Tagliare le lingue significa tagliare il futuro
Nelle scorse settimane l’insegnamento delle lingue straniere ha subito un intervento tanto drastico quanto preoccupante da parte del Ministero dell’Istruzione e del Merito. Con la riforma degli Istituti Tecnici (Decreto Ministeriale n. 29 del 19 febbraio 2026), il monte ore destinato alla seconda lingua comunitaria, generalmente francese, spagnolo o tedesco, è stato fortemente ridotto, fino in alcuni casi a due terzi in meno rispetto all’attuale. In termini concreti, si passa da tre a due ore settimanali nel biennio, per arrivare addirittura a una sola nel triennio.
Se il ruolo imprescindibile dell’inglese nei processi di internazionalizzazione non è in discussione, questa scelta solleva interrogativi profondi. Come Presidente della DILLE – Società Italiana di Didattica delle Lingue e Linguistica Educativa – e Direttore del CESLE (Centro studi sulla linguistica educativa), non posso che esprimere forte preoccupazione per una decisione che si pone in aperta controtendenza rispetto alle indicazioni del Consiglio d’Europa e agli esiti dei recenti Stati Generali per l’Educazione Linguistica e Letteraria.
La riduzione dell’insegnamento delle lingue, soprattutto negli indirizzi economici, non è soltanto un indebolimento dell’offerta formativa: è una regressione culturale e scientifica, destinata ad avere ricadute anche sul piano economico. La conoscenza delle lingue e delle culture è infatti un fattore decisivo nelle relazioni commerciali e nei processi di internazionalizzazione delle imprese.
Ma le conseguenze riguardano anche il singolo individuo. Il plurilinguismo è riconosciuto da tempo come una risorsa cognitiva fondamentale: l’uso di più lingue potenzia le funzioni esecutive, migliora la flessibilità mentale, rafforza il controllo dell’attenzione e le capacità di problem solving. Non solo: rappresenta anche una forma di prevenzione rispetto al declino cognitivo. Ridurre l’esposizione linguistica a una sola ora settimanale significa, nei fatti, rendere impossibile lo sviluppo di competenze solide e durature, privando gli studenti di uno strumento essenziale per il pensiero critico.
Vi è poi un aspetto di equità. Una simile riduzione rischia di compromettere il diritto a un’istruzione realmente accessibile a tutti, accentuando le disuguaglianze tra territori, tra scuole e tra studenti. Limitare lo studio delle lingue significa, di fatto, trasformarlo in un privilegio per chi può permettersi percorsi formativi privati, tradendo la missione inclusiva della scuola pubblica.
In un contesto europeo che promuove il modello “1+2” – lingua materna più altre due lingue – l’Italia sembra imboccare una strada opposta, rischiando un progressivo isolamento. Una scelta che penalizza in particolare i diplomati degli istituti tecnici, chiamati a confrontarsi con un mercato del lavoro globale in cui la mediazione linguistica e culturale è una competenza chiave, riconosciuta anche dal Quadro Comune Europeo di Riferimento per le Lingue.
Indirizzi come Relazioni Internazionali per il Marketing rischiano così di perdere la loro specificità: senza una solida base linguistica, l’“internazionalizzazione” resta uno slogan privo di contenuto. A ciò si aggiunge un ulteriore elemento critico: la riduzione delle ore comporta inevitabilmente anche una contrazione delle cattedre, con la dispersione di un patrimonio di competenze costruito in decenni di esperienza didattica e ricerca.
Non si costruisce la scuola del futuro riducendo gli strumenti che permettono di comprendere e abitare la complessità del presente.
Per queste ragioni è auspicabile una revisione della riforma. Le scelte politiche non possono prescindere dalle evidenze scientifiche, se vogliono davvero rispondere alle sfide del nostro tempo. In una società sempre più interconnessa, la capacità di comunicare tra lingue e culture non è un valore aggiunto: è una competenza fondamentale per la vita quotidiana e per il futuro delle nuove generazioni.