CULTURA

Sullo scaffale: Quello che possiamo sapere di Ian McEwan

Se il nuovo romanzo di Ian McEwan, Quello che possiamo sapere (Einaudi 2025), fosse stato pensato dal suo autore per dimostrare una tesi, cioè – in qualche modo – l’inconoscibilità di ciascuna epoca storica e quindi, per estensione, l’inconoscibilità della realtà tout-court, lo scrittore l’avrebbe di certo dimostrata, sì, ma probabilmente in parte suo malgrado.

McEwan in questa sua nuova fatica colloca infatti l’azione principale, quella del narratore che in prima persona inizialmente racconta, in un futuro non troppo remoto – quando il (nostro) mondo vive sulle ceneri del Grande Disastro e ha attraversato un’inondazione violenta che lo ha parzialmente sommerso riducendone drasticamente la popolazione – e sceglie come protagonista uno studioso di letteratura che si guarda indietro: gli interessa infatti venire a capo della scomparsa un componimento che Francis Blundy, un poeta di grido, aveva recitato alla cena di compleanno della moglie, in suo onore, nel 2014. Nel posizionarsi nel 2119 lo scrittore compie quindi un duplice movimento: ci racconta il futuro e, da lì, ricostruisce il (nostro) presente. Meccanismo ardito perché richiede la capacità di immaginare un futuro coerente (e se possibile non troppo scontato) per chi guarda da qui e al contempo di immedesimarsi in chi studia e analizza il passato non avendolo direttamente conosciuto. Non a caso il romanzo si intitola “quello che possiamo sapere”, che di altri mondi e altre epoche non è mai l’intero, e quand’anche lo sia in parte, la parte ricostruibile è intrinsecamente e kantianamente viziata dall’occhio che la guarda, sebbene ci illudiamo a volte di averne ricostruzioni oggettive, per esempio per il tramite della tecnologia e dei dati informatici immagazzinati.

A questo proposito le riflessioni che Tom, il protagonista della prima parte, fa sull’opera perduta intitolata Corona per Vivien (la corona è una forma poetica costituita da 14 sonetti collegati tra loro e Vivien il nome della moglie di Blundy) possono essere estese alla conoscenza in generale: “Per più di un secolo, era stata prassi consueta in ambito umanistico occuparsi non tanto dell’argomento in oggetto quanto dell’idea che altri si erano fatti di quell’argomento, del modo in cui era stato recepito da altre menti, e di come quello spettro si modificasse danzando da un decennio all’altro. Molto tempo prima, in qualità di laureando, mi era stato richiesto di adottare quel metodo. Personalmente ero contrario, già all’età di diciannove anni. Dicevo al relatore di tesi che il mio desiderio era scrivere di un componimento poetico, non della sua fama. Va da sé che anche ogni mio pensiero riguardo all’opera in questione era di fatto un’idea sull’opera”.

Nella prima parte del romanzo l’autore si avvita quindi in un racconto del futuro che è il frutto evidente del suo pensiero sul presente – la sua “idea sull’opera” appunto. McEwan immagina che il mondo del 2119, impoverito non solo in termini di risorse, meno popolato e senza fiducia nel progresso, viva in equilibrio precario adattato a una sopravvivenza lenta e disincantata. La crisi sarebbe nata dal riscaldamento globale antropico e dall’inerzia politica, fino a sfociare nelle prime guerre climatiche per le risorse. L’uso di armi nucleari sarebbe culminato nell’Inondazione del 2042, con tsunami che sommergono città e ridisegnano la geografia del pianeta. Le esplosioni nucleari avrebbero poi immesso polveri nell’atmosfera provocando un raffreddamento globale temporaneo che avrebbe abbassato le temperature di circa due gradi (i famosi due!): il disastro sarebbe diventato così una condizione di sopravvivenza permanente.

Non è la prima volta che McEwan si lascia affascinare da un romanzo di climate fiction, per il quale è riduttivo l’aggettivo “distopico” anche se la sensazione è proprio quella. Nel 2010 aveva infatti dato alle stampe Solar, una satira feroce sul cambiamento climatico raccontato attraverso l’ego, l’ipocrisia e l’autodistruzione di uno scienziato mediocre. Ma lo sforzo immaginativo dello scrittore, quando compie operazioni di questo genere, sembra non sorreggerlo pienamente: la forza narrativa appare schiacciata dal desiderio dello scrittore di preconizzarci un futuro, ovvero di dare una lettura esplicita del presente, quando invece i romanzi dovrebbero mostrare azioni e non teorie. 
In questo senso la tesi dell’inconoscibilità dei mondi è dimostrata – secondo chi scrive – a discapito della volontà dell’autore: perché chi legge non sente riuscito il gioco circolare di sguardi (dal presente al futuro per poi tornare al presente). Uno sguardo che invece di vivere di vita propria, attraverso la forza propulsiva della storia, appare costruito dall’intenzione dello scrittore.

Eppure – diamo a Cesare quel che è di Cesare –, nel mondo impoverito del 2119, in cui la cultura sopravvive in isole di conservazione, i protagonisti, Tom e Rose, la sua giovane assistente, riescono comunque a trovare un senso e il lettore con loro. Vivono immergendosi per intero nella letteratura vergata dai loro predecessori. “Una significativa porzione di tutti i mondi possibili, reali e immaginari, risulta sfiorata se non esplorata dall’insieme dei libri presenti sul pianeta” penserà Vivien a un certo punto. “Un violino, che sia finito o no [allude a quello del suo primo marito Percy], rimanda solo a se stesso”.

Sembra un po’ di ritrovare, in questa prima parte del romanzo, le atmosfere di Possession di Antonia Byatt (Einaudi, 1990), in cui due studiosi di letteratura – che s’innamorano–ricostruiscono l’amore tra due poeti vittoriani attraverso un epistolario: lì come qui molte delle discettazioni sono di poesia, sulla forma e sullo streben, e nelle conversazioni, oltre che nella narrazione, si fa esplicito riferimento a Blake, Sylvia Plath, T. S. Eliot, Wordsworth, Keats, John Donne, Yeats e persino al più recente Seamus Heaney, Premio Nobel per la Letteratura nel 1995. Tutto molto affascinante: eppure c’è qualcosa di già sentito e qualcosa che manca. Allo stratagemma del ritrovamento di una capsula del tempo (conterrà forse la tanto osannata Corona per Vivien?) si arriva stanchi, ma ecco che da lì, nella seconda parte, McEwan riscopre il gusto per la narrazione quasi principiasse a scrivere un libro tutto nuovo. Le ultime cento pagine di Quello che possiamo sapere richiamano prepotentemente alla mente l’atmosfera di Nel guscio (Einaudi, 2017), un romanzo sempre suo la cui storia è quella di un omicidio ordito ai danni del marito dalla moglie e dal fratello di lui, raccontata dal bambino che la donna custodisce nel ventre. 
Il disvelamento della capsula del tempo operato da Tom e Rose torna furiosamente al presente di Vivien e Blundy, al desiderio di vita di ciascuno, alla violenza dell’amore, alla potenza della testimonianza scritta, all’indecifrabilità del tradimento e a farci pensare che “quello che possiamo sapere” non è mai davvero quello che crediamo di sapere. In nessuna epoca, in nessun frangente, per nessuna ragione. La verità resta sempre inconoscibile. Fino a quando, forse, non diventa letteratura.


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