SOCIETÀ

La fuga degli Stati Uniti dalle organizzazioni internazionali

Donald Trump è ormai noto, spesso tristemente noto, per le brusche accelerate che imprime alle sue politiche. A partire dalla distruzione sistematica del diritto internazionale, in nome di un personalissimo interesse neocolonialista (il raid in Venezuela con la cattura del presidente Maduro ne è l’esempio più recente, ed è probabile che non sarà l’ultimo), scatenando ovunque guerre commerciali, minacciando i suoi avversari politici, aizzando un’ossessiva caccia all’immigrato, fino all’imposizione della violenza nel lessico quotidiano delle forze dell’ordine, come s’è visto, drammaticamente, anche pochi giorni fa con l’omicidio del tutto evitabile di una donna di 37 anni, Macklin Good, da parte di un agente dell’ICE (Immigration and Customs Enforcement) a volto coperto, durante un posto di blocco a Minneapolis. Episodio che, peraltro, ha provocato una profonda frattura sia a livello sociale, con violente manifestazioni di protesta, sia istituzionale: con la segretaria alla Sicurezza Interna, Kristi Noem, che nel tentativo di giustificare l’accaduto l’ha classificato come “un atto di terrorismo interno, un tentativo di uccidere o di causare danni fisici agli agenti” (ma i video raccontano un’altra verità), mentre il sindaco democratico di Minneapolis, Jacob Frey, infuriato, indignato, ha invitato gli agenti della squadra speciale trumpiana ad “andare al diavolo”. Ma questa amministrazione, in carica da un anno esatto, e a 10 mesi dal passaggio chiave delle elezioni di metà mandato (si voterà il 3 novembre), si sta distinguendo anche per i passi indietro, per i disimpegni, soprattutto dalle organizzazioni internazionali che si occupano di cooperazione globale. Nei mesi scorsi Trump aveva già deciso di sospendere il sostegno ad agenzie come l’Organizzazione Mondiale della Sanità, l’agenzia ONU per i rifugiati palestinesi (UNRWA), il Consiglio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite e l’agenzia culturale UNESCO delle Nazioni Unite. Ma appena tornato alla Casa Bianca, il 20 gennaio dello scorso anno, aveva firmato un ordine esecutivo che prevedeva il ritiro formale degli Stati Uniti dall’Accordo di Parigi sul Clima, un patto storico tra nazioni, siglato nel 2015, che mirava a limitare il riscaldamento globale sotto la soglia dei 2°C (ma per Trump il cambiamento climatico è “una bufala”). Questa volta si tratta invece di 66 enti, tra agenzie e commissioni, circa la metà legati all’ONU, che si occupano di clima, lavoro, migrazione, antiterrorismo e altre questioni che non sono proprio in cima alle preoccupazioni attuali dell’amministrazione americana: che anzi, le classifica come “orientate alla diversità” o come “iniziative woke”. E come tali da contrastare. Sul sito della Casa Bianca si legge: "Il presidente Donald J. Trump ha firmato un Memorandum Presidenziale che ordina il ritiro degli Stati Uniti da 66 organizzazioni internazionali che non servono più gli interessi americani". Il Segretario di Stato Marco Rubio ha poi ulteriormente precisato: "L’amministrazione Trump ha trovato queste istituzioni ridondanti nel loro ambito, mal gestite, superflue, fonte di sprechi, in mano ad attori che promuovono le proprie agende contrarie alle nostre, una minaccia alla sovranità, alle libertà e alla prosperità generale della nostra nazione".

Come dire: quelle che il mondo intero considera “sfide globali” (contrasto al cambiamento climatico, riduzione dell’inquinamento, difesa della biodiversità, rispetto e difesa dei diritti umani, aiuti umanitari), e che perciò necessiterebbero di una stretta cooperazione tra nazioni, per l’attuale amministrazione USAsono semplicemente un intralcio. Scorrendo l’elenco delle organizzazioni legate all’ONU che non potranno più contare sul sostegno, e sui fondi, degli Stati Uniti spicca la Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici (UNFCCC). "Gli Stati Uniti sono il primo paese ad abbandonare la Convenzione", ha rimarcato Manish Bapna, presidente e CEO del Natural Resources Defense Council, uno dei principali gruppi internazionali no-profit di advocacy ambientale. Una mossa che il commissario al clima dell’Unione Europea, Wopke Hoekstra, ha commentato così: "La decisione della più grande economia mondiale e del secondo maggiore emettitore di emissioni di ritirarsi dall’UNFCCC è deplorevole e infelice". Poi ancora: l’Agenzia delle Nazioni Unite per le popolazioni (UNFPA), che si occupa della pianificazione familiare e della salute materna e infantile in più di 150 paesi, l’UN Woman, l’ente Onu che lavora per l’Uguaglianza di Genere, la United Nations Peacebuilding Commission (PBC), il Fondo delle Nazioni Unite per la Costruzione della Pace (PFB), il Fondo delle Nazioni Unite per la democrazia (UNDEF) e perfino la United Nations University (UNU). Oltre ai Forum globali contro il Terrorismo e per le Migrazioni. Tutte istituzioni che, secondo l’interpretazione e la visione dell’amministrazione Trump, starebbero operando “in contrasto con gli interessi degli Stati Uniti”. Tra gli organismi non ONU a cui è stato revocato il sostegno, spiccano invece il Partnership for Atlantic Cooperation, il Pan-American Institute for Geography and History, l’International Institute for Democracy and Electoral Assistance e il Global Counterterrorism Forum, oltre agli Istituti Internazionale per la Democrazia e per lo Stato di Diritto; argomenti che, in questo periodo storico, non vanno tanto di moda alla Casa Bianca.

Inutile dire che le decisioni dell’amministrazione Trump lasciano una scia di perplessità e di preoccupazioni. Perfino la Cina ha sentito il bisogno d’intervenire sul tema, con il portavoce del ministero degli Esteri di Pechino, Mao Ning, che ha commentato: "Il ritiro degli Stati Uniti dagli organismi internazionali non è più una novità. Ma solo garantendo l’efficace funzionamento del sistema multilaterale possiamo impedire la diffusione della legge della giungla ed evitare che l’ordine internazionale sia dominato dalla logica secondo cui la forza fa il diritto e la forza rappresenta la giustizia". Critico anche Daniel Forti, responsabile degli affari ONU presso l’International Crisis Group, che al Los Angeles Times ha dichiarato: "Penso che quello che a cui stiamo assistendo sia la cristallizzazione dell’approccio statunitense al multilateralismo, che si può riassumere con la formula: “o si fa a modo nostro o niente”. È una visione molto chiara: la cooperazione internazionale è tollerata soltanto se si accettano le condizioni dettate da Washington".


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Ancor più duro l’affondo di Amnesty International contro le politiche imposte dal presidente Trump, per voce di Erika Guevara Rosas, Senior Director of Research, Advocacy, Policy and Campaigns della ong: "Questo è un attacco vendicativo e sconsiderato alla legittimità e all’integrità delle Nazioni Unite e dell’ordine internazionale basato sulle regole che è stato la base della cooperazione globale negli ultimi 80 anni. Con questo ultimo di una serie di attacchi dannosi, il presidente Trump sta raddoppiando i suoi sforzi per distruggere il sistema multilaterale che gli Stati Uniti hanno contribuito a costruire dalle ceneri della Seconda Guerra Mondiale, per garantire i diritti umani universali e la protezione di tutte le persone. Queste decisioni non sono soltanto crudeli, razziste e discriminatorie, ma senza dubbio si riveleranno anche tragicamente miopi, minando gli interessi delle persone negli Stati Uniti e nel mondo. Gli Stati membri dell’ONU e le organizzazioni internazionali coinvolte devono agire immediatamente per rafforzare l’architettura giuridica multilaterale e internazionale essenziale per la difesa dei diritti umani universali".

Donald Trump sta guidando gli Stati Uniti, con i suoi metodi e con le sue priorità (America first), lungo un terreno impervio e accidentato, ma coerente con quanto dichiarato dal primo giorno del suo nuovo insediamento alla Casa Bianca (qui l’elenco delle sue priorità, enunciate il 20 gennaio dello scorso anno). E dopo un anno appare evidente che i principali consessi internazionali, a partire dall’ONU, non hanno gli strumenti, e spesso neanche la volontà, di porre un argine al “suprematismo internazionale” che il presidente USAsta tentando d’imporre al mondo intero. Il problema è che la situazione rischia di sfuggirgli di mano, in un delirio di protagonismo che sembra ormai scivolato perfino fuori dal suo stesso controllo, nonostante il malumore e il malcontento che sta crescendo anche all’interno dei confini statunitensi. Poche ore fa il Senato gli ha negato, con 52 voti a favore (compresi diversi repubblicani) e 47 contrari, l’autorizzazione a intraprendere ulteriori azioni militari contro Caracas. La risposta del Presidente Usa, in un’intervista rilasciata al New York Times, è stata drammaticamente netta: "Non ho bisogno del diritto internazionale: l’unica cosa che può fermarmi è la mia morale personale". La dimostrazione del profondo disprezzo che il presidente americano nutre per le regole, per le istituzioni, per le più elementari regole della democrazia. Ma il 2026 sarà un anno decisivo per Trump e per gli Stati Uniti, con le elezioni di midterm a novembre. E gli indici di gradimento, i sondaggi sulla popolarità del Presidente, non sono dei migliori per la Casa Bianca. Con un’approvazione nazionale scivolata al 38% (ma le analisi sono state effettuate prima della sparatoria di Minneapolis) dovuta soprattutto alle questioni economiche interne, in netta flessione anche tra gli elettori Repubblicani (qui una panoramica stato per stato). Mentre una domanda continua, da mesi, a farsi largo: chi potrà fermare Donald Trump? Lo scorso giugno Paul R. Pillar, ex veterano della CIA, scriveva così in una lunga e lucida analisi della situazione, assai grave: "Il presidente Donald Trump sta rapidamente allontanando gli Stati Uniti dalla democrazia liberale verso un autoritarismo limitato a un governo unipersonale. Ha ripetutamente e palesemente ignorato la legge. Ha ridotto le libertà fondamentali sancite dal Primo Emendamento. I residenti non cittadini legali sono stati sequestrati per strada e incarcerati per settimane solo per aver espresso un’opinione. Trump è sempre più sfacciato riguardo all’illegalità. Rifiuta persino di dire che sosterrebbe la Costituzione degli Stati Uniti nonostante abbia giurato due volte di preservarla, proteggerla e difenderla. Ma i tribunali, il Congresso e l’esercito difficilmente potrebbero resistere all’ondata di illegalità imposta dall’amministrazione". 

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