SOCIETÀ

La nuova era dell’incertezza mondiale

Negli ultimi anni le crisi internazionali si sono moltiplicate con tale rapidità da far apparire ogni nuova tensione come routine geopolitica. Il Munich Security Report 2026presentato pochi giorni fa all’ultima Conferenza sulla sicurezza di Monaco, alla presenza di molti leader mondiali, invita però a leggere questa fase in modo diverso: non come una sequenza di shock, ma come una trasformazione strutturale. Gli autori parlano di “politica della demolizione”, una stagione in cui governi e leader preferiscono abbattere istituzioni e regole piuttosto che riformarle. 

In questo scenario, il problema non è soltanto la crescita dei conflitti o l’intensificarsi della competizione tra potenze, ma il fatto che l’architettura globale costruita negli ultimi ottant’anni sta perdendo progressivamente la propria funzione di riferimento condiviso. Ed è proprio questa perdita di centralità, più ancora delle singole crisi, a costituire il vero oggetto di analisi del rapporto. 

La demolizione come stile politico e sintomo sociale

Il report collega questa tendenza a una dinamica sociale misurabile. Nei sondaggi del Munich Security Index, in tutti i Paesi del G7 analizzati la quota di cittadini convinti che le politiche attuali miglioreranno il futuro delle nuove generazioni è minoritaria, mentre prevale l’aspettativa opposta. Parallelamente, cresce il senso di impotenza davanti agli eventi globali, aumentato in molti Stati dal 2021 al 2025. Quando la fiducia nella riforma svanisce, osservano gli autori, la distruzione diventa politicamente attraente perché appare come l’unica alternativa credibile allo status quo. 

Gli Stati Uniti come acceleratore della trasformazione

Il fattore più dirompente è il cambiamento di postura degli Stati Uniti. Il Paese che ha costruito l’ordine internazionale del dopoguerra è oggi descritto come uno dei principali agenti della sua erosione. Non si tratta di singole decisioni, ma di una revisione dei tre pilastri storici della strategia americana: multilateralismo, economia aperta e cooperazione tra democrazie. Tutti e tre risultano sotto pressione. 

Sul piano istituzionale, Washington ha ridotto il proprio coinvolgimento in organismi multilaterali e ridimensionato la diplomazia tradizionale. Sul piano giuridico, il problema non sono più soltanto i doppi standard, ma il rischio di un sistema internazionale privo di standard condivisi. Sul piano economico, dazi e sanzioni vengono usati come leve negoziali: la tariffa media statunitense ha raggiunto il 15%, il livello più alto dagli anni Trenta del secolo scorso. 


Leggi anche: La fuga degli Stati Uniti  dalle organizzazioni internazionali


La logica della personalizzazione della politica estera

Il rapporto insiste su un elemento spesso sottovalutato: la crescente personalizzazione del potere decisionale. In un contesto segnato da polarizzazione politica, frammentazione informativa e indebolimento dei meccanismi di controllo istituzionale, la politica estera tende a riflettere sempre più direttamente le convinzioni del leader. Alcuni analisti parlano esplicitamente di una politica estera che assume tratti tipici dei sistemi personalistici. 

Questo mutamento ha implicazioni profonde. Gli alleati non si confrontano più soltanto con linee strategiche di lungo periodo, ma con decisioni che possono cambiare rapidamente in funzione di priorità interne. Il risultato è un aumento strutturale dell’incertezza, che incide sulla pianificazione militare, economica e diplomatica di numerosi Paesi.

Percezioni globali del rischio

La trasformazione dell’ordine internazionale si riflette con particolare chiarezza nei dati del Munich Security Index, che misura la percezione dei rischi combinando cinque dimensioni — gravità, traiettoria futura, danno potenziale, imminenza e preparazione percepita — su un campione rappresentativo di oltre 11.000 intervistati in undici Paesi tra G7 e grandi economie emergenti. 

L’edizione 2026 evidenzia uno spostamento significativo nella gerarchia delle minacce percepite. In quasi tutti i Paesi analizzati, tranne Giappone e Cina, gli intervistati considerano gli Stati Uniti un rischio più serio rispetto all’anno precedente, proseguendo una tendenza già emersa dopo le elezioni presidenziali statunitensi. Nei Paesi del G7, ad eccezione di Regno Unito e Giappone, il rischio associato agli Stati Uniti è quello che ha registrato l’aumento più marcato tra tutti i trentadue rischi monitorati. 

Parallelamente cresce la percezione delle guerre commerciali come minaccia sistemica: il loro punteggio di rischio è aumentato in modo consistente e oggi occupano posizioni più alte nella classifica aggregata sia tra le economie avanzate sia tra quelle emergenti. 

In alcuni Paesi l’incremento è particolarmente netto. In Canada, per esempio, la percezione del rischio legato agli Stati Uniti è cresciuta di 19 punti in un solo anno — il maggiore aumento registrato tra tutti i rischi e tutti i Paesi analizzati — mentre proprio le guerre commerciali risultano la principale preoccupazione nazionale. 

Il caso russo mostra, invece, una dinamica opposta. Pur restando percepita come minaccia più seria degli Stati Uniti in termini assoluti nella maggior parte dei Paesi, la Russia ha visto diminuire la percezione del rischio rispetto all’anno precedente e, tra i Paesi del G7, è scesa dal secondo all’ottavo posto nella graduatoria complessiva delle minacce. 

Nel complesso, la maggioranza dei rischi viene percepita come meno grave rispetto all’anno precedente nella maggior parte dei Paesi analizzati, ma esistono eccezioni significative: nel Regno Unito, negli Stati Uniti e in India prevale la tendenza opposta, con un aumento del numero di minacce giudicate più serie rispetto al passato. 

Europa tra dipendenza e autonomia

Il capitolo europeo del rapporto descrive un continente entrato in una fase di ridefinizione strategica forzata, in cui l’ombrello di sicurezza statunitense — per decenni presupposto implicito dell’architettura di difesa europea — non può più essere considerato una costante. L’approccio di Washington verso l’Europa viene definito come una combinazione di rassicurazione, condizionalità e volatilità, una triade che, secondo gli analisti, ha contribuito a erodere la fiducia pubblica nella solidità del legame transatlantico. 

Il report cita esempi concreti di questa dinamica. L’accordo commerciale UE-USA, siglato a luglio del 2025, è stato interpretato da diversi osservatori come una concessione europea accettata per preservare la garanzia di sicurezza americana. Parallelamente, mentre Washington sollecita gli alleati a incrementare la spesa militare, insiste affinché una quota significativa dei nuovi investimenti europei confluisca verso l’industria della difesa statunitense, trasformando di fatto la protezione strategica in un rapporto anche commerciale.

Le ricadute si riflettono chiaramente nelle opinioni pubbliche. In Germania, il 66% degli intervistati ritiene che gli Stati Uniti siano diventati un alleato NATO meno affidabile; la quota è del 57% in Canada, del 52% nel Regno Unito, del 50% in Francia e del 47% in Italia. In tutti questi Paesi la percentuale di chi percepisce un aumento di affidabilità resta nettamente minoritaria.

A rendere la situazione più delicata è la dimensione strategica formale. La National Security Strategy statunitense del 2025, citata nel rapporto, segnala esplicitamente una priorità geografica diversa, con l’Europa declassata rispetto all’emisfero occidentale e, in parte, all’Indo-Pacifico. Il documento invita gli europei ad assumere la responsabilità primaria della propria difesa e, fatto ritenuto significativo dagli analisti, evita di indicare la Russia come minaccia esplicita.

Nel complesso, il quadro delineato non è quello di una rottura improvvisa dell’alleanza transatlantica, ma di un processo di trasformazione graduale che spinge i governi europei verso una strategia bifronte: mantenere gli Stati Uniti coinvolti come garante ultimo della sicurezza continentale e, allo stesso tempo, costruire capacità autonome per ridurre la dipendenza. La difficoltà, suggerisce il report, è che entrambe le strade richiedono risorse politiche, economiche e militari che pochi Paesi europei sono oggi pronti a mobilitare con rapidità.

La frattura dell’idea di Occidente

Uno degli aspetti più rilevanti messi in evidenza dal report riguarda la trasformazione concettuale dell’Occidente come comunità politica. In passato il termine indicava non solo un’area geografica ma un insieme condiviso di principi — cooperazione multilaterale, diritti umani, economia aperta. Oggi esistono interpretazioni sempre più incompatibili di cosa significhi appartenere al “West”. 

Questa divergenza non è puramente teorica: influisce sulla capacità di coordinamento strategico. Se gli attori non condividono più la stessa definizione dei valori da difendere, anche le alleanze diventano più fragili e più transazionali.

Indo-Pacifico e crisi delle garanzie di sicurezza

Nell’Indo-Pacifico l’incertezza appare ancora più marcata che in Europa, perché qui la stabilità regionale dipende in misura diretta dall’equilibrio tra deterrenza statunitense e ascesa cinese. Il rapporto sottolinea come la crescita della potenza economica e militare di Pechino stia modificando le percezioni strategiche degli attori regionali, mentre i dubbi sulla prevedibilità dell’impegno americano amplificano il senso di vulnerabilità. 

I dati sull’opinione pubblica mostrano quanto questa percezione sia diffusa. Solo il 34% dei cittadini taiwanesi e il 15% dei giapponesi ritengono probabile un intervento militare statunitense in caso di attacco a Taiwan.

Il report osserva che la regione reagisce con strategie differenziate ma convergenti nell’obiettivo: ridurre la dipendenza da un unico garante di sicurezza. Alcuni Paesi rafforzano i legami con Washington attraverso investimenti, cooperazione militare e concessioni economiche; altri puntano su un approccio di bilanciamento, intensificando allo stesso tempo relazioni con la Cina per evitare di trovarsi esposti a pressioni eccessive.

Ne emerge un quadro in cui l’Indo-Pacifico non evolve verso un sistema stabile di alleanze contrapposte, ma verso una rete fluida di posizionamenti strategici, dove gli Stati cercano di mantenere margini di manovra tra le due principali potenze. È proprio questa fluidità, conclude implicitamente il rapporto, a rendere la regione uno degli indicatori più sensibili della trasformazione dell’ordine internazionale.

Economia globale e ritorno della coercizione commerciale

Il sistema economico internazionale riflette la stessa tensione. Gli Stati Uniti contestano le pratiche cinesi e usano dazi come strumento di pressione; la Cina risponde sfruttando colli di bottiglia nelle catene di approvvigionamento, per esempio limitando l’export di minerali critici. Il risultato è un aumento dell’incertezza economica globale, salita a livelli circa tripli rispetto al picco della crisi finanziaria del 2008 e comparabili ai massimi della pandemia. Le conseguenze pesano soprattutto sui Paesi a basso reddito, per i quali alcune stime indicano una riduzione dell’export pari a circa lo 0,5% del PIL. 

Il report osserva inoltre che, mentre cresce la percezione delle minacce geopolitiche, quella dei rischi ambientali diminuisce nella graduatoria delle priorità pubbliche nei Paesi del G7, nonostante l’aumento dei costi reali del cambiamento climatico. Cyberattacchi, disinformazione e crisi finanziarie risultano invece sempre più centrali nelle paure collettive. 

Aiuti internazionali e crisi umanitaria

Un altro fronte critico riguarda gli aiuti allo sviluppo. Nel 2024 l’assistenza pubblica globale è diminuita del 7,1% e le previsioni indicano ulteriori cali fino al 17%. Il congelamento dei programmi statunitensi ha portato alla cancellazione di oltre cinquemila iniziative. Secondo una stima citata, tali programmi avrebbero salvato circa 90 milioni di vite negli ultimi vent’anni; tagli permanenti potrebbero tradursi in 14 milioni di morti evitabili entro il 2030. In Sudan, la sospensione dei fondi ha comportato la chiusura di 1.500 cucine comunitarie. 

Molte agenzie delle Nazioni Unite dipendevano dagli Stati Uniti per quote comprese tra circa il 14% e il 46% dei loro bilanci annuali. La riduzione dei contributi mette quindi in discussione la sostenibilità operativa di una parte rilevante del sistema umanitario internazionale. 

Scenari possibili del nuovo ordine globale

Il report delinea tre modelli plausibili di ordine emergente: un mondo diviso in sfere di influenza, un sistema fondato su accordi bilaterali flessibili oppure un assetto dominato da élite politico-economiche. Non sono scenari alternativi ma manifestazioni della stessa tendenza: l’indebolimento delle regole universali. 

I dati sull’opinione pubblica confermano la complessità del momento. In nessuno dei Paesi analizzati la maggioranza ritiene indispensabile la leadership statunitense per risolvere problemi globali come guerre o crisi climatiche. Tuttavia, nei Paesi del G7 emerge anche una scarsa disponibilità a vedere il proprio Stato assumere maggiori responsabilità internazionali, segno di un divario tra aspettative e volontà politica. 

La transizione in corso viene spesso descritta come passaggio a un sistema multipolare. Gli autori invitano però a distinguere tra multipolarità e frammentazione. La prima implica più centri di potere entro regole comuni; la seconda indica un sistema in cui le regole perdono rilevanza. La differenza è sostanziale, perché nel secondo caso diventa più difficile gestire problemi globali che richiedono coordinamento, come pandemie, clima o stabilità finanziaria. 

POTREBBE INTERESSARTI

© 2025 Università di Padova
Tutti i diritti riservati P.I. 00742430283 C.F. 80006480281
Registrazione presso il Tribunale di Padova n. 2097/2012 del 18 giugno 2012