SOCIETÀ

Cuba, l’embargo Usa sul petrolio sta uccidendo il sogno di Castro

L’ultimo rifornimento è arrivato nella baia dell’Avana lo scorso 9 gennaio, a bordo della Ocean Mariner: una petroliera inviata dal Messico con 86.000 barili a bordo, scaricati nella raffineria Ñico López. Da allora in poi nemmeno una goccia. Gli Stati Uniti hanno chiuso la strada a qualsiasi forma di approvvigionamento, spingendo l’isola caraibica verso una crisi mai così profonda, a un passo dal collasso. La fonte del Venezuela, che per Cuba è stata per anni il principale fornitore, è stata chiusa ancor prima del blitz del 3 gennaio che ha portato al rapimento e alla cattura di Nicolás Maduro. Ma il 29 gennaio il presidente americano ha anche firmato un ordine esecutivo che, adducendo unilateralmente ragioni di “sicurezza nazionale”, impone sanzioni a chiunque venda petrolio al regime cubano. Anche il Messico, nel timore di essere colpito da un inasprimento dei dazi statunitensi, ha deciso di sospendere le forniture di petrolio in attesa di trovare una soluzione diplomatica. “Questa sanzione imposta ai paesi che vendono petrolio a Cuba è molto ingiusta”, ha dichiarato la presidente messicana, Claudia Sheinbaum. “Non è giusta, perché le sanzioni che colpiscono le persone non sono giuste. Si può essere d’accordo o meno con il regime di Cuba, ma il popolo non dovrebbe mai essere danneggiato. Cerchiamo di costruire un quadro di dialogo che possa prevenire una situazione seria per il popolo cubano”. L’isola, da sola, riesce a coprire a malapena il 30% del proprio fabbisogno energetico: ma è un petrolio pesante, solforoso, che avrebbe bisogno di raffinazione. Il suo utilizzo ha già danneggiato diverse centrali, peraltro fatiscenti e prive di manutenzione. La rete elettrica sta crollando: per 4-5 ore di servizio ci sono black-out che abitualmente durano 10-15 ore, ma che possono arrivare anche a 50 ore consecutive.

Il crollo del turismo

Così Cuba, lentamente, muore. Il regime ha annunciato drastiche misure di austerità in risposta alla crisi energetica: a partire dagli ospedali, dove i ricoveri e le attività chirurgiche saranno garantite soltanto per le più gravi urgenze. Ma i consumi saranno razionati anche per il servizio pubblico dei trasporti e per le scuole, che saranno aperte con orario ridotto. Con il presidente cubano Miguel Dìaz-Canel che ha di fatto attualizzato quel piano “Opzione Zero” (dove lo zero sta per il quantitativo di petrolio a disposizione dei cubani) elaborato da Fidel Castro nei primi anni ’90, e mai attuato, per garantire la sopravvivenza della Rivoluzione dopo la caduta dell’Unione Sovietica anche in caso di un blocco dei rifornimenti energetici. La situazione è talmente grave che sta crollando anche un pilastro portante della già fragile economia cubana: il turismo. Lunedì scorso i funzionari dell’aviazione cubana hanno avvisato che all’aeroporto internazionale José Martí dell’Avana non sarà più disponibile il carburante per il rifornimento degli aerei: Air Canada ha immediatamente sospeso i suoi 32 voli settimanali (ma manderà aerei vuoti, con autonomia garantita, per riportare a casa i circa tremila turisti che si trovano ancora sull’isola), e lo stesso hanno fatto altre compagnie, come WestJet e Sunwing. Air France e Air Europe hanno invece scelto, per ora, di resistere e faranno scalo in altre isole dei Caraibi per effettuare il necessario rifornimento. Ma i turisti scappano, le strutture alberghiere chiudono (come i resort a Cayo Coco), e chissà quando e se potranno riaprire. Il 2025 si è chiuso con uno dei peggiori risultati di sempre per il settore: appena 1.800.000 visitatori, ben distanti dal record di 4,7 milioni di turisti internazionali raggiunti nel 2018, l’anno del “disgelo” voluto da Barack Obama. Solo nel triennio della pandemia, dal 2020 al 2022, era andata peggio. 


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Ma il crollo del turismo vuol dire niente più lavoro, vuol dire entrare con entrambi i piedi in una crisi che non sarà soltanto economica, ma sociale, di sopravvivenza. Come aveva anticipato The Economist in un rapporto pubblicato lo scorso novembre, dove si leggeva: “È difficile capire come i cubani comuni riescano oggi a sopravvivere. Le necessità più essenziali della vita costano molto più del salario mensile medio ufficiale di 6.506 pesos, equivalenti a poco più di 14 dollari”. E come ha rimarcato l’ONU la scorsa settimana, con il portavoce Stéphane Dujarric che ha dichiarato: “Il Segretario Generale è estremamente preoccupato per la situazione umanitaria a Cuba, che peggiorerà, se non crollerà, qualora i bisogni petroliferi non dovessero essere soddisfatti”. L’embargo americano sta strangolando l’isola. E chi può scappa: nella vicina Repubblica Dominicana, in Messico, in Brasile o in Spagna, in quello che viene definito “uno dei collassi demografici più catastrofici della storia moderna”. Con stime di popolazione che variano dagli 11,4 milioni (cifre fornite dal governo) agli 8 milioni, secondo analisi demografiche indipendenti. Ma per chi resta il dramma è quotidiano: di servizi, di risorse, di salari, di opportunità, di qualità della vita. Gli unici concreti cenni di aiuto arrivano dal Messico, che ha inviato 814 tonnellate di aiuti alimentari (latte in polvere, riso, fagioli, oltre a prodotti per l’igiene personale) a bordo di due navi della Marina messicana salpate dalla città portuale di Veracruz. Anche la Cina ha espresso la sua disponibilità ad aiutare Cuba, anche se senza chiarire nel concreto cosa intende fare e utilizzando un’insolita prudenza: “La Cina sostiene fermamente Cuba nella difesa della sua sovranità e sicurezza nazionale - ha dichiarato martedì scorso il portavoce del ministero degli Esteri, Lin Jian - e si oppone all’interferenza straniera. Forniremo sempre supporto e assistenza alla parte cubana nella misura delle nostre capacità”. Anche la Russia ha criticato l’inasprimento dell’embargo americano, accusando la Casa Bianca di voler “soffocare” l’isola e promettendo a Cuba “tutta l’assistenza possibile”. 

A L’Avana una apparente normalità

Troppo poco per spostare gli attuali equilibri: con gli Stati Uniti che hanno ormai sostituito, indisturbati, il diritto internazionale con la legge del più forte (il presidente francese Macron ha denunciato la pratica nel suo intervento al Forum Economico Mondiale di Davos). E con il regime cubano che si nasconde dietro un’apparente normalità. Come rileva Bert Hoffmann, ricercatore dell’Istituto Tedesco per gli Studi Globali e Regionali (GIGA) ed esperto di America Latina, interpellato dall’emittente televisiva Deutsche Welle: “C’è un atteggiamento diffuso di attesa, una grande normalizzazione della crisi, un tentativo di mantenere la calma e andare avanti. Eppure questa apparenza di normalità è ingannevole: il paese non ha alcuna prospettiva di far entrare petrolio nel prossimo futuro, anche se fosse in grado di acquistarlo. Gli Stati Uniti hanno un conto da saldare” - conclude Hoffmann -. E ora Washington punta a far capitolare Cuba”.


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Il presidente cubano Miguel Diaz-Canel, lo stesso che a fine gennaio, dopo l’annuncio dell’embargo totale americano, aveva definito la mossa “fascista, criminale e genocida”, ora apre a una qualche forma di dialogo: “Siamo disposti a dialogare con gli Stati Uniti, su qualsiasi argomento, ma senza pressioni o pre-condizioni”. Ma la reale leva negoziale oggi nelle mani del presidente cubano sembra prossima allo zero. Colloqui informali sarebbero già in corso (“Stiamo iniziando a parlare con i leader di Cuba”, ha dichiarato Trump), ma bisogna vedere se e quando porteranno a un risultato. La Casa Bianca vuole un accordo e non sembra disposta a concedere vie d’uscita al regime, che si trova dunque di fronte a un bivio lose-lose, dove può soltanto perdere. Come riassume il centro studi Chatham House: “Il regime comunista cubano si trova di fronte a una scelta impossibile: cedere alle richieste della Casa Bianca che minacceranno il suo potere – ad esempio, liberare prigionieri politici e tenere elezioni – oppure cercare di usare la repressione per resistere a una crisi umanitaria imminente che potrebbe sfociare nel caos e/o in una massiccia emigrazione. La decisione dipenderà da ciò che l’amministrazione Trump offrirà. Ma Cuba non è il Venezuela. Cuba non si trova su vaste riserve petrolifere e non possiede ricchezze minerarie inesplorate. Un cambio di governo non garantirebbe una vittoria economica agli Stati Uniti. Anche l’industria dello zucchero è crollata. L’azione contro Cuba è guidata in gran parte dall’ideologia, un residuo della Guerra Fredda, un nemico dichiarato a 90 miglia dalla costa della Florida che 13 presidenti USA in 67 anni non sono riusciti a rovesciare”. Ma è assai improbabile che Diaz-Canel accetti di lasciare il potere. Come è improbabile che Trump voglia trovarsi a gestire un esodo di massa, qualora la stretta economica si prolungasse per mesi. Andrés Oppenheimer, editorialista del Miami Herald, individua una possibile via d’uscita: “Non si può escludere che la dittatura cubana raggiunga un accordo con Trump e rimanga al potere. Il presidente americano potrebbe cercare un patto su migrazione e traffico di droga, rimandando la transizione verso la democrazia per il futuro”. Probabilmente il massimo che, in questa fase e con questi interpreti, gli eredi di Fidel Castro, a quasi dieci anni dalla sua scomparsa, possono sperare di ottenere.

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