L’eredità scientifica di Carlo de Marchesetti a cento anni dalla scomparsa
Foto: Museo civico di Storia Naturale di Trieste
Esattamente un secolo fa, il 1 aprile del 1926, moriva all’età di 76 anni Carlo de Marchesetti. Naturalista, archeologo e paletnologo animato da una curiosità inesauribile, Marchesetti contribuì in modo decisivo alla conoscenza del territorio e della preistoria di quello che allora era il “Litorale Austriaco”, diventando così uno dei principali protagonisti della cultura scientifica di Trieste e del Nord Adriatico tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento.
Il suo primo “colpo di fulmine scientifico”, quello con la botanica, scattò all’età di quindici anni, durante un’escursione in cui conobbe Moritz Prihoda, un appassionato di flora locale che lo introdusse nella comunità scientifica triestina dell’epoca. Dopo poco tempo, il ragazzo incontrò anche lo studioso che sarebbe diventato il suo mentore e maestro: il botanico Muzio de Tommasini, che lo guidò durante le sue prime esplorazioni naturalistiche sul territorio e che Marchesetti supportò nella fondazione della Società Adriatica di Scienze Naturali e nell’ampliamento del neonato Orto botanico di Trieste.
Nel 1874, quando ottenne la laurea in medicina, Marchesetti aveva ormai capito che la sua vocazione era un’altra. A soli 26 anni, nel 1876, diventò direttore del Museo civico di Storia Naturale di Trieste, che sotto la sua direzione (durata fino al 1926) vide un notevole ampliamento delle collezioni botaniche, zoologiche, paleontologiche e geologiche e rafforzò le sue reti di contatto con altre istituzioni e associazioni scientifiche in Italia e in Europa.
È tra le sale di questo museo che abbiamo incontrato Fulvio Tomsich Caruso, tecnico delle collezioni botaniche, il quale ci ha aiutato a ricostruire il percorso scientifico di Marchesetti a partire dai campioni vegetali che raccolse a Trieste e in giro per il mondo e da alcuni dei suoi numerosi scritti (pubblicazioni, appunti di viaggio, disegni e corrispondenza scientifica) che sono conservati in questo luogo, di cui una parte deve ancora essere studiata e catalogata.
Alghe raccolte da Marchesetti. Foto: Museo civico di Storia Naturale di Trieste
“Marchesetti ha svolto un lavoro importantissimo per la classificazione della flora locale sia terrestre che marina della zona che lui definiva: Litorale Austriaco – che comprendeva non solo i territori della Venezia Giulia compresi tra Udine e la laguna di Grado, ma anche la Carniola, l’Istria e la Dalmazia”, racconta Tomsich Caruso. “I frutti dei suoi primi trent’anni di studi sul campo sono raccolti nella sua opera principale, Flora di Trieste e de' suoi dintorni (pubblicata nel 1896), la quale avrebbe dovuto essere seguita e ampliata dalla Flora della Venezia Giulia, rimasta purtroppo incompiuta”.
Marchesetti pubblicò diverse decine di altre opere, articoli e note brevi sulle specie nostrane e non solo (tra cui Flora di Parenzo, Flora dell’isola di Cherso, e Ricordi d'un viaggio alle Indie Orientali, per esempio), principalmente sul Bollettino della Società Adriatica di Scienze Naturali e poi nella serie degli Atti del Museo civico di Storia Naturale di Trieste, iniziata da lui. A questi si aggiunge una quantità significativa di appunti e diari di viaggio tratti dalle sue peregrinazioni in tutta Europa e poi nel mondo, dall’Egitto all’Arabia, dall’India fino a Singapore.
Dette anche la prima descrizione di due specie endemiche, la Moeringia di Tommasini (Moehringia tommasinii), dedicata al suo maestro, e il Muscari di Kerner (Muscari Kerneri).
Nel complesso, i suoi scritti documentano, con descrizioni dettagliate, oltre 1500 specie, “comprese quelle che oggi non si trovano più”, sottolinea Tomsich Caruso. “Nell’ultimo secolo il territorio è cambiato profondamente a causa dell’urbanizzazione, dello sviluppo del porto, dell’inquinamento e delle variazioni della temperatura del mare, modificando di conseguenza gli ecosistemi naturali”.
In questo senso, i campioni raccolti da Marchesetti e le rispettive descrizioni permettono oggi di ricostruire le trasformazioni ambientali del territorio in una prospettiva che Tomsich Caruso definisce “sinantropica”, volta cioè a ricostruire il modo in cui le specie naturali si sono adattate a un’ambiente modificato dalle attività umane.
Un pensiero condiviso anche da Nicola Bressi, responsabile delle collezioni di zoologia del Museo: “i campioni botanici raccolti da Marchesetti sono testimoni materiali di un passato che oggi non esiste più”, riflette. “La loro analisi genetica, per esempio, potrebbe permetterci di studiare come si sono evolute le specie vegetali nel tempo e aiutarci a sviluppare di conseguenza le strategie di conservazione più adeguate”.
Accanto al rigore scientifico e all’attenzione ai dettagli che contraddistinguono gli scritti di Marchesetti, da alcuni dei suoi lavori traspare anche una certa sensibilità narrativa. Questo è il caso de Le nozze dei fiori, un sottile libello dalla copertina rosa che Tomsich Caruso estrae con cura da uno dei numerosi cassettoni che recano l’etichetta C. Marchesetti nell’archivio del Museo.
Si tratta di un discorso che l’allora direttore pronunciò nel 1881, descrivendo il processo di riproduzione delle piante con una sfumatura quasi romantica e dal linguaggio sorprendentemente evocativo.
“ Agli ardenti baci del sole rispondono le selve colle cento sfumature delle verdissime lor chiome, rispondono i prati coll’allegria festosa de’ lor fiori variopinti. […] è la vita turgida, gigante, accesa da un incognita febbre Carlo de Marchesetti in “Le nozze dei fiori” (Trieste, 1881)
A proposito di passione, nello stesso periodo in cui assunse la direzione del Museo, Marchesetti ebbe il suo secondo colpo di fulmine scientifico, stavolta con l’archeologia e la paletnologia. Ciò accadde negli anni Settanta dell’Ottocento, dopo l’incontro con sir Richard Francis Burton, console inglese a Trieste, appassionato di storia antica.
“Burton introdusse Marchesetti a una comunità di eruditi locali e dell’Istria dediti all’esplorazione dei castellieri, villaggi fortificati dell’età del Bronzo e del Ferro tra l’attuale Venezia Giulia e l’Istria”, racconta Paolo Paronuzzi, professore all’Università di Udine e presidente della Società per la preistoria e la protostoria del Friuli-Venezia Giulia. “Nella tarda primavera del 1874, Burton coinvolse il giovane Marchesetti in un’esplorazione del castelliere di Cunzi, nei pressi di Albona, nel Sud dell’Istria. Questo sito magnifico, avvolto da un'atmosfera particolarmente suggestiva dovuta alla posizione sopraelevata a picco sul mare e alla presenza di mura di fortificazione molto possenti, sbalordì sia Burton che Marchesetti.
Questa prima escursione lasciò una traccia indelebile nella sua memoria, come lui stesso racconta nella sua grande monografia nel 1903 sull’argomento, dal titolo I castellieri preistorici di Trieste e della regione Giulia, che raccoglie i risultati di trent’anni di studio dei castellieri del territorio, dal Friuli al goriziano e dalla Venezia Giulia all’Istria, fino alle isole del Quarnero: Cherso e Lussino”.
Come sottolinea Paronuzzi, Marchesetti pose le basi della ricerca scientifica sui castellieri. “Burton si era limitato a esplorare questi siti, organizzando escursioni e peregrinazioni dell’area”, spiega. “Marchesetti, al contrario, fu il primo a eseguire degli scavi veri e propri sia nei castellieri sia nelle necropoli in maniera sistematica, insieme all’archeologo tedesco Ludwig Karl Moser, che sarebbe passato alla storia come il suo “rivale” scientifico”.
Nel 1883 Marchesetti effettuò le sue prime attività di scavo in un castelliere sul colle di Cattinara, nel territorio di Trieste, che oggi sappiamo fu frequentato tra l’Età del Bronzo e quella del Ferro. “Condusse poi degli scavi importantissimi a Santa Lucia, nei pressi di Tolmino (oggi in territorio sloveno) dove si trova una gigantesca necropoli dell’Età del Ferro”, prosegue Paronuzzi.
“Marchesetti analizzò e classificò con minuzia i reperti che raccolse in tutto il territorio (alcuni dei quali oggi sono conservati nel Museo Winckelmann di Trieste), ma il suo obiettivo non era quello di soffermarsi sull’analisi fine a sé stessa dei singoli oggetti. Egli utilizzò i dati tratti da questi ritrovamenti per cercare di giungere a una ricostruzione complessiva della vita delle comunità preistoriche nei castellieri, dimostrando in questo senso di avere una forma mentis che oggi contraddistingue l’archeologia moderna (principalmente quella anglosassone). Nella sua monografia del 1903, che rappresenta una sintesi a mio avviso insuperata sui castellieri dell’Istria e della Venezia Giulia, egli propose infatti una descrizione ragionata sull’organizzazione sociale ed economica di queste comunità antiche”.
Per quanto oggi sappiamo che alcune delle sue ipotesi fossero sbagliate – d’altronde, come osserva Paronuzzi, Marchesetti non poteva contare sugli strumenti di datazione, rilevazione e analisi utilizzati nell’archeologia odierna – molte delle descrizioni e delle osservazioni che trasse dai suoi scavi vengono ancora considerate una fonte preziosa e affidabile per chi si occupa di preistoria del territorio.
“Pur senza disporre delle tecniche di datazione al radiocarbonio, Marchesetti e Burton ebbero il merito di capire che i castellieri fossero molto più antichi – preistorici, appunto – rispetto a quanto ipotizzato precedentemente da Pietro Kandler e altri eminenti storici dell’epoca, i quali credevano che i resti in questione fossero riconducibili ad accampamenti di epoca romana oppure a villaggi celtici”, osserva Paronuzzi. “Oggi, grazie all’utilizzo delle tecnologie moderne, la ricerca ha compiuto enormi passi avanti, ma le domande a cui si cerca di rispondere restano le stesse che animavano la curiosità di Marchesetti: da dove venivano questi popoli? Qual era la loro organizzazione sociale? Esisteva una classe di guerrieri “professionisti”? A cosa servivano le fortificazioni? Che tipo di dieta seguivano?” Questi e altri interrogativi continuano a ispirare la ricerca presente e futura che segue le orme, affatto sbiadite, lasciate da Marchesetti più di un secolo fa.