CULTURA

“Non ci sono”: amore e controllo in un romanzo senza vie d’uscita

È un po’ un luogo comune quello di sentirsi soli in mezzo alla gente, di avere migliaia di amici sui social ma nessuno da chiamare quando hai veramente bisogno di aiuto, di sentirsi un’isola irraggiungibile anche per chi ti sta vicino. Come molti luoghi comuni, però, anche questi partono da una sensazione condivisa da molti: se è vero che aumentano sempre di più i mezzi per rimanere in contatto, perché spesso le persone sono costrette a rinchiudersi in piccoli nuclei per avere delle relazioni che diano sicurezza?

È una condizione diffusa che forse abbiamo normalizzato, una solitudine che si manifesta anche quando, dall’esterno, tutto sembra ancora funzionare. Una solitudine che però ti spezza quando le poche certezze a cui ti tenevi aggrappato scricchiolano, e lo fanno senza preavviso, o con preavvisi così discreti che li ignori finché non è troppo tardi.

Una relazione a metà tra salvezza e claustrofobia

Non ci sono di Lize Spit (Edizioni E/O) racconta proprio questo tipo di isolamento: quello che si produce quando una relazione che era il microcosmo che garantiva la sicurezza si trasforma in un legame esclusivo che non può essere penetrato dalle persone all’esterno.
I due protagonisti, Leo e Simon, vivono a Bruxelles una città stratificata, un po’ anonima e un po’ sovraccarica. Lui è un talentuoso grafico pubblicitario, lei una commessa in un negozio di abbigliamento premaman e di libri per bambini, scelto per non gettare del tutto al vento le sue ambizioni letterarie. Entrambi sono senza genitori: le madri sono morte, i padri sono distanti, soprattutto emotivamente, non c’è un luogo ultimo a cui tornare, nessuna autorità affettiva capace di assorbire il caos quando la situazione si fa critica, eppure insieme hanno trovato un equilibrio che potrebbe anche durare tutta la vita.

Eravamo due pilastri mezzo sbilenchi che, appoggiati l’uno all’altro, si sarebbero dimostrati più solidi di uno integro e senza sostegno Lize Spit

Una notte però Simon rientra a casa e sveglia Leo per mostrarle ciò che ha fatto: dietro l’orecchio qualcuno ha inciso una linea tratteggiata, accompagnata dal disegno di una piccola forbice, che rimanda all’operazione che ha fatto da piccolo per correggere le orecchie a sventola, ma che può sembrare anche un invito a tagliare lungo la linea. Un tatuaggio strano, ma di per sé sarebbe solo un dettaglio. Il problema è che Simon è euforico, logorroico, convinto di aver compiuto un gesto geniale, e racconta l’episodio come una rivelazione, la prova che merita molto di più di quello che ha, che per inciso è già molto. Leo, invece, osserva quel segno nuovo come si osserva qualcosa che non dovrebbe essere lì, e nel corso della storia si rende conto che quel tatuaggio è lo spartiacque tra un prima e un dopo, perché dopo averlo fatto “il vero Simon” non ci sarà più.

Un controllo per procura

Da quella notte la loro vita cambia: Simon non dorme, perché si è licenziato ed è completamente assorbito da un’idea di business secondo lui innovativa ma affrontata senza la necessaria cautela, Leo non dorme perché sente di dover controllare Simon, che invece non si controlla più, tra spese folli e un desiderio di rivalsa immotivato, che diventa paranoia verso la sua vecchia azienda e i suoi dipendenti.
Le attenzioni che Leo ha sempre avuto per Simon si trasformano in vigilanza pura, la cura in una forma di sorveglianza continua. Si fa carico di quelle che in breve si trasformano in vere e proprie ossessioni e cerca di proteggerlo in ogni modo possibile, sempre con il dubbio di star esagerando.

Due diverse realtà che confliggono

È in questo spazio chiuso che Leo si muove, cercando costantemente di capire se ciò che sta vivendo sia un campanello d’allarme o una reazione sproporzionata. Simon cambia, accelera, si espande. Lei osserva, registra, collega, viene relegata in un angolo e ci rimane, anche fisicamente: la loro stanza diventa lo studio di Simon, che senza dirle niente sposta il letto in un piccolo studiolo, quasi un ripostiglio, tanto che non ci si può salire dai lati ma solo dal fondo.  Ogni tentativo di Leo di fare cenno al problema si infrange contro una domanda paralizzante: “E se sbagliassi a scoraggiarlo?”. E se quello che percepisce non fosse un segnale, ma solo la sua incapacità di adattarsi a un cambiamento positivo? Quindi meglio aspettare, bucare tutte le deadline che si era autoimposta per affrontare la situazione, meglio non essere quella che rovina tutto. Intorno, gli amici si accorgono che qualcosa non va, ma a livello superficiale, e le dichiarazioni di Leo (“Io e Simon non dormiamo molto bene da qualche settimana a questa parte”) garantiscono agli altri un alibi per farsi sentire vicini con frasi di circostanza, aspettando più o meno inconsciamente di sfilarsi se le cose dovessero mettersi veramente male.

La solitudine in un rapporto simbiotico

Da qui in avanti, Non ci sono diventa il racconto di una solitudine sottotraccia, quella che non si vede: da una parte c’è l’incapacità di Leo di chiedere aiuto in modo funzionale, dall’altra c’è il desiderio dei conoscenti di proteggere primariamente il loro piccolo nucleo, fatto di partner, genitori e figli in arrivo.
Anche quando la verità si fa largo di prepotenza, anche quando capisce che il suo compagno è diventato pericoloso, Leo non prende mai seriamente in considerazione l’idea di lasciare Simon, perché la loro relazione ha da tempo superato la soglia della reversibilità.

Ero autorizzata a staccare le crosticine dai suoi graffi quando pensavo che fossero guariti […] Aveva molti peli sulla pancia, e nell’ombelico sempre dei pelucchi del colore della maglietta. Li conservava per me, perché sapeva che mi piaceva toglierli Lize Spit

È proprio questa intimità radicale e normalizzata a rendere impossibile distinguere l’amore dalla responsabilità, la cura dal controllo, la fedeltà dall’autoannullamento. Quando il comportamento di Simon si guadagna un nome, un’estranea con lo stesso disturbo suggerisce a Leo di fuggire a gambe levate e per tutta risposta lei si pente di aver cercato consiglio.

Nel frattempo, dopo un primo crollo, gli amici ci sono, ma restano ai margini; partecipano, ma non entrano mai davvero nel cuore del problema. E quando la situazione comincia a incrinarsi seriamente, quando la tensione diventa troppo alta e li coinvolge in prima persona, la scelta di campo è immediata: da una parte ci sono Simon e Leo, dall’altra il resto del mondo.
E così Leo resta sempre più sola, pur essendo costantemente in compagnia di Simon, che però le rema contro perché non riesce a non remare contro se stesso.

Una suspence senza speranza

Fin dalle prime pagine, il lettore sa che la situazione non può che precipitare. Non ci sono lavora su un’angoscia da attesa che non ha bisogno di colpi di scena, perché la traiettoria è già evidente, ciò che resta ignoto è solo il momento dell’impatto e l’entità del danno. Questa consapevolezza condivisa crea una forma di suspense anomala, quasi statica, in cui il tempo sembra dilatarsi mentre la speranza si fa sempre più flebile, e non riguarda la situazione a livello macroscopico, che ormai è lampantemente irrisolvibile, ma solo il singolo accadimento, che potrebbe portare alla tragedia oppure no.

Ultimamente, ogni volta che incontravo una persona gentile immaginavo, in un flash, che fine avrebbe fatto se fosse finita tra le mani di Simon armato di taglierino. L’ammasso di muscoli, ossa e sangue che avrei trovato nella nostra vasca

Due romanzi difficili (ma vale la pena)

Rispetto a Si scioglie, il romanzo d’esordio che ha consacrato Lize Spit sulla scena internazionale, Non ci sono è una prosecuzione coerente ma con uno spostamento netto di prospettiva. Entrambe le storie sono crude e prendono le mosse da traumi infantili, ma mentre in Si scioglie il dramma è inscritto nel passato, filtrato dalla memoria e dalla distanza temporale, in Non ci sono abbiamo un processo ancora in atto e così la narrazione diventa se possibile più soffocante. La crudezza di Si scioglie passa spesso attraverso immagini traumatiche, scene che si imprimono nella memoria del lettore, quasi dei quadri di pittori inquietanti; Non ci sono lavora invece per accumulo, per dettagli che, presi singolarmente, non angosciano più di tanto, ma che nel loro insieme costruiscono un senso di allarme costante.

In questo senso Non ci sono è forse un romanzo meno immediatamente scioccante di Si scioglie, ma più radicale, perché racconta la gradualità con cui una relazione può diventare totalizzante e pericolosa senza che le persone coinvolte se ne accorgano. In questo senso, forse, nel panorama italiano Lize Spit rischia di essere sottovalutata, perché rifiuta sistematicamente le scorciatoie emotive.
È una scrittura che non cerca mai di rendersi accomodante, ma che pretende dal lettore una disponibilità all’inquietudine senza clamori, che molti non sono disposti ad accordare a un libro.

Che libri come questi possano non ricevere l’attenzione che meritano lo dimostra anche un altro dato: il film tratto da Si scioglie, dal titolo La ragazza di ghiaccio, è rimasto in sala appena tre giorni. Un passaggio fugace, che dice molto sul modo in cui certi racconti, quando non si prestano a essere addomesticati, vengono archiviati rapidamente.

E invece entrambi i romanzi andrebbero letti, anche se richiedono pazienza e una certa tolleranza per il disagio, perché lasciano tracce profonde: sono libri che rimangono nella testa e nel cuore, con immagini che si affacciano alla memoria anche ad anni di distanza. E forse il vero valore di un libro è proprio questo: proiettarci in una realtà comune, portarci dentro a una storia senza strattoni particolari, fino a quando non ci accorgiamo che quello che abbiamo vissuto, anche se per procura, non ci lascia più in pace.

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