CULTURA

Sullo scaffale: Non vi sarà più notte di Leonardo Colombati

Leonardo Colombati con Non vi sarà più notte (Mondadori, 2026) scrive un romanzo che definire libro-mondo è riduttivo: dal Manzanarre al Reno, qui si va dappertutto, si sperimenta qualsiasi cosa, si attraversa il tempo per il solo fatto che quel che accade non può davvero succedere in un’unica vita, che chi narra non può sapere tutto quel che sa e che i rimandi e le citazioni sono frattali che si espandono in ogni direzione (che chi non sa può cogliere grazie a un apparato di note generose).

Da tutto ciò il lettore non esce annichilito perché può scegliere, lì dentro, il suo proprio viaggio.

Vuoi l’amore? Eccoti servito con l’incontro, sul finire dell’Ottocento, tra l’io narrante (Vasilij, ribattezzato Baz una volta approdato in America, Kozlov) e Cécile su di un treno che dalla Russia fila a Parigi e dei successivi incontri mai davvero compiuti nonostante le lettere struggenti; ti piacciono le traversate in mare? Niente di meglio che poter solcare l’oceano verso il Nuovo Mondo e vedere le vite annodarsi come fili sul fuso allo sbarco; ti sei chiesto come possa essere la vita di prigione? Qui c’è persino un abate assassino, compagno di cella, che nasconde il danaro nella tana del topolino, e giù fino a un’Odissea sfalsata di millenni, senza dimenticare la vita raminga del circense, la guerra, il progresso scientifico che vuol dettare legge e la saggezza del sapiente un po’ mago e un po’ scienziato che imprime un nuovo senso. Le comparse sono notissime (Isadora Duncan, il mago Houdini ecc.), le coincidenze incredibili, lo sguardo è sbieco perché chi scrive sa guardare e far guardare il dettaglio giusto, e qui dentro si vive, si muore e si ama, si dice la verità, si mente e si prosegue con lo stesso ritmo con cui oggi sappiamo solo respirare. Nulla potrebbe essere aggiunto nella misura in cui tutto potrebbe essere paradossalmente ancora tolto: l’immensità ubertosa dell’opera la rende luminosa in ogni suo frangente.

Ma non si creda che Colombati abbia scritto un viaggio fantastico e dimentichi d’esser uomo del suo tempo: “Di questi tempi, caro Baz, la gente non crede più ai cattivi. Da quando è comparso Freud pensano tutti che esistano solo persone disturbate. Io, invece, credo ancora fermamente nell’esistenza del Male, anche se è una parola che non si può più dire. Hanno tutti subito il lavaggio del cervello della cricca viennese ma ci sono demoni ovunque, sai?”

E allora come leggere ciò che accade? Spiegare “il solito dilemma della guerra giusta”? Raccapezzarci nell’ “Era dell’Energia [in cui] tutto era allo stremo [e] ai cittadini venivano richieste più forza e più concentrazione, mentre, bombardati da una cacofonia implacabile, costretti gomito a gomito nello smog, tra i rifiuti, dentro case sempre più piccole in palazzi sempre più grandi, veniva loro irrogata una nuova punizione: la nevrastenia”?

Nell’apertura della Nota del curatore si legge: “Senza verità, anche l’arte è solo finzione” – non ci venga quindi la debolezza d’animo di credere che, trattandosi questo di un chiaro nostos d’invenzione, non sia vero. La verità qui si dipana tanto più sembra esserci distanza. Quest’ultima ne è, più propriamente, chiara premessa.

E nell’infilata di situazioni, ragionamenti, duelli, evasioni, paure, sfrontate partite a tennis perse per scelta, il tempo cronologico impara a sfumare e il lettore, perdendo la bussola della Storia e al contempo riacquisendola – chiedendosi a più riprese se quel certo fatto sia accaduto prima o dopo il talaltro, se un evento possa trasformarsi da causa in conseguenza, se la vita fuori dal libro non sia essa stessa finzione – conclude tra sé e sé: non importa.

In questo feuilleton che Mondadori non pubblica a puntate ma consegna partorito tutto insieme, la sfida (vinta) sta nel suggerire che sia possibile conciliare verità per definizione contraddittorie. Lo fa Kalama, di svezzarci, lui che è lo scienziato indiano cui Baz guarda con inesausta ammirazione.

Una volta in più tempo e spazio – non a caso – si ripiegano e l’Oriente tocca l’Occidente; la sapienza rinascimentale innerva quella postatomica; la scienza ascolta l’Iching e onde e particelle possono essere la stessa cosa, fino all’entanglement. Così come verità e finzione artistica sono inseparabili.

Dice Kalama nel 1900: “Tutto è soggetto a una mutazione continua, senza che vi sia un io, un sé, un’entità metafisica. Il dolore esiste ma non esiste una persona che ne sia afflitta […] il che vuol dire che nella fisica atomica non si può mai parlare della natura senza parlare, allo stesso tempo, di noi stessi”.

Non si può parlare di Baz, di Cécile, di Sasha, di Trautman, di Eléna, dell’abate Gozzi da Padova e di tutti loro prodotti dalla fantasia dello scrittore, senza parlare, inevitabilmente, di noi.

Non si può mai parlare della natura senza parlare, allo stesso tempo, di noi stessi Leonardo Colombati

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