CULTURA

Luci, nascite, passaggi: la vivace notte medievale

"Molte persone sono ancora convinte che in quell’epoca che chiamiamo Medioevo dominasse il buio, concreto e metaforico. E come potrebbe essere altrimenti se, almeno dal Trecento, si usa l’espressione 'secoli bui' per riferirsi al millennio che, come ci insegnano a scuola, si apre con il 476 e si chiude con il 1492?". L'incipit del libro Tutto in una notte. Una storia insonne del Medioevo (il Mulino) illumina l'angolo oscuro della storia, i mille anni considerati da sempre una interminabile epoca buia. 

Iniziamo, dunque, cercando di smontare qualche credenza diffusa guidati da Beatrice Del Bo, docente di Storia economica e sociale del Medioevo e Didattica della storia all’Università degli Studi di Milano. Da anni Del Bo è impegnata in un accurato lavoro di ricerca - tra fonti edite, inedite e iconografiche - e di divulgazione per riconsegnare alla storia il reale profilo di un'epoca fraintesa, utilizzata come esempio negativo, sinonimo di arretratezza e totale oscurità. L’autrice propone ora un focus sulla notte medievale, tutt'altro che vuota e silenziosa, al contrario, affollata e illuminata, attraversata da persone, rumori, attività lavorative e sociali, profumi, danze, nascite. 

"Per la gente del Medioevo le ore dopo il crepuscolo possono essere sì spaventose ma pure uno spazio produttivo, di libertà e di distrazione, o di estasi e ascesi - scrive Del Bo - insomma, una parte della giornata in cui si fa qualcosa di diverso; anzi, per certe attività, addirittura un’ambientazione più favorevole". E ancora: "Il Medioevo non sembra tanto distante dai nostri giorni. O, meglio, la sua notte è molto diversa da come ce l’eravamo immaginata. E per chi vive in quei secoli non è lo spazio del crimine e del Demonio. Non soltanto, almeno". Una conversazione con l’autrice su Il Bo Live.

Questo libro sulla notte sembra collegarsi alla ricerca precedente dedicata alla luce, o meglio all'illuminazione, tema al centro de L’età del lume. Una storia della luce nel Medioevo.

"Effettivamente Tutto in una notte è la naturale prosecuzione di un percorso di ricerca iniziato quando ho deciso di studiare l'illuminazione nel Medioevo con il chiaro l'obiettivo di sfatare, concretamente, il mito dei secoli bui. L'immagine che abbiamo è quella - ovviamente sbagliata - di una società medievale arretrata, violenta, corrotta, in cui, appunto, non esiste il 'lume della ragione' ma prevalgono le passioni, la crudeltà, la ferocia. Pensando ai secoli bui, poi, si è spesso convinti della totale mancanza di illuminazione. Vi sono credenze diffuse sia dal punto di vista realistico che metaforico. Studiando l'illuminazione nella sua concretezza, ho scoperto che nel Medioevo esistevano decine di oggetti per illuminare, dalle fiaccole ai  doppieri. Nel primo libro sulla luce ho scelto di inserire anche un glossario per poter aiutare le persone a orientarsi tra i tanti termini capaci di definire altrettanti strumenti. Ho pensato: se ce ne sono così tanti, evidentemente l'illuminazione veniva utilizzata e, quindi, forse, significa che nelle ore notturne si faceva qualcosa. Questa idea mi è rimasta ben impressa: se nel primo libro ho studiato l'illuminazione dal punto di vista degli oggetti e della funzione pubblica della luce nella società medievale, nel nuovo volume mi dedico a quel che accade di notte”.

Certamente si dormiva, ma tante persone lavoravano e svolgevano diverse attività. 

“Chi ha studiato i vetrai, sa che nel Medioevo lavoravano anche di notte ma si è limitato a studiare la loro specifica attività; chi ha studiato i tintori, lo sa che di notte non si fermavano ma ha studiato solo i tintori, e così via. Metterli insieme, e trovare altre figura attive di notte, mi ha consentito di delineare un quadro complessivo dei mestieri notturni e delle persone che circolavano per le strade, che dovevano spostarsi dalla propria casa al luogo di lavoro e di quelle che restavano sveglie per svolgere mansioni sociali e, quindi, non potevano dormire". 

Facciamo qualche esempio.

"Mi ha sorpreso la modernità della notte medievale. I medici, chiamati d'urgenza, accorrono: si sta male oggi e si stava male nel Medioevo. Ancora, nella notte i preti raggiungono la casa di un morente o defunto per somministrare l'estrema unzione o dare conforto ai parenti. Sempre di notte le ostetriche, chiamate levatrici, si muovono per recarsi nelle abitazioni delle donne che stanno per partorire, per assisterle: ricordiamoci che il parto è una questione esclusivamente femminile, gli uomini non possono e non vogliono partecipare, per questo la levatrice è autorizzata, come il medico, a circolare di notte per le strade. Poi ci sono le spezierie, ovvero le farmacie del Medioevo, aperte 24 ore su 24: esiste già la farmacia di turno. E sono attivi i venditori di salse, che possono essere gli stessi speziali, autorizzati a consegnare a domicilio la salsa a chi se la può permettere e ne fa richiesta: un delivery ante litteram. Questo ci dice che si poteva uscire anche per attività che non riteniamo fondamentale, come invece poteva essere un intervento medico".

Mi ha sorpreso la modernità della notte medievale Beatrice Del Bo

L'idea che, nella notte medievale, non ci fosse in giro nessuno è proprio sbagliata.

"Certamente, infatti l’elenco continua. A queste persone si aggiungono tutti gli ufficiali pubblici, con un nome bellissimo: i signori della notte. Sono i poliziotti dell'epoca, girano per le strade per effettuare controlli. Nelle leggi delle città del tempo, si vieta di circolare dopo il coprifuoco o dopo il suono delle campane, ma la regola porta con sé tantissime eccezioni, a partire da quelle che ho già citato: sono moltissime le persone autorizzate a uscire di casa la sera, con una motivazione, ma sono tante anche quelle che non sono autorizzate, escono e svolgono attività ugualmente. Questo vale anche per chi gestisce le taverne: se è vietato lavorare di notte, a volte, conviene rischiare e pagare una piccola multa". 

Si potrebbe pensare a una notte medievale popolata di criminali, non è esattamente così.

"I reati avvengono soprattutto di giorno, e in zone affollate come il mercato, luogo in cui si commettono più frequentemente furti perché, approfittando della calca, si può infilare la mano in una borsa o, con un coltellino, tagliare la scarsella per far uscire i denari. Se ci pensiamo è logico: le zone affollate sono tali soltanto di giorno. Di notte si commettono omicidi oppure furti colossali - se vuoi rubare il carro pieno di fieno dal campo di un vicino lo fai di notte -, però sono casi rari. Inoltre, di notte, possono essere organizzati e avere successo gli assalti (pensiamo a quello del 17 novembre 1405, citato dall'autrice stessa nel libro: un assalto delle mura di Padova, vicino alla porta di Santa Croce, compiuto di notte dal nobile Giovanni di Beltramino di Vicenza, armigero dell’esercito di Venezia, agli ordini del comandante Galeazzo di Mantova, ndr)".

Un focus è dedicato alle attività veneziane.

"Venezia è eccezionale da questo punto di vista, e non penso sia solo una questione di fonti disponibili. Grazie al mix di culture diverse, Venezia è sempre stata vivace: una città piena di artigiani, tant'è che esistono anche le associazioni degli artigiani stranieri, le Scuole, come quella degli Schiavoni, poli di attrazione e comunità per favorire gli incontri tra persone e condividere interessi religiosi e ludici. Grazie alla sua conformazione territoriale, Venezia si presta moltissimo alla vita di sestiere e i canali la rendono più difficilmente controllabile. È votata al commercio, nasce come grande mercato che mette in comunicazione l'Oriente e l'Occidente. Tutti questi mercanti e artigiani producono merci che vengono esportate e sono operativi per diverse ore, di giorno e di notte. Una delle prime notizie sulla notte medievale l’ho trovata proprio in una documentazione veneziana in cui si parlava dell'incendio di una spezieria: lo speziale, che stava lavorando di notte, evidentemente si era addormentato. Da una sola candela aveva preso fuoco tutta la bottega, e anche la casa al piano superiore, mandando in fumo una straordinaria ricchezza. Ecco, lavorano in tanti ed è anche rischioso. A Venezia le guardie, i signori della notte, circolano anche per assicurarsi che non ci siano fiamme accese non controllate".

A Murano non si chiudono le fornaci.

"A Murano è consentito lavorare perché non si può interrompere la produzione, che dura sette/otto mesi l’anno. A Venezia, però, ci sono anche altri insospettabili artigiani autorizzati a lavorare, penso ai sarti e ai calzolai che possono lavorare rispettando determinate condizioni, per esempio tenendo aperta la bottega su appuntamento: significa che di notte ci sono persone che hanno bisogno di farsi riparare un vestito o sistemare le scarpe per esigenze contingenti. Questo accade soltanto a Venezia: solo in Laguna i sarti e i calzolai sono autorizzati a tenere le botteghe aperte in orario notturno. Venezia ha una incredibile ricchezza documentaria relativa a diverse situazioni sociali: è un caso straordinario, non è paragonabile ad altre città, e non mi riferisco solo alle abitudini dell’aristocrazia". 

L'immagine che abbiamo è quella - ovviamente sbagliata - di una società medievale arretrata, violenta, corrotta, in cui, appunto, non esiste il 'lume della ragione' ma prevalgono le passioni violente, la crudeltà, la ferocia. Beatrice Del Bo

Quando inizia la notte? 

"Non avendo altro modo per capire quando è necessario ritirarsi, esistono segnali che valgono per tutti. Di solito si aspettano le campane. In alcuni luoghi ci sono le campane dell'Avemaria, in altri, come a Venezia, c'è la Marangona, ovvero la campana che indica l'orario di inizio e fine del lavoro all'Arsenale. Quello che mi sembra interessante è che le varie campane hanno un suono diverso, una 'voce' riconoscibile dalla gente del posto. Non si tratta esclusivamente di campane religiose, non sono solo quelle delle chiese a indicare la notte, ci sono anche campane laiche. Senza dimenticare il fatto che, nel Medioevo, esistono le campane del Comune”. 

Quando pensiamo alle campane, raramente riusciamo a scollegarle dalla funzione religiosa.

“Invece ci sono quelle del Comune, che servono come allarme per gli incendi o per segnalare attacchi nemici. E ci sono campane specifiche, appunto, che segnano l'inizio e la fine della notte. Queste devono essere udibili anche al di fuori della città: sono campane grosse perché anche in campagna bisogna sapere che è notte. Dal quel momento in poi è più difficile entrare o uscire: è inutile che tu parta se non hai un permesso per entrare in città nelle ore notturne. Quando suonano le campane della notte si chiudono le porte della città e non si può più entrare: in realtà esistono porte più piccole, secondarie, che restano aperte e sono controllate dagli ufficiali che verificano i permessi. Anche questa narrazione ha determinato l'idea sbagliata che le persone rimanessero chiuse in casa: si è sempre e solo pensato alle grandi porte aperte di giorno. A Milano le porte secondarie si chiamano pusterle". 

Suoni, rumori e campane: la notte medievale non è immersa nel silenzio.

“Di giorno passano carri e animali, di notte c'è senza dubbio meno caos, anche perché alcune attività molto rumorose cessano, per esempio quella della tessitura. Ma, proprio per questo motivo, nella notte, il passaggio dei cavalli rimbomba: si sente chiaramente il rumore degli zoccoli sulla terra o sul lastricato e vi sono rumori amplificati provocati dalle guardie che intimano l'altolà per verificare le autorizzazioni. Si sentono urla e passi accelerati, dovuti agli inseguimenti di chi scappa. Soprattutto, ci sono gruppi di suonatori che girano per le strade: la musica fa parte della vita medievale molto più di quanto immaginiamo, è dappertutto. Giullari, giullaresse, suonatori e suonatrici, anche se non autorizzati, allietano le notti delle persone che frequentano le taverne". 

Le regole prevedono la chiusura notturna della taverna ma, spesso, questa è anche locanda, dove si può dormire: dunque, il divieto può essere aggirato. Inoltre, a livello economico, solitamente all’oste conviene tenere aperte l’attività e pagare una piccola multa.

Se una taverna dispone anche di letti, in teoria, è autorizzata a restare aperta per poter accogliere eventuali ospiti. In realtà la riflessione è questa: benché sia proibito tenere aperta una taverna senza posti letto dopo il suono delle campane, all'oste conviene pagare la multa. Il guadagno della serata lo ripaga abbondantemente della sanzione. Sono considerazioni spicciole ma valgono per le taverne così come per le leggi suntuarie che regolano l'abbigliamento: è vietato vestire con le maniche di seta per limitare i consumi di lusso, e cosa fanno gli aristocratici? Pagano la multa, perché se lo possono permettere, e indossano quel che vogliono. Da parte del governo c’è una certa accondiscendenza”. 

Tra le storie notturne raccontate, quale la più appassionante? 

“La storia notturna che mi appassiona di più, perché la ritengo estremamente tragica e quindi credo debba essere raccontata, è quella dei Sabba, i balli notturni delle donne, a Rifreddo e Gambasca, due località vicino a Saluzzo. Mi sembra importante tornare su queste vicende per ricordare e denunciare, ancora una volta, la demonizzazione delle donne, e sempre con precisi scopi. Il ballo delle donne con i demoni è ambientato sempre di notte, in tutte le narrazioni, narrazioni che derivano prevalentemente dai processi dell'Inquisizione. Sono ambientati nell’oscurità perché la notte è il regno del demonio. Allo stesso modo, pensiamoci, i racconti riferiscono di miracoli da parte di persone che aspirano alla santità che si consumano prevalentemente di notte perché, chi compie miracoli di notte, è ancora più potente: sconfigge cioè il demonio nel suo spazio, dove c'è il buio e non la luce di Dio. Tornando ai Sabba, queste donne dichiarano di essere spesso sole e di trovare conforto nella presenza di demoni che le visitano sotto sembianze umane, consolandole. Sono dettagli che emergono dagli interrogatori, durante i quali sono sottoposte ad atroci torture e, così, confessano, pur di sottrarsi al rogo, alla punizione”.

Erano donne autonome, solitamente non sposate o vedove, spesso senza figli.

“Inoltre avevano conoscenze specifiche relative alle proprietà delle erbe. Molte erano levatrici e usavano preparati per alleviare il dolore del parto. Erano persone autonome economicamente e rispettate da una parte della comunità ma, in generale, alla società medievale le donne indipendenti non piacciono perché sono un modello alternativo che sfugge al controllo degli uomini. Per questo vengono demonizzate. Le streghe nascono da una precisa narrazione: non possono esistere in una società dove il capofamiglia è il referente della autorità. Le donne di Rifreddo sono le mie beniamine”.

Vorrei infine proporre una riflessione sulla lingua: tenebre e astri iniziano a popolarla e ad avere ricadute proprio in epoca medievale. 

“Ci avevo pensato già all'epoca del libro dedicato ai lumi. Luce e buio nella lingua si sposano bene. Il termine ‘lunatico’ arriva proprio dal Medioevo ed è collegato alla centralità degli astri e dei segni zodiacali. La luna e le sue fasi determinano le azioni: semina, raccolto, vendemmia. Nel Medioevo definiscono ogni cosa. Tutto è regolato dagli astri, e questi si vedono di notte: mi piace immaginare le persone che guardano il cielo con rispetto e interesse. Il cielo è qualcosa di straordinario a cui ci si affida. Dante ha una incredibile fascinazione per le stelle e la luna (le tre cantiche di Inferno, Purgatorio e Paradiso si chiudono con la parola stelle, ndr). Non possiamo trascurare il fascino che queste hanno sempre avuto e le ricadute sulla lingua, nei modi di dire. Nel Medioevo, alla nascita, si annota la fase della luna: non importa il compleanno in sé, conta il quadro astrale di quel momento”. 

A proposito di nascita e modi di dire: si dice "venire alla luce".

“Eppure, con il parto naturale, le nascite sono prevalentemente notturne. Di notte, nel Medioevo, le levatrici hanno un gran da fare. Dovremmo forse dire: venire alla luce... della luna".

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