CULTURA

Silent friend. La poesia della natura nel nuovo film di Ildikó Enyedi

Un albero secolare di Ginkgo biloba si staglia nella quiete dell’orto botanico universitario di Marburgo; apparentemente disinteressato a ciò che gli succede attorno, assiste silenzioso alle vicende umane che si dipanano in quel giardino dall’inizio del Novecento ai giorni nostri.

Silent friend, l’ultima opera della regista ungherese Ildikó Enyedi, ha chiuso la trentasettesima edizione del Trieste film festival. Durante la serata conclusiva della rassegna, Enyedi ha ricevuto il Premio Eastern Star Award, assegnato ogni anno a “una personalità del mondo del cinema che con il suo lavoro ha contribuito a gettare un ponte tra l’Europa dell’est e dell’ovest”.
Il film, vincitore del Premio Fipresci all’ultimo Festival del cinema di Venezia, uscirà nelle sale di tutta Italia il 26 febbraio 2026.

La trama segue le vicende di alcuni scienziati e scienziate che in tre diverse epoche, nell’arco di oltre cent’anni, passano per l’orto botanico di Marburgo, subendo ognuno per motivi diversi il fascino del Ginkgo biloba.

Tony Wong (interpretato da Tony Leung Chiu-wai), neuroscienziato di Hong Kong e docente in visita a Marburgo, si interessa all’albero durante la pandemia nel 2020 e decide di provare a studiarne i processi interni posizionando degli elettrodi sulla corteccia; più di un secolo prima, trova riparo sotto le fronde di quell’albero la studentessa Grete (Luna Wedler), la prima donna a studiare all’università di Marburgo. Il suo desiderio di conoscenza, in un’epoca in cui la scienza era ritenuta un’attività per soli uomini, sembra quasi un atto sovversivo; negli anni Settanta del Novecento, all’ombra del Ginkgo biloba avviene anche l’incontro tra il timido Hannes (Enzo Brumm) e l’imprevedibile Gundula (Marlene Burow), intenta a condurre insoliti esperimenti su un geranio viola.

Uomini e donne appartenenti a tre generazioni diverse, dunque. Ognuno alle prese con i suoi dubbi, sogni e difficoltà, costretto a fare i conti con un diverso tipo di solitudine e, allo stesso tempo, alla ricerca di una connessione, di un legame di qualità con gli altri esseri umani o, perché no, con il mondo vegetale.
Sullo sfondo, passano le stagioni, cambiano le epoche e il modo di vestire. Restano, invece, la curiosità scientifica, la quiete dell’orto botanico e il fruscio del vento che scuote le fronde del Ginkgo biloba, protagonista indiscusso dell’opera di Enyedi.

La narrazione, lenta e precisa, si muove tra le tre linee temporali, ciascuna con il proprio tono, ritmo e i suoi colori, resi più o meno vividi – anche grazie all’alternanza tra analogico e digitale – in base all’epoca di riferimento. Nonostante le differenze, le diverse trame si armonizzano tra loro perfettamente, come frammenti unici di una storia più grande, quella della misteriosa bellezza del mondo naturale, incantato e talvolta persino sensuale, che lega l’essere umano a ogni altra forma di vita.

D’altronde, come suggerisce anche il titolo, l’opera di Enyedi riesce a raccontare non solo il modo in cui percepiamo il mondo vegetale, ma spinge anche a domandarsi – come fa uno dei personaggi a un certo punto del film – se non sia anche la natura stessa a osservare noi esseri umani.

È indicativo anche il fatto che l’opera sia ambientata in una città universitaria dal fascino antico, richiamando l’idea delle accademie come spazi di libertà e incontro culturale; luoghi dove i rapporti fruttuosi, nella scienza e non solo, possono nascere anche dalle difficoltà e – chi lo avrebbe mai detto – persino durante una pandemia.
In questa prospettiva, Silent friend mette in luce anche il valore della ricerca scientifica, che se condotta con passione, rispetto e apertura mentale può diventare uno dei modi attraverso il quale ristabilire una connessione profonda con la natura e, perché no, immaginare di cambiare il mondo in meglio.

Anche (ma non solo) per il messaggio di speranza che trasmette, Silent friend è un racconto poetico, poco convenzionale e a tratti anche divertente.
Non è un film che offre tutte le risposte – restano, infatti, alcuni nodi volutamente irrisolti – quanto piuttosto un insieme di impressioni e suggestioni, come se la volontà di Enyedi fosse quella di lasciare spettatrici e spettatori in uno stato emotivo ben preciso, modellato dai suoni e dai colori della natura, più che quella di raccontare una storia compiuta e lineare.

Un’opera da apprezzare, dunque, lasciando in sospeso la nostra istintiva ricerca di coerenza e schemi ricorrenti e accettando, invece, di essere trasportati dalle immagini, dai colori e dalle atmosfere, che rendono la visione un’esperienza travolgente e immersiva.

Silent friend, in definitiva, è un film che fa stare bene e ispira a confrontarsi con qualcosa che è più grande di noi. Ultimo, ma non meno importante, ci accompagna fuori dalla sala con la voglia di passeggiare in un parco, in un bosco o – ancora meglio – in un giardino botanico, seguendo con lo sguardo le trame che i rami degli alberi disegnano nel cielo.

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