Sullo scaffale per i dieci anni dalla morte di Eco: Umberto di Roberto Cotroneo
credits: ALBERTO CRISTOFARI/CONTRASTO
“Quelli che mi lasciano proprio senza fiato sono i libri che quando li hai finiti di leggere e tutto quel che segue vorresti che l’autore fosse un tuo amico per la pelle e poterlo chiamare al telefono tutte le volte che ti gira” si legge nel celeberrimo Il giovane Holden di Salinger e questo pensiero è senz’altro balenato nella mente di tanti: il desiderio, cioè, di incontrare un (grande) scrittore per poter parlare con lui di quello che ha scritto ma non solo. Della vita tutta.
A dieci anni dalla morte di Umberto Eco, ci permette di fare qualcosa del genere Roberto Cotroneo, giornalista e scrittore, che di Eco è stato amico, in qualche modo allievo d’anima (questa è l’impressione che se ne ha nel leggere quello che scrive di lui) e che si diceva, infondatamente, ne fosse il nipote – entrambi nativi di Alessandria, ma non basta. Cotroneo, dopo aver pubblicato due saggi letterari sulla sua opera, torna infatti in libreria con un volume, Umberto (La nave di Teseo, 2026) in cui racconta di lui come se ci riportasse il contenuto di quelle telefonate cui fa menzione Salinger.
La sensazione è che non cerchi di scandagliare l’esperto di lettere e di discipline linguistiche e filosofiche o che non voglia aggiungere riflessioni sulla sua letteratura, ma che provi a raccontare l’uomo e la sua eccezionalità, che ci appare tanto più evidente quanto più è corso veloce il tempo in questi ultimi dieci anni senza di lui, dall'avvento del Covid all’AI.
“Uno così non piaceva alla vecchia accademia. Non piaceva a un vetusto, molto letterario italiano che lo guardava con sospetto perché maneggiava materiali sconosciuti: la teoria dell’informazione, la linguistica, il romanzo popolare dell’Ottocento. Non era organico in nulla. Imbarazzava chiunque ci avesse a che fare e volesse mettersi sul suo stesso piano. Quanto saprà quest’uomo in più di me?”.
Tutti abbiamo sentito i memorabilia sulla sua collezione di libri (e all’ingenuo che chiedesse se li aveva letti tutti rispondeva che gliene mancava giusto uno) e tutti ricordiamo la sua frase sulle legioni di imbecilli che hanno diritto di parola su Internet neanche fossero Premi Nobel, e Cotroneo ci svela che pare abbia detto di sé al giornalista Giorgio Bocca incontrato sul treno: “Non so che dirti, sono condannato a fare Umberto Eco per tutta la vita”.
Il nome della rosa – scritto su grandi quaderni a mano e solo le scene di sesso a macchina (ipse dixit) – lo ha reso celebre nel mondo, ma erano tempi quelli (il 1980) in cui non era per niente usuale che un professore universitario scrivesse libri “disimpegnati” (cosa che certo, con gli occhi di oggi, Il nome della rosa non è). Dice Cotroneo: “Allora poteva essere controproducente che un professore si desse al romanzo. O almeno così pensava. Riferisce il critico Domenico Porzio che, quando Umberto scrisse Il nome della rosa, diede a lui e ad altri amici alcune copie del dattiloscritto, accompagnate da una domanda: quel romanzo poteva nuocere alla sua immagine di studioso e di professore? Domande lunari oggi, dove il narcisismo autoriale non permette di porsi quesiti del genere, e i professori scrivono romanzi sui loro primi amori”.
La distanza tra quel mondo e questo è siderale: in mezzo c’è stato il romance, c’è stato il boom delle serie TV, il proliferare dell’autofiction. Se fosse ancora vivo sarebbe davvero interessante sapere cosa direbbe dell’AI. Se la userebbe. Se la deprecherebbe.
Ma come scrive Cotroneo: “Umberto non aveva mescolato cultura bassa e cultura alta come credono gli ingenui. Li aveva letti semplicemente con la stessa lente. […] Umberto non ha mai sdoganato nulla. […] Ha usato Aristotele per capire Ian Fleming e Duns Scoto per arrivare a Superman e Flash Gordon. […] In questo non solo fu modernissimo ma anticipò molte cose.”
Quanto all’autofiction, c’è un dialogo tra lui e la moglie Renate che Cotroneo riporta e che potrebbe essere usato per far comprendere la questione una volta per tutte.
“Quando [lei] lo rimprovera: ‘Ma allora non è vero che tu in campagna non vedevi le scintille del fuoco acceso, e che non ti interessavano, perché nel romanzo le racconti benissimo’, lui, fiero del suo modo di raccontare, le risponde: ‘Non ho mai fatto caso alle scintille del fuoco in campagna, ma sapevo come le avrebbe viste un uomo del medioevo’.
Eppure Cotroneo definisce diffidenza questa distanza che Eco avrebbe messo tra il suo intimo e il resto, come avesse costruito “un fortino per proteggersi”, e si chiede: “Ma possono esistere dei timidi estroversi? L’Eco brillantissimo, capace di cambiare il linguaggio delle sue presentazioni a seconda del luogo dove si trovava, poteva al tempo essere un timido e schivo intellettuale, angosciato dall’idea della morte, e sempre di più man mano che invecchiava?”.
C’è di più ancora a segnare la distanza con i colleghi di oggi (complice un tempo, il nostro, che tra social e simili invita al protagonismo): Eco ha affermato che “l’autore dovrebbe morire dopo aver scritto. Per non disturbare il cammino del testo”. E Cotroneo chiosa: “Mi tornava in mente ogni volta che gli rivolgevo la parola. Mai chiedere, mai devi domandare. Se qualcosa c’è, sta lì, nel testo, e se tu hai bisogno di chiedere allora vuol dire che non hai letto, che non sei stato capace, che ti è mancato qualcosa”.
E seguendo i dettami di una sua Bustina di Minerva, la rubrica che ha tenuto per anni sull’ultima pagina de l’Espresso, in cui dice che “mentre può aver senso intervistare un personaggio pubblico per fargli dire quello che non ha ancora detto a nessuno, non ha senso chiedere a un autore che cosa ha scritto nel libro che ha appena pubblicato […] perché l’autore per scrivere il suo libro ha lavorato a lungo e quindi si suppone che in quelle pagine abbia dato il meglio di sé” non resta che fare un’unica cosa, oggi, in occasione dei dieci anni dalla sua morte. Riaprire uno dei suoi romanzi, uno dei suoi saggi, e leggere.
“ L'autore dovrebbe morire dopo aver scritto. Per non disturbare il cammino del testo Umberto Eco