I PFAS, inquinanti eterni, e la salute riproduttiva
Che i PFAS, gli inquinanti eterni, abbiano ripercussioni sulla salute è ormai dimostrato da una messe di studi e ricerche. I PFAS (per- e poli-fluoroalchili) sono un gruppo estesissimo di sostanze chimiche di sintesi (oltre 15.000) e si trovano pressoché ovunque: per via della loro struttura chimica, questi composti sono molto stabili e resistono alle condizioni ambientali più estreme. Per questo, sono largamente usati nella produzione industriale di imballaggi, tessuti impermeabili, rivestimenti antiaderenti, persino farmaci e cosmetici.
Ma proprio la loro stabilità, che li ha resi insostituibili in molti processi industriali, è il principale rischio ambientale e sanitario: i PFAS si degradano molto lentamente – da decenni a secoli – e questo, in una scala temporale umana, significa che sono praticamente eterni. La loro persistenza nell’ambiente e il loro bioaccumulo negli organismi (umani e non) pone quindi gravi rischi per la salute. Inchieste giornalistiche internazionali come il Forever Pollution Project, a cui Il Bo Live ha collaborato, hanno dimostrato quanto la contaminazione da PFAS sia pervasiva, e quanto alti sono i costi sanitari ed economici che dobbiamo pagare a causa di questa forma di inquinamento.
È stato dimostrato che alte concentrazioni di PFAS nel corpo hanno diversi effetti: possono compromettere l’attività del sistema endocrino, che regola i livelli ormonali, con conseguente aumento del rischio di sviluppare malattie come il diabete di tipo 2; possono ridurre la funzionalità di diversi organi, come i reni e il fegato; possono ridurre la funzionalità del sistema immunitario; possono aumentare il rischio di sviluppare varie malattie metaboliche (ipertensione, obesità, sindrome metabolica); sono stati anche correlati ad effetti neurotossici e a conseguenti disturbi cognitivi, come autismo e ADHD. Infine, i PFAS sembrano influire anche sulla salute riproduttiva delle persone di entrambi i sessi: agiscono come interferenti endocrini, riducendo così la fertilità e incidendo sul buon andamento della gravidanza, aumentando i rischi di problemi e di esiti negativi delle gestazioni.
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Uno studio pubblicato di recente dalla rivista scientifica americana PNAS ha approfondito proprio questo aspetto. I ricercatori – un gruppo composto da idrologi ed economisti – ha messo in luce la correlazione tra l’esposizione ad alte concentrazioni di PFAS tramite l’acqua dei rubinetti domestici e l’aumento di casi di parti molto prematuri e di basso peso alla nascita, entrambe condizioni che hanno conseguenze sulla salute dell’individuo per tutta la vita.
I ricercatori hanno potuto studiare un caso di contaminazione reale, avvenuto in New Hampshire (Stati Uniti). In quello Stato, infatti, vi sono aree in cui la contaminazione da PFAS è nota. Utilizzando queste conoscenze, i ricercatori hanno mappato i bacini idrici sotterranei da cui l’acqua potabile viene portata nelle case, mettendoli in relazione ai siti di contaminazione da PFAS. Basandosi sulle caratteristiche topografiche e idrologiche della regione, hanno simulato la possibile diffusione dei PFAS nelle falde acquifere a monte e a valle del punto d’origine della contaminazione. Basandosi su questa simulazione, hanno poi studiato gli esiti delle quasi 12.000 gravidanze avvenute tra il 2010 e il 2019 nelle aree probabilmente contaminate.
A partire da un dato semplice e facilmente controllabile – il fatto che l’acqua fluisce verso valle – i ricercatori hanno avuto a disposizione due gruppi da confrontare, la cui composizione era naturalmente randomizzata (cioè priva di distorsioni dovute alla scelta dei partecipanti, come ad esempio la loro condizione socioeconomica o l’etnia). Nelle aree circostanti le fonti di contaminazione da PFAS, infatti, si poteva dividere la popolazione in due: coloro le cui case sono servite da pozzi che sono a monte della contaminazione, e che quindi ricevono acqua priva di PFAS, e coloro che invece vengono serviti da pozzi situati a valle del punto di contaminazione e che, perciò, ricevono acqua contaminata dai PFAS.
Maggiore rischio di complicazioni per le gravidanze
Confrontando gli esiti delle gravidanze nei due gruppi, i ricercatori hanno osservato che “essere serviti da un pozzo a valle di un sito contaminato da PFAS causa esiti di gravidanza peggiori”. In particolare, nel gruppo di persone esposte alla contaminazione, la possibilità di morte del neonato nel primo anno di vita aumenta del 191% rispetto al gruppo di controllo. Inoltre, la probabilità di un parto pretermine e di un basso peso alla nascita aumentano in generale rispettivamente del 20% e del 43%, ma la probabilità che questi eventi si verifichino nella loro forma più grave è altissima: +168% per il parto estremamente pretermine (prima delle 28 settimane di gestazione), +180% per il peso estremamente basso alla nascita (sotto i 1.000 grammi).
Si tratta di dati preoccupanti, anche se, come spiega Fabrizio Bianchi, epidemiologo ambientale dell’Istituto di Fisiologia Clinica del CNR, si tratta di stime calcolate studiando una popolazione piuttosto ridotta, dal momento che i problemi di salute osservati sono molto rari nella popolazione generale: “La dimensione della popolazione di 11.539 nascite è relativamente limitata per eventi rari come la mortalità infantile, le nascite pre-termine e il peso molto basso e basso del neonato. Le percentuali sull’aumentato rischio di esiti sfavorevoli della riproduzione sono indubbiamente molto elevate, seppure derivanti da variazioni assolute modeste, con intervalli di confidenza molto ampi (e in epidemiologia numeri piccoli corrispondono a una bassa potenza statistica), di cui occorre tenere conto nel dosare la forza delle conclusioni”.
Una relazione causale?
Per i ricercatori questi numeri non sono soltanto sintomo di una correlazione, ma segnalano una relazione causale tra l’esposizione ai PFAS e questi effetti sulla salute riproduttiva. Negli studi epidemiologici, tuttavia, individuare un chiaro nesso di causalità è spesso difficile. Soprattutto in un contesto reale, come quello studiato in questo caso, è difficile isolare un unico fattore causale ed escludere con sicurezza altri elementi che potrebbero contribuire a determinare il fenomeno (che gli epidemiologi chiamano “fattori confondenti”).
Annibale Biggeri, epidemiologo professore di Statistica medica al Dipartimento di Scienze Cardio-Toracico-Vascolari dell’università di Padova, non coinvolto in questo studio, non crede che in questo caso sia possibile parlare di un legame causale: “Per stabilire un nesso causale non basta un articolo scientifico, ma occorre la conferma in popolazioni e studi differenti, la plausibilità biologica e molte altre considerazioni metodologiche. In particolare, questo studio non offre dati quantitativi sull’entità dell’esposizione umana. Tuttavia, è certamente interessante e suggerisce nuove ipotesi di lavoro sulla tossicità da PFAS”.
Fabrizio Bianchi, anch’egli esterno allo studio, ha un’opinione simile, e afferma: “Questo lavoro rafforza in modo sostanziale il dibattito sulla relazione causale, pur non rappresentando una conclusione definitiva. Questa, va ricordato, può venire solo da metanalisi o rassegne sistematiche di diversi studi confermativi condotti in situazioni e circostanze diverse, con misurazione diretta dell'esposizione a livello individuale (madri durante la gravidanza), basati su dimensioni campionarie ampie in modo da aumentare la stabilità delle stime di rischio”.
I limiti dello studio
Le principali riserve che Biggeri espone riguardano la mancanza di dati quantitativi specifici sull’esposizione agli inquinanti: “La modellazione delle acque sotterranee è basata su regressione statistica [un metodo che permette di analizzare due o più serie di dati stimando l’eventuale relazione tra questi, n.d.r.] che utilizza lo stato del pendio a valle, la distanza, i suoli e i PFAS del sito contaminato. Non viene riportata alcuna metrica di prestazione predittiva e non viene convalidata la concentrazione prevista rispetto ai dati osservati nei pozzi o al biomonitoraggio. Per questi motivi, i risultati dell’articolo in questione dovrebbero essere interpretati qualitativamente”.
Si tratta di limiti che gli stessi autori della ricerca hanno esplicitamente sottolineato, come evidenzia anche Bianchi: “L’esposizione attribuita alle madri nelle due aree poste a confronto non è misurata individualmente ma inferita da proxy idrogeologici, una scelta che potrebbe condurre a classificare in modo errato l’esposizione. Questa può essere sia di tipo non-differenziale, che porta prevalentemente a sottostimare il rischio, sia di tipo differenziale, che può portare a sottostimare o sovrastimare il rischio. Inoltre, la topografia come strumento di identificazione, pur essendo plausibile, può non catturare eterogeneità locali del flusso sotterraneo di acque che poi arrivano alle fonti di approvvigionamento”.
“Infine – aggiunge Bianchi – le stime di esposizione possono riflettere l’effetto combinato di PFAS e co-inquinanti associati ai siti contaminati. L’attribuzione specifica a PFOA/PFOS resta quindi parzialmente indeterminata, e resta aperto anche il problema dei PFAS a catena più corta, che pur essendo meno bioaccumulabili nell’organismo umano, sono al tempo stesso molto mobili nell’ambiente”.
I costi della dispersione dei PFAS nell’ambiente
La questione è anche economica: sia le bonifiche ambientali che il peso della gestione dei problemi di salute generati dai PFAS per il sistema sanitario hanno costi altissimi.
Usando i dati del New Hampshire e quelli disponibili per i siti contaminati da PFAS in altri undici Stati del Paese, gli studiosi hanno stimato quale sarebbe il costo dell’esposizione da PFAS legato a effetti riproduttivi come parti pretermine, basso peso alla nascita e morti neonatali a livello nazionale. E i numeri sono molto alti: “Stimiamo che i PFAS generino almeno 2,7 miliardi di dollari di costi annuali solo negli 11 stati con un alto livello di monitoraggio, e almeno 7,8 miliardi di dollari di costi annuali a livello nazionale”, scrivono gli autori della ricerca. Si tratta, appunto, di una stima realizzata ipotizzando che quanto osservato in New Hampshire possa verificarsi in modo simile anche in altre parti degli Stati Uniti.
Prevenire è più economico che curare
Gli autori della ricerca, infatti, sottolineano quanto la prevenzione sia l’unico strumento veramente efficace per ridurre il rischio e i danni sanitari causati dalla dispersione di PFAS nell’ambiente. Tra le azioni più efficaci, in questo senso, va annoverata sicuramente l’azione legislativa: ad esempio, nel 2024 l’Environment Protection Agency degli Stati Uniti aveva emesso un regolamento (la PFAS National Primary Drinking Water Regulation) che poneva limiti legalmente vincolanti per la presenza di questa famiglia di composti chimici nell’acqua potabile. Questo provvedimento è stato però sostanzialmente reso lettera morta dall’amministrazione Trump, che ha limitato le azioni contenitive sull’inquinamento da PFAS fin dall’inizio del suo secondo mandato.
Il controllo della diffusione degli “inquinanti eterni” è un tema scottante non solo negli Stati Uniti, ma anche da noi. In Europa e in Italia, infatti, molte aree sono interessate da alti livelli di contaminazione da PFAS, e il dibattito sulla migliore via per la regolamentazione dell’uso di queste sostanze è ancora aperto. L’Unione Europea, comunque, ha adottato un approccio molto diverso da quello nordamericano, e più protettivo per la salute dei cittadini comunitari: il 12 gennaio 2026 è entrata in vigore la Direttiva Drinking Water, che impone agli Stati membri di attivare un monitoraggio costante dei livelli di PFAS nelle acque potabili e di assicurare che non si superino i nuovi limiti imposti dalla Direttiva.
Nel complesso, lo studio pubblicato su PNAS non offre una risposta definitiva al dibattito sulla relazione di causalità tra l’esposizione ai PFAS e gli effetti negativi sulla salute riproduttiva, ma aggiunge nuove prove su possibili conseguenze sanitarie già ipotizzate in passato. “Nonostante le limitazioni”, conclude Bianchi, “lo studio accresce notevolmente le nostre conoscenze sul tema. In questo modo, si indirizzano i ricercatori verso ulteriori approfondimenti e i decisori a prendere da subito misure di prevenzione primaria, come l’eliminazione o la drastica riduzione della concentrazione di PFAS”.