CULTURA

Splendeva l’innocenza: quando nel 2001 il presente sapeva già di passato

Quando schivi la tragedia, quella può entrare dentro di te in modo più subdolo, mettere radici e impedirti di tornare chi eri prima, cioè una persona che provava a guardare al futuro.
La tragedia è l’elefante nella stanza nella trama di Splendeva l’innocenza, romanzo di Roberto Camurri edito da NNE.
Il G8 di Genova c’è, incombe, organizza il tempo narrativo, ma è soprattutto un prima e un dopo, il durante si esaurisce in poche pagine. È una linea di faglia: tutto quello che conta accade lì, mentre i personaggi si spezzano, ma le conseguenze sono la cosa più visibile.

Quando schivi la tragedia sembra che non sia successo niente, non puoi nemmeno parlarne perché non c’è stata una vera e propria caduta, un’esplosione dopo la quale puoi raccogliere i pezzi e ricomporti, puoi solo rifugiarti da qualche parte nella tua mente e sperare chela vita non ti faccia più del male.

Prima: l’illusione che tutto sia ancora possibile

Luca, prima del G8, è uno di quei personaggi che vivono dentro una promessa. Qualcosa di molto vago, visto che non ha progetti e non è brillante, glielo dice persino il migliore amico Alessio che lui è uno che insegue, che arranca. Anche Luca, però, nell’estate del 2001, l’anno della maturità, ha qualcosa che per molti ragazzi è un tesoro che sarà rimpianto: quel senso di possibilità che si accendono, la speranza che da quel momento la vita sarà in discesa. Nel frattempo sperimenta una piacevole sospensione, immaginando che la sua relazione con Valentina li porterà a invecchiare insieme: un futuro solo disegnato, completo di dettagli domestici, figli, magari un cane. È una proiezione quasi ingenua, soprattutto perché il lettore sa che le cose non sono andate così: Luca ha rilevato il bar di famiglia a Monterosso, uno stabile restio a ogni iniziativa di redesign, il rifugio per tutti quelli che del futuro non ne vogliono proprio sapere e preferiscono un luogo che persegue l’immobilità. Di Valentina sono rimaste poche tracce, tutte sullo sfondo, mentre Luca trascina una relazione senza troppi clamori con Giulia, che gli compare in casa ogni tanto.
Luca non vive il presente, lo colonizza con il futuro che aveva immaginato 20 anni prima, nel 2001


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Dopo: la vita come contenimento

Il Luca adulto è, letteralmente, un uomo che si è costruito una gabbia e poi ha deciso di abitarci.

Ha lavorato di cazzuola e cemento per costruirsi una difesa insormontabile, una roccaforte di apatia da cui si concedeva di uscire soltanto quando Alessio aveva bisogno di lui Roberto Camurri

Il rapporto con Alessio è uno dei vari elementi che portano a non interrompere la lettura: quale legame condanna Luca a stargli dietro, a impedirgli per quanto può l’autodistruzione, perché non riesce a fare come Pietro, l’altro membro del trio originario, che si è fatto una famiglia e gli viene così naturale essere un po’ distaccato? È come se Alessio fosse l’unico appiglio rimasto a una versione di sé che Luca non è mai riuscito a superare. Non serve essere lettori abituali per capire che c’è qualcosa sotto, e che quel qualcosa ha a che vedere con l’elefante nella stanza, con quel G8 di cui quasi non si parla.

Il “dopo” di Luca è uno stallo emotivo che potrebbe avere qualcosa di eroico, se Camurri ci desse la possibilità di interpretarlo in questo modo. Invece non c’è romanticismo, ma solo quell’immobilità un po’ depressa che caratterizza la generazione dei millennial, quelli che più degli altri hanno dovuto fare i conti con le promesse non mantenute in una deriva silenziosa in cui non succede niente di trascendentale, e forse il problema è proprio questo.


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Il G8: un momento sospeso di cui quasi non si parla

Il G8 di Genova rappresenta quel momento in cui le illusioni, personali e collettive, si incrinano. Anche in quel caso, Luca aveva subito le decisioni di altri. I suoi amici ci erano andati per motivi diversi, Alessio perché aveva voglia di picchiare qualcuno, Valentina perché credeva di poter cambiare le cose, Luca solo perché c’era Valentina, e a quel punto i lettori si rendono conto che gli eventi non hanno cambiato il protagonista, ma lo hanno cristallizzato nella persona che era 20 anni prima: qualcuno che non decideva, che si lasciava trascinare, qualcuno che magari si sarebbe bloccato comunque, va’ a sapere.

Non riusciva del tutto a comprendere l’entità del coraggio che era servito, ideali così forti e giusti che per difenderli si era disposti ad ammazzare qualcuno Roberto Camurri

Quel che è certo è che tutto quello che poteva succedere si inceppa lì, e la relazione con Giulia è simbolo di questo: ogni scena in cui lei irrompe è attraversata da una invalicabile distanza senza rimedio. Lui è sempre un passo indietro, sempre in difesa, sempre già altrove, strutturalmente incapace di costruire qualsiasi cosa che non sia contaminata dal passato, mentre Giulia rimane sospesa insieme a lui.


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La trama manca, ma non pesa

Di solito quando si dice di un libro che non ha trama non è un complimento. In questo caso invece la storia non avrebbe potuto essere diversa da così.
Come fai a raccontare una perdita quando quella perdita non si vede, quando non hai perso nulla di tangibile se non quell’innocenza che ha smesso di splendere senza grossi drammi? Non c’è una tragedia, si racconta solo la sparizione di qualcosa che avrebbe potuto esserci ma non c’è mai stato davvero, manca persino il ricordo di qualcosa di compiuto, e Luca deve accontentarsi delle briciole di un sogno. Non è un personaggio tragico come Adelchi, non è nemmeno un fallito spettacolare, non è neanche uno che cerca di fare del suo meglio, è semplicemente immobile. La trama non fa altro che rappresentare questa sua essenza, l’inerzia emotiva di chi aveva riempito il futuro ancora prima che il presente si compisse: lui non ha l’intensità di Valentina, la solidità di Pietro, la forza distruttiva di Alessio. Luca è il simbolo di tutto ciò che a un certo punto ha smesso di splendere.

Un “dopo” opaco

Il protagonista ha scelto una vita che non lo mette in pericolo emotivamente. Il bar del padre è l’incarnazione perfetta di questa scelta: un luogo fermo, impermeabile al tempo, in cui ogni cosa è già conosciuta. Le bottiglie, i gesti, i clienti, persino gli oggetti in disordine hanno una loro stabilità. È un ambiente che non richiede di prendere decisioni, basta ripetere giorni fotocopia e sperare che non ci siano altri strappi. È proprio dentro questa ripetizione che Luca trova una forma di pace. Come il bar, lui sfugge alle categorie del tempo, non evolve e non regredisce, si cristallizza, in un presente diverso da quel futuro che aveva immaginato prima del G8.

Quest’immobilità a volte viene scalfita, come quando Luca rivede Valentina al matrimonio di Pietro e cominciano a sentirsi. Lui però non si confronta con la persona che lei è diventata, preferisce continuare a immaginarla, e nei messaggi rivanga quell’estate di cui lei non vuole sentir parlare. Vuole continuare a immaginare Valentina e tenerla viva in una forma che non può cambiare, è idealizzazione allo stato puro.

Il sentimento non supera gli strati intermedi

Rispetto agli altri libri di Camurri, qui il dialogo tra dolore e immobilità è ancora più evidente. In A misura d’uomo c’era una dimensione più sociale, più legata a un contesto che definiva i personaggi. In Il nome della madre il dolore era più riconoscibile, più legato a una perdita concreta, familiare. Qui, invece, il dolore è diffuso, non ha un centro ed è come un mostro che si mangia ogni possibile catarsi a piccoli morsi.

La lingua è limpida, le scene scorrono con naturalezza, i personaggi sono riconoscibili nella loro voluta non memorabilità. È come se lo stile del racconto andasse a rappresentare il blocco di Luca, che da anni lascia sedimentare quell’estate 2001, quasi per proteggersi da quello che potrebbe essere peggiore, ma anche migliore. Ogni esperienza, positiva o negativa, deve passare attraverso uno strato intermedio, fatto di passato, memoria e idealizzazione, prima di arrivare al suo cuore, e non c’è da stupirsi che spesso non arrivi proprio. Splendeva l’innocenza è un romanzo su una mancata trasformazione, e anche se lascia uno spiraglio, suggerendo che il cambiamento è ancora possibile, la sensazione finale è più quella di una vita che avrebbe potuto essere diversa, ma che non lo è stata. Non per colpa di qualcuno, non per un destino avverso, ma semplicemente perché a volte le cose vanno così e l’innocenza può disgregarsi pezzo per pezzo, esplodere in una tragedia o semplicemente scivolare via, ma è impossibile mantenerla intonsa.

A noi non rimane che guardarla mentre smette di splendere, voltarci dall’altra parte e pensare a qualcos’altro, alle bollette da pagare, al figlio da portare a scuola, a un lavoro che non dà soddisfazioni, mentre una scritta sul muro ci chiede “era questa la vita che sognavi?”. E allora ti viene un dubbio: non è che in realtà Luca ha capito tutto, e che è meglio cristallizzarsi a guardare qualcosa di bellissimo che non c’è mai stato convincendosi che fosse reale piuttosto che abbandonare i ragazzi che siamo stati mentre un’illusione infranta va spegnendosi in solitudine?

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