Con James Van Der Beek se ne va la nostra adolescenza di millennial
Credits REUTERS/Mario Anzuoni
Nel tardo pomeriggio di ieri i social network si sono riempiti di foto di James Van Der Beek, che è morto dopo tre anni di malattia.
Prima dell’annuncio della diagnosi, fatto nel 2004 un anno dopo averlo scoperto, era un po’ uscito dai nostri radar: qualche serie, un film ogni due anni, niente cinema mainstream, nessun enorme successo commerciale. Eppure noi millennial ce lo ricordiamo bene, e anche se non siamo stati troppo sul pezzo è difficile resistere alla tentazione di condividere un post per rammaricarci della sua morte.
A livello umano è assolutamente normale rimanere spiazzati quando una persona muore a 48 anni, anche per empatia nei confronti dei suoi sei figli che cresceranno senza un padre, o per la loro madre Kimberly Brook, con cui l’attore era sposato da 16 anni.
Ma c’è qualcosa di più.
Dawson’s Creek, tra scalette e pontili
James Van Der Beek era diventato famoso tra la fine degli anni Novanta e l’inizio dei Duemila per il ruolo di Dawson Leery, il protagonista di Dawson’s Creek, una serie tv che parlava delle problematiche di un gruppo di adolescenti in una piccola cittadina della provincia americana, l’immaginaria Capeside in Massachusetts. Guardandola con gli occhi smaliziati di un adulto, questa serie avrebbe dovuto farci ridere, più che farci piangere: i personaggi avevano 15 anni, ma gli attori erano quasi tutti molto più vecchi (James aveva 20 anni e poco mancava che dovesse farsi la barba tra una scena e l’altra). I dialoghi erano paradossali, con quindicenni che parlavano come un libro stampato, analizzando ogni minimo accadimento come se stessero difendendo una tesi di filosofia morale davanti a una commissione invisibile composta da Platone, Schopenhauer e Freud.
Capeside più che un paesino di provincia sembrava un luogo di perdizione. E per perdizione si intende un adolescente quindicenne (Pacey Witter) alle prese con una relazione sessuale con la sua professoressa, e una protagonista precoce (Jen Lindley) mandata in esilio nel paesino paludoso per aver dimostrato un eccesso di intraprendenza con gli uomini già dalla prima media. Non mancava la migliore amica, nonché vicina di casa di Dawson, (Joey Potter) che si arrampicava con una scala a pioli sulla sua finestra, entrava in casa in sua assenza e si faceva trovare distesa sul letto per parlare delle complicate relazioni interpersonali, soprattutto tra lei e lui, ma non solo. Il tutto senza che i genitori facessero una piega, che chi ha mai detto che nel profondo della paludosa provincia le persone debbano per forza essere chiuse di mentalità? Oppure conoscevano i loro polli e sapevano che gli sceneggiatori avrebbero preservato implausibilmente a lungo la verginità dei due protagonisti.
Una scena di Dawson's Creek
La sospensione dell’incredulità
Come avrà capito chi non era adolescente in quegli anni e si è perso una perla del genere, la trama era inverosimile, se non piuttosto ridicola, ma a un certo punto, tra triangoli che diventavano esagoni e parodie mentali che procedevano in tempo reale con la storia, scattava la magia, ed ecco che per motivi inspiegabili e decisamente irrazionali ti fiondavi di fronte alla tv appena iniziava (era ancora il tempo in cui per vedere un telefilm dovevi rispettare un orario, non c’era Netflix). La chiamano sospensione dell’incredulità, qualcuno più cinico la definirebbe sindrome di Stoccolma, ma di fatto rimanevi immagato davanti allo schermo, e soffrivi con Joey che si scopriva innamorata di Dawson, e anche con Dawson che si scopriva innamorato di Joey, ma mai nello stesso momento.
La serie cresceva con te e cambiava con te, o forse, più che altro, eri tu che cambiavi con lei: ci sono state sei stagioni, uscite in Italia dal 2000 al 2003. Qualcuno potrebbe dire che sono solo tre anni, ma quando ne hai 14 tre anni sono praticamente una vita intera. Magari all’inizio facevi il tifo per Joey e Dawson, poi ti accorgevi che era un rapporto un pelo ossessivo e di colpo diventavi fan della nuova coppia Joey e Pacey. Il punto è questo: mentre la serie scorreva e tu vivevi, la tua vita cambiava, tu cambiavi, e dicevi addio a quel pacchetto di illusioni ingenue che l’inizio dell’adolescenza si porta dietro, sullo schermo come nella realtà.
Metafora esistenziale
Senza fare spoiler, perché sospettiamo che la morte dell’attore principale darà il via a un rewatching da operazione nostalgia, la fine di Dawson’s Creek era stato un piccolo trauma, un po’ per le stesse ragioni per cui lo è la scomparsa di James Van Der Beek.
A torto o a ragione, spesso si percepiscono l’infanzia e l’adolescenza come età dell’oro, quel momento in cui tutto sembra possibile, i tuoi sogni nel cassetto sono ancora realizzabili e hai tutta la vita per dire “ce l’ho fatta”. Questa morte ci ricorda che “tutta la vita” potrebbe essere troppo poco. Probabilmente non per Van Der Beek, che anche nei suoi ultimi incontri con il pubblico (in Italia a Genova) sembrava una persona molto serena e realizzata. Ma noi possiamo dire lo stesso?
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Dawson’s Creek aveva il sapore delle grandi cose che ci aspettavano dietro l’angolo, oltre i pontili della nostra Capeside personale. Ricordiamo con affetto la corsetta spesso parodiata di Joey, che esasperata scappa da casa di Dawson. Corsetta che sì, era un po’ ridicola, ma chi di noi non ha mai avuto voglia di scappare, dalla casa di qualcuno o da una città che ci stava troppo stretta? Quella corsa era una metafora esistenziale, un po’ come questa scomparsa: non solo è morto lui, siamo cresciuti noi.
Non capiranno i cuorcontenti di generazioni diverse dalla nostra, ma noi lo sappiamo che non parliamo solo della fine di un attore, ma della fine di un’epoca che sotto sotto tenevamo ancora nascosta da qualche parte nei ricordi.
Certo, siamo tristi perché è successo, ma lo siamo anche perché questo ha definitivamente sancito la morte di quella parte di noi, quella che credeva nei sogni, nelle anime gemelle, nel fatto che Joey e Dawson potessero a un certo punto stare insieme per sempre, fare tanti figli e comprarsi un cane. Ci abbiamo creduto, abbiamo lottato nel nostro piccolo per avere la nostra casetta a Capeside, qualunque cosa volesse dire per noi.
La vita però può prendere direzioni diverse, e a volte si interrompe troppo presto.