CULTURA

"Che cos'è una lingua inventata"

Una grande ricchezza, di nature e di forme: fare sintesi, tentando di definire i confini di un'unica geografia, si potrebbe rivelare impresa lunga e complessa. Non solo esperanto, le lingue inventate sono numerose e affascinanti, note o quasi sconosciute: dal volapük al latino sine flexione, passando per il musicale solresol, fino alle lingue di Hollywood, dal klingon di Star Trek al na'vi di Avatar. Nate con finalità ludiche, scientifiche, religiose, letterarie, cinematografiche o come ausilio alla comunicazione internazionale, quelle create ex novo, o rimaneggiando quelle naturali, sono uno strumento di analisi culturale e linguistica e offrono un ricco e inaspettato territorio di indagine, una entusiasmante opportunità di esplorazione e scoperta. 

Abbiamo intervistato Davide Astori, docente di linguistica generale, interlinguistica e linguistica delle lingue segnate all'Università di Parma, autore del libro Che cos'è una lingua inventata, pubblicato da Carocci. Dunque cosa sono e con quali finalità vengono create? Le prime riflessioni arrivano da lontano: sono affidate a Cartesio e una prima idea di lingua universale filosofica, elaborata già nella lettera del 1629 all'abate Mersenne, un tentativo di "mettere in ordine il mondo attraverso la parola".

Lingua inventata, artificiale, pianificata 

Il dibattito sulla terminologia è centrale. "Spesso lingua inventata, creata e artificiale sono usati come sinonimi, ma in linguistica ogni parola ha un peso specifico", spiega Davide Astori a Il Bo Live. "Gli esperantisti tengono molto al concetto di lingua pianificata: vogliono sottolineare che, sebbene l'esperanto sia nato come progetto a tavolino, oggi è una lingua a tutti gli effetti. Non parlano di Zamenhof come inventore ma come iniziatore. Questo termine suggerisce che lui abbia dato avvio a un movimento che poi è cresciuto in modo naturale". E Astori continua: "Etimologicamente, artificiale significa fatto ad arte. Nei secoli passati questo termine non aveva una connotazione negativa. Anzi, l'artificialità avvicinava l'uomo al modello divino: un manufatto del pensiero umano definito talmente bene da rasentare la perfezione. Oggi, invece, i linguisti teorici preferiscono parlare di pianificazione linguistica". 

L'invenzione come atto umano 

"Ho scelto il titolo Che cos'è una lingua inventata perché mi affascina l'etimologia latina di inventio, trovare, scoprire. L'essere umano è profondamente creativo: siamo in grado di pensare cose che non esistono, inventarle e poi provarle. L'uomo manipola le lingue da sempre per fini comunicativi o artistici. Se vogliamo giocare con credenze e miti, l'atto di Dio che porta l'uomo davanti al creato, invitandolo a dare un nome a ciò che vede, è il primo grande atto di ingegneria linguistica e la stessa Torre di Babele è, a suo modo, un trattato di linguistica". Il tentativo dell'uomo di piegare lo strumento-lingua alla propria volontà viene da lontano.

Il caso unico dell'esperanto 

L'esperanto è certamente la lingua inventata più nota, ma con quali obiettivi nasce? "Si tratta di un caso unico. È l'unica lingua pienamente inventata che si è trasformata in una lingua viva. Il test definitivo per un linguista è l'esistenza di parlanti nativi: oggi esistono bambini che hanno acquisito l'esperanto per esposizione naturale dai genitori". L'esperanto non nasce solo come progetto linguistico ma è un progetto etico. "Alla fine dell'Ottocento il medico polacco Ludwik Lejzer Zamenhof intuisce che la globalizzazione avrebbe ristretto il mondo, portando a conflitti mascherati da differenze linguistiche. Il suo sogno era creare una 'cultura seconda': una lingua che fosse di tutti e di nessuno, per tutelare le identità dei singoli popoli senza che una prevalesse sulle altre". 

Dunque, quale il destino, la sorte di questa lingua, quale il suo ruolo oggi in un contesto mondiale così frammentato? "Si stima ci siano tra i 2 e i 3 milioni di persone che parlano o simpatizzano per l'esperanto. Tuttavia, questa lingua subisce una forte marginalizzazione perché tocca equilibri di potere. Le lingue sono strumenti politici ed economici, basti pensare all'indotto economico dell'inglese per la Gran Bretagna o gli Stati Uniti. Come disse Winston Churchill, gli imperi del futuro sono gli imperi della mente. Diffondere una lingua significa esportare valori e sistemi economici. L'esperanto è un'utopia destabilizzante che sfida questi monopoli culturali".


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Una lingua per la scienza

"Il tema della lingua per la scienza tocca direttamente la democrazia del sapere - precisa Astori -. Da sempre, chi parla la lingua veicolare dominante impone le proprie idee prima degli altri. Pensiamo all'Ottocento: Franz Bopp è celebrato come il padre della linguistica comparata perché scriveva in tedesco, la lingua scientifica dell'epoca. Il suo contendente culturale Rasmus Rask, pur avendo intuizioni straordinarie, scriveva in danese ed è stato vittima di una sorta di damnatio memoriae. Arrivare prima e posizionarsi meglio dipende spesso dallo strumento linguistico utilizzato". 

"L'idea di una lingua per la scienza è antica. Il latino è stato una soluzione straordinaria quando era la lingua comune degli intellettuali europei. Io credo ancora che il latino - quello classico, non necessariamente quello semplificato di Peano - potrebbe essere la lingua ideale per l'Europa. Le classi dirigenti europee sono state esposte per secoli alla cultura greco-romana: è in quella fucina che sono nati i concetti di diritti e doveri dell'uomo".

L'intuizione di Peano

Come racconta Astori nel suo libro, il 17 gennaio 1903 il geniale matematico torinese Giuseppe Peano entra in contatto con il matematico giapponese Seita Kaba. Le evidenti difficoltà di comunicazione tra parlanti di lingue diverse lo mettono di fronte al tema del multilinguismo nella comunicazione scientifica: "parallelamente al latino, da sempre usato come lingua internazionale in campo scientifico, almeno fino al XIX secolo, si cominciarono a utilizzare anche le lingue nazionali, in uno stato di cose che egli non esita a definire 'la nuova ttorre di Babele". A quel punto, reputando improbabile un ritorno al latino così come l'adozione di una lingua viva come veicolare, Peano sposta l'attenzione verso le lingue artificiali. 

Il suo latino sine flexione è pensato principalmente per la scrittura e, dunque, per favorire le pubblicazioni e si rifà a principi di chiarezza, semplicità e rigore: elementi che caratterizzano anche il suo lavoro di ricerca scientifica. Peano elimina parole e flessioni non necessarie, riducendo la lingua latina all'essenziale, "in una sorta di applicazione della logica matematica". Peano non è il primo a tentare la semplificazione del latino, prima di lui ci prova Leibniz, di cui Peano è seguace. Quando Peano muore nel 1932, naufraga anche il futuro della sua lingua internazionale. 

Il concetto di fallimento  

Quando una lingua (in questo caso inventata) non si diffonde, si parla di fallimento? La mancanza di futuro ne annulla la dignità? "Non riesco a concepire l'idea di fallimento in questo ambito. Per me, le lingue sono come i piatti di un immenso buffet: ogni ricetta mostra la potenzialità della mente umana. Chiunque inventi una lingua ha già vinto, perché ha sfidato lo strumento del pensiero. Come disse il linguista Samuel Johnson, la lingua è il vestito del pensiero. Manipolare una lingua dimostra che il processo del pensare è infinito". 

Il solresol e l'utopia dell'inclusività 

Il solresol non nasce per l'arte: è una lingua inventata con un intento comunicativo. "Nell'Ottocento la Francia valuta seriamente la sua applicabilità pragmatica - precisa Astori -. Tuttavia, oggi, appare impraticabile. Se la pensiamo come lingua musicale, richiede l'orecchio assoluto: un salto di quarta non è solo un suono, è una parola specifica. Se sbagli nota, stai dicendo un'altra cosa. Inoltre, ha solo sette fonemi, le note. Per il nostro cervello è faticoso: i messaggi diventerebbero lunghissimi. Il solresol usa l'inversione per i contrari, razionalmente è perfetto ma biologicamente non funziona. La nostra mente non percepisce la gioia o la tristezza semplicemente invertendo una melodia. Eppure, l'intento era inclusivo: il sordo poteva leggerla, il cieco sentirla tramite il tatto, chi non vedeva i colori poteva usare i numeri. Un progetto nato con intenzioni nobilissime". 

Lingua per il mondo o lingua "privata"

Sembra che ogni lingua inventata nasca con un presupposto positivo, una predisposizione a fare del bene. "Tendenzialmente sì, nascono dal bisogno biologico di relazionarsi ma, attenzione, le lingue non sono buone o cattive di per sé, dipende dall'uso che se ne fa. L'invenzione linguistica è un'apertura oltre se stessi, un atto poetico, nel senso di poietico, di creazione. Persino chi inventa una lingua per parlare con se stesso - come il caso del markuska - lo fa spesso per delocalizzare il proprio dolore, raccontandosi in terza persona per ritrovarsi". A citare il markuska è il docente poliglotta, islamista e grande esploratore Alessandro Bausani (1921-1988), il quale racconta di una lingua infantile creata da un bambino e cresciuta con lui, "una lingua quasi vera", una lingua privata. Quel bambino era lo stesso Bausani.

Il ruolo dell'intelligenza artificiale 

Quale ruolo può avere l'intelligenza artificiale nel mondo delle lingue inventate? Può esistere una lingua inventata senza la creatività umana? "L'AI oggi analizza i propri errori. Se le fai tradurre il latino sine flexione e le segnali un errore, ti spiega il processo che ha seguito e non sbaglia più. Questo è affascinante e drammatico. Tuttavia, ho provato a farle inventare delle lingue, il risultato è stato deludente. Devi guidarla così tanto con i prompt che alla fine la lingua la stai inventando tu". 

"L'AI è estremamente logica, simile a Spock di Star Trek o al computer di 2001: Odissea nello spazio, eppure l'esperanto ha vinto perché l'ha inventato un medico che non cercava la perfezione assoluta ma l'omeostasi, l'equilibrio tra le parti". Una macchina può offrire mille sfumature di grigio, ma non possiede l'imperfezione che crea lo spazio per la vera relazione

Lingue inventate, una selezione

Il solresol è una delle lingue inventate più singolari e affascinanti della storia. Creata dal francese François Sudre, nel 1827, è definita una "lingua universale a base musicale". Applicando l'ipotesi di Sapir-Whorf, secondo cui la struttura di una lingua influenza il modo in cui i suoi parlanti percepiscono e categorizzano il mondo, il solresol si rivela un esperimento estremo: parlare questa lingua significa pensare il mondo come una sinfonia.

Il volapük è una lingua artificiale a sistema misto con un lessico che si fonda su radici tratte da inglese e tedesco ma deformate a tal punto da renderle quasi irriconoscibili. Creata dal sacerdote tedesco Johann Martin Schleyer, è la prima lingua pianificata a riscuotere un successo globale: il suo declino è determinato da una eccessiva complessità (rispetto per esempio all'esperanto, apparso qualche anno più tardi) e dall'autoritarismo di Schleyer che rifiutava ogni proposta di modifica. Al 1879, anno in cui viene presentato il volapük, si fa risalire anche la nascita della moderna interlinguistica. 

L'esperanto è stato creato nel 1887 dal medico polacco Ludwik Lejzer Zamenhof. Come sottolinea Astori, Zamenhof non viene considerato l'inventore, ma l'iniziatore di questa lingua, ovvero "colui che ha fornito le basi e poi ha ceduto la lingua al mondo, permettendole di crescere naturalmente". 

Il latino sine flexione, ideata nel 1903 dal matematico Giuseppe Peano, rappresenta un capitolo affascinante e rigoroso nella storia delle lingue pianificate. Se il solresol cercava la musica e l'esperanto l'armonia sociale, questa lingua cercava la purezza logica della scienza.

Il klingon rappresenta nel mondo delle lingue inventate quello che Astori definisce "un fenomeno pop". Nel 1984 la Paramount Pictures incarica il linguista Marc Okrand di sviluppare una lingua completa per la saga Star Trek. Oggi il klingon è considerato un modello per le successive lingue di Hollywood. Racconta Astori nel suo libro: “Nel 2017 la nuova serie Netflix Star Trek Discovery è totalmente sottotitolata, accanto alle altre, anche nella lingua di Orlando”.

La lingua toki pona, creata nel 2001 dalla linguista e traduttrice canadese Sonja Lang, non nasce per essere lingua franca globale (come l'esperanto) ma per testare l'ipotesi di Sapir-Whorf: se parli in modo semplice, pensi in modo semplice. Diversamente, nel markuska, lingua complessa per l'espressione poetica individuale, l'ipotesi di Sapir-Whorf agisce al contrario: Bausani modella una lingua che rispecchia la complessità interiore, diventando specchio della sua specifica visione del mondo.

La lingua na'vi, creata per il film Avatar (2009) di James Cameron, è uno degli esempi più moderni e tecnicamente sofisticati di manipolazione linguistica per questioni artistiche. Mentre il klingon è nato per suonare alieno e aspro, il na'vi è stato progettato per essere esotico ma gradevole, riflettendo la connessione spirituale dei suoi parlanti con la natura. Il na'vi è opera del linguista Paul Frommer.

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