CULTURA

Sullo scaffale: Farsi male, intervista a Vittorio Lingiardi

Quante volte ci siamo detti masochisti, quando non ci siamo sottratti a un male incombente, abbiamo perseverato dentro una storia d’amore tossica o infelice, ci siamo inferti diete inutili e faticosissime o non abbiamo rispettato i segnali stanchezza del corpo in nome di un fine superiore, o quando non abbiamo protestato davanti a una scenata ingiusta o abbiamo chiesto scusa chi ci ricattava. O, addirittura, quando in occasione di un successo abbiamo subito iniziato a temere che qualcosa di altrettanto brutto stesse per accadere, come per compensazione: la lista è davvero infinita. Eppure c’è una distinzione tra il nostro modo colloquiale di utilizzare la parola masochista e l’approccio scientifico che a essa deve essere riservato: c’era bisogno che qualcuno facesse luce intorno a questo tema complesso, apparentemente già così sviscerato e invece potenzialmente inesausto. Lo ha fatto Vittorio Lingiardi, psichiatra e psicanalista, nel suo Farsi male. Variazioni sul masochismo (Einaudi, 2025) che abbiamo intervistato.

Masochismo è una parola entrata nel linguaggio comune e viene, a volte, forse abusata. Non solo quando la pronunciamo attribuendovi un significato prossimale o approssimativo, ma anche quando – erroneamente – ci autodiagnostichiamo qualcosa di simile. Considerato che l’Arcipelago M, come Lei lo chiama, è molto ampio (lo si intuisce leggendo) come possiamo muoverci nel tentativo di comprendere se siamo – anche solo un po’ – masochisti?

"Masochista è un aggettivo che turba. Fa pensare alla sottomissione sessuale. In Farsi male. Variazioni sul masochismo, il mio sguardo è sulla personalità e sulle relazioni. Cerco di capire quando il nostro rapporto con il dolore è una convivenza inevitabile e quando è una connivenza inconsapevole. Siamo tutti masochisti, ma non allo stesso modo. E non tutti abbiamo un disturbo masochistico di personalità. Il mio obiettivo è illustrare le diverse forme di masochismo ed esplorare la zona di confine tra un carattere con tratti masochistici, più o meno accentuati, e una patologia masochistica. Un confine dove la disponibilità si trasforma in asservimento, il fisiologico bisogno di dipendere diventa obbedienza, la modestia si converte in automortificazione. La personalità masochistica è caratterizzata dalla tendenza a rimanere coinvolta in relazioni personali o situazioni lavorative che procurano sofferenza, infelicità e senso di fallimento, anche quando sarebbero esplorabili alternative più gratificanti. Se molti tratti delle nostre personalità dipendono anche dalla biologia, quello masochistico è particolarmente determinato dal contesto, ovvero dall’ambiente di crescita e dalla cultura sociale. I ricordi dell’infanzia sono avvolti da un’atmosfera traumatica. Il masochista è stato vittima di qualcuno, prima di esserlo di sé. È necessario dunque ripensare al passato e ascoltarlo per capire le paure che paralizzano il presente e ipotecano il futuro". 

Tra le quattro dinamiche approfondite nel suo libro c’è la “coazione a ripetere”. Oggi molto spesso ci si sente dire di “avere uno schema” (l’amica che dice: “Tu incontri sempre e solo narcisisti” o qualcosa del genere) e si finisce quasi con il temere che si tratti ogni volta di una profezia autoavverante. Verrebbe voglia di controbattere qualcosa come: “Ma io non lo sapevo che si trattasse di quella cosa lì, quando mi ci sono infilato”. Da terapeuta, se l’è sentita fare questa obiezione? E, nel caso, cosa ha risposto (o cosa risponderebbe)?

"È un’obiezione inevitabile e a modo suo giusta. Nessuno entra in una relazione pensando: 'Sto per ripetere il mio schema masochistico'. La coazione a ripetere di freudiana memoria non è una scelta consapevole, ma una fedeltà inconscia a un attaccamento traumatico. Si ripete l’unica lingua che abbiamo appreso. L’amica che dice: 'Tu incontri sempre narcisisti', trasforma un’intuizione in un’etichetta. Imbattersi sempre nella relazione narcisistica è la ripetizione di un bisogno di essere amati da chi non ci ha amato. A volte con l’illusione inconscia di cambiare l’altro o almeno di padroneggiare un trauma passato. Spesso non scegliamo la persona che ci farà soffrire: scegliamo – senza saperlo – la configurazione affettiva che ci è più familiare. Lo ‘schema' non è un destino, ma una traccia. Il modo in cui abbiamo imparato ad amare, a difenderci, a sentirci riconosciuti. La relazione terapeutica può essere una relazione nuova che offre la possibilità di spezzare l’incantesimo masochista-narcisista".

Qual è il confine tra masochismo e sacrificio o disciplina? Le insegnanti di danza classica di tutti i tempi ripetono alle loro (anche piccolissime) allieve il mantra: “Se fa male, fa bene”…

"Il confine è nel senso che diamo al dolore e nella libertà con cui lo affrontiamo. Sacrificio e disciplina implicano una meta: accetto il dolore in vista di un obiettivo che per me ha valore. C’è un progetto, c’è un desiderio, c’è la possibilità di dire 'basta'. La sofferenza è uno strumento, non un’identità. Il masochismo, invece, comincia quando il dolore smette di essere un mezzo e diventa un fine implicito. Quando 'se fa male, fa bene' non è più un incoraggiamento di resistenza fisica, ma un principio morale interiorizzato: valgo se resisto, merito se sopporto, esisto se soffro. In quel passaggio la disciplina si trasforma in mortificazione, il sacrificio in autoannullamento. Nella danza e nello sport, le implicazioni di un corpo che soffre perché soffre una mente (e le sue relazioni) sono moltissime. Il corpo che si allena duramente prova dolore. La domanda clinica non è 'fa male?', ma 'chi è il padrone di questo male?', 'per chi lo fai?', 'puoi fermarti senza sentirti in colpa?'. Se il dolore è dentro una cornice di scelta, di cura e di limite, è crescita. Se diventa l’unico modo per sentirsi degni o amabili, se è rinuncia al piacere, allora non è più disciplina. Non possiamo eliminare il dolore, ma possiamo evitare che diventi la misura del nostro valore". 

Nel guardare all’esistenza e agli esseri senzienti e pensanti, dalla sua esperienza di conoscitore della mente umana, quanto quello che ci accade è frutto del “destino” – comunque si voglia intendere l’intreccio di accadimenti di cui non abbiamo il controllo – e quanto è frutto dei nostri processi mentali ed emotivi? La nostra epoca guarda moltissimo (e giustamente) alla psicoterapia per ricondurci a una vita quantomeno tollerabile. Ma può essere questa (come tante altre invero) a tratti una chimera? Non avremmo a volte bisogno forse di buona sorte più che di aver avuto genitori che non abbiano fatto troppi danni?

"Domanda antica, quasi tragica: il fato o il carattere? Direi che non scegliamo le carte che riceviamo, ma in parte possiamo scegliere come giocarle. Il 'destino' – inteso come intreccio di biologia, famiglia, educazione, contesto storico, incontri – pesa moltissimo. La buona sorte esiste, e non è un dettaglio. Nascere in un ambiente sicuro, incontrare qualcuno che ci riconosce, trovarsi nel posto giusto al momento giusto: sono variabili che nessuna psicoterapia può creare retroattivamente. Detto questo, i nostri processi mentali ed emotivi non sono solo governati dalle forze del passato, sono anche il modo in cui li elaboriamo. Due persone subiscono una grave perdita; una ne resta schiacciata, l’altra, pur soffrendo, riesce a trasformarla in esperienza. Non perché sia 'migliore', ma perché la sua personalità offre strumenti diversi. Il lavoro psicologico, penso alla psicoterapia, non cambia il passato, ma il nostro modo di pensarlo. La persona masochistica è prigioniera di una ripetizione. La psicoterapia è la scommessa sul cambiamento. Un cambiamento che parte dal racconto di una storia. Una storia che viene ascoltata – e in questo senso amata".

Se molti tratti delle nostre personalità dipendono anche dalla biologia, quello masochistico è particolarmente determinato dal contesto, ovvero dall’ambiente di crescita e dalla cultura sociale Vittorio Lingiardi

POTREBBE INTERESSARTI

© 2025 Università di Padova
Tutti i diritti riservati P.I. 00742430283 C.F. 80006480281
Registrazione presso il Tribunale di Padova n. 2097/2012 del 18 giugno 2012