CULTURA

La scomparsa di Josef Mengele. Un film che non concede distanze di sicurezza

Josef Mengele, soprannominato “L’angelo della morte” è passato alla storia per aver torturato e ucciso migliaia di donne, uomini e bambini nel campo di sterminio di Auschwitz, sottoponendoli a crudeli esperimenti nel nome di un presunto interesse scientifico, in realtà al servizio dell’ideologia razzista.
Il medico nazista per eccellenza, nonché uno dei criminali di guerra più noti del Novecento, è il protagonista dell’ultima opera cinematografica di Kirill Serebrennikov.

La scomparsa di Josef Mengele (titolo originale: Das verschwinden des Josef Mengele) è un film crudo e dalle tinte noir, girato quasi interamente in bianco e nero, adattamento dell’omonimo libro di Olivier Guez. Presentato all’ultimo Festival di Cannes e proiettato in anteprima italiana durante la trentasettesima edizione del Trieste film festival, uscirà nei cinema di tutta Italia il 29 gennaio 2026.

La trama è incentrata sulla fuga di Mengele in Sud America nel secondo Dopoguerra. Come molti gerarchi nazisti, riesce a scappare dalla Germania grazie all’aiuto di alcuni ex ufficiali delle SS e prova a ricostruirsi una vita sotto falso nome. Lo vediamo impersonato da August Diehl mentre si sposta da un Paese all’altro per circa un ventennio, mentre cerca con ostinazione di sfuggire ai tentativi di arresto e condanna, oltre che a qualunque altra richiesta di assunzione di responsabilità per i crimini commessi. Sarà suo figlio Rolf (Maximilian Meyer-Bretschneider) a trovarlo e a pretendere delle risposte.

Si tratta di un’opera a cui approcciarsi con coraggio, sia per la durata (135 minuti) sia per la complessità dei temi affrontati e della narrazione, che segue il protagonista a grandi balzi avanti e indietro nel tempo e poi da un Paese all’altro.

Alcuni flashback, in particolare, irrompono a colori sulla scena, squarciando il ritmo altrimenti lento della narrazione, per catapultarci all’epoca in cui Mengele si trovava ad Auschwitz. È proprio attraverso l’uso del colore, insieme al cambio di colonna sonora e di inquadrature che segnano i ricordi del protagonista, che Serebrennikov suggerisce che quelli fossero, per Mengele, dei momenti felici, provocando un disturbante cortocircuito tra la nostalgia per i “bei vecchi tempi” del carnefice e la realtà delle atrocità commesse.

I flashback che mostrano gli esperimenti condotti da Mengele sulle sue vittime rendono il film non adatto a un pubblico impressionabile. Proprio l’inserimento di queste scene, che risultano alquanto disturbanti – se non addirittura traumatiche – per chi non apprezza il genere, ci riporta al centro di un dibattito ricorrente sul senso della rappresentazione esplicita della violenza nel cinema storico. Si tratta di una necessità etica, che serve a mettere lo spettatore di fronte a un male realmente accaduto, impedendogli di rifugiarsi in una comoda distanza di sicurezza? Oppure di una scelta che calca eccessivamente la mano, quasi di cattivo gusto e, in ultima analisi, non indispensabile?

Il Dopoguerra e le peregrinazioni in America del Sud non hanno invece nulla di gioioso per Mengele, come mostrano palesemente le atmosfere cupe dell’opera di Serebrennikov, caratterizzate da una colonna sonora degna di un film di spionaggio e una fotografia a dir poco impeccabile, che tradisce un’attenzione quasi maniacale per i dettagli.
Un’estetica perfetta che incornicia un personaggio borioso, crudele, a tratti patetico e decisamente privo di sfaccettature, ben diverso dall’immagine del virtuoso uomo di scienza che il regime nazista aveva costruito di Mengele.

L’angoscia che resta addosso dopo la visione de La scomparsa di Josef Mengele, infatti, non è solo frutto delle ricostruzioni esplicite delle violenze nei campi di concentramento, ma anche dall’incapacità (o forse, piuttosto, dalla testardaggine) del protagonista di riconoscere l’atrocità delle sue azioni. L’angelo della morte protegge l’eticità del suo operato fino alla fine, saldamente convinto di aver operato nell’interesse della “grande Germania” e circondato da persone che gli ricordano che “non ha fatto nulla di male”.

In questo senso, Serebrennikov riesce a conseguire con successo il suo intento di proporre un’opera capace di raccontare gli eventi della Seconda guerra mondiale discostandosi dalle narrative solitamente proposte. Tali avvenimenti, a suo avviso, “sono stati spesso rappresentati nell’arte soprattutto dal punto di vista degli eroi, le cui motivazioni comprendiamo chiaramente. Si tratta di combattenti della resistenza, soldati alleati, persone anonime che hanno combattuto contro il nazismo. In questo film capovolgiamo il punto di vista: cerchiamo di esaminare il lato più oscuro dell’animo umano da una prospettiva mai esplorata prima”, ovvero quella “di coloro che fecero tremare il mondo di paura”.

La speranza del regista, presente in sala durante la proiezione della sua opera al Trieste film festival, è che il suo lavoro diventi un monito perché questa storia non si ripeta “mai più”.

The main idea of this film, The disappearence of Josef Mengele, is: never again Kirill Serebrennikov

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