di procedere unilateralmente all’annessione dell’isola artica (che è territorio autonomo della Danimarca, con una popolazione di circa 57.000 abitanti), cosa farà la NATO? Interverrà militarmente in un’azione di difesa collettiva, com’è scritto (dal 1949) nell’articolo 5 del Trattato del Nord Atlantico? Interverrà contro uno dei padri fondatori di quel Patto? Mette Frederiksen, la prima ministra danese, è stata esplicita: «Un attacco statunitense alla Groenlandia significherebbe la fine della Nato». 

Un cortocircuito volutamente innescato dal presidente americano, e dai suoi sostenitori, proprio con l’obiettivo di stracciare le regole che hanno governato il mondo negli ultimi ottant’anni, dal dopoguerra a oggi. Una postura che non dispiace poi troppo nemmeno alle altre superpotenze, Russia e Cina, pur colpite nei loro interessi in Venezuela, con Putin e Xi Jinping che avrebbero mano libera nelle loro rispettive mire predatorie (Ucraina nell’immediato, più avanti chissà, e Taiwan). Il 28 ottobre scorso, in occasione delle celebrazioni per gli ottant’anni dai Tribunali di Norimberga e Tokyo, Jörg Polakiewicz, direttore del Consiglio Legale e del Diritto Internazionale Pubblico del Consiglio d’Europa, aveva tenuto a ribadire un concetto fondamentale per la comprensione della situazione attuale: «Oggi, 80 anni dopo, ci troviamo ancora una volta in un momento decisivo per la giustizia internazionale. I processi che seguirono la Seconda Guerra Mondiale trasformarono la comprensione umana della legge e della responsabilità, sancendo un principio che rimane la nostra bussola: nessuno è al di sopra della legge, nemmeno i capi di stato o i funzionari di alto livello. Norimberga e Tokyo non furono atti di vendetta. Erano atti di legge: l’affermazione che la giustizia può essere raggiunta anche dopo una devastazione inimmaginabile. La sfida per la nostra generazione è preservare lo spirito di allora adattandolo alle realtà del nostro tempo. Oggi affrontiamo una prova simile: la comunità internazionale deve ancora una volta decidere se ha il coraggio di chiedere conto a chi lancia guerre aggressive».

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