Sullo scaffale: L’invenzione del colore di Christian Raimo
È raro che i romanzi sappiano far ridere, o meglio: la risata che provocano è una sorta di accenno delle labbra che si increspano, degli occhi che si dilatano un poco, del cuore che accelera giusto quel tanto che consegue l’emozione, lieta in questo caso. Non è una fragorosa risata di solito, ma un sorriso interiore. E neppure questo è così semplice da ottenere, tutt’altro.
L’ultima fatica di Christian Raimo, L’invenzione del colore (La nave di Teseo, 2026) è invece maestra nel provocare lo scarto tra significati tipico dell’ironia, ma c’è di più: lo scrittore ci unisce – quasi senza volere – una sottile malinconia che non abbandona mai il lettore, come se le vicende a tratti bizzarre del protagonista fossero le sue, i luoghi guardati con affetto quelli della sua propria infanzia, il padre rincorso nel ricostruirne la vita passata fosse il padre di tutti – un archetipo da cui non possiamo prescindere (psicanalisi docet) – e l’amore travagliato vissuto dal protagonista declinasse invero la complessa, altalenante, inafferrabile relazione che noi tutti abbiamo esperito, o anche solo sognato, con l’altro. Leggere Christian Raimo ci fa fare un tuffo nella nostra, di vita (e magari avessimo quello sguardo ironico sul mondo!), e non è detto, invero, che lo scrittore ne fosse così consapevole all’atto dello scriverlo.
“Papà, mi senti? Ti devo parlare di Gadda, te la ricordi?”
[…]
“Che nome è Gadda? Me ne parlavi sempre in modo confuso. Dicevi che era bella.”
“Sì, era molto bella, lo è.”
“L’amavi. Gliel’hai detto?”
“Sì, certo, quante volte, ma forse glielo ho detto male, forse peggio di quello che avrei potuto.”
“Occorre essere pratici. Che vuoi ora?”
“Che fine fa?”
“Che fine fa cosa?”
“L’amore che proviamo. Che ci sembra così solido, presente, che fine fa? […]”
L’invenzione del colore è un memoir in cui l’io narrante racconta la sua vita di uomo adulto (con il “physique du rôle di un essere umano standard […] con al tempo stesso una costante pratica di autoinganno mista a una sindrome dell’impostore”) e ripercorre anche quella di lui da ragazzo mentre ricostruisce la storia del padre, e di un pezzo d’Italia tutta, dal momento che l’uomo aveva lavorato per un’azienda, la Technicolor, titolare di un brevetto di perfezionamento dell’uso dei colori sul grande schermo.
Raimo usa il Technicolor – il celebre procedimento cinematografico che negli anni Trenta e Quaranta ha trasformato il cinema rendendolo saturo, brillante, quasi irreale – come metafora di uno sguardo che costruisce il mondo mentre lo illumina. Il colore non è neutro: è una scelta, un filtro, una dichiarazione di senso.
“Fin dalla più remota antichità gli uomini hanno imparato a distinguere gli oggetti dalla loro forma e dal loro colore e ben presto hanno cominciato a tentare la riproduzione basandosi appunto su questi due attributi: forma e colore. E come dalla forma si sono serviti per esprimere il bello e il brutto, così dal colore hanno sentito la capacità decorativa e la possibilità di armonie. Certamente nella riproduzione della realtà o anche nella espressione di una tensione attinente alla realtà la forma ha, nel farsi capire, un predominio sul colore; invece nella espressione di un sentimento o nella gioia di una sensazione, senza intrinseca percezione, il colore domina sulla forma, e si avvicina al risultato di una musica. E come la musica viene composta con poche note, ma disposte e rapportate sempre in maniera diversa per la espressione desiderata, così il colore in sé non dà generalmente una sensazione, ma l’accostamento, l’accoppiamento, la disposizione e i rapporti di colori diversi arrivano all’espressione voluta.”
E in questa scoperta, di sé e dell’altro – che siano la fidanzata, il padre o gli allievi (il protagonista è docente alle scuole superiori e si trova perennemente a far da tramite tra studenti in crisi al contempo decisamente esuberanti e genitori dalle idee confuse) –, l’orizzonte del lettore si sposta avanti e indietro dal presente al passato, dal protagonista a un possibile sé che emerge nell'ascolto della storia.
Raimo non è il primo né sarà l’ultimo a rintracciare la parabola di sé e del prossimo attraverso quella del padre (o della madre), si pensi a La traversata notturna di Andrea Canobbio (La nave di Teseo, 2022) o a La casa del mago di Emanuele Trevi (Ponte alle Grazie, 2023), ma qui lo spirito non è mai greve, o epico, o solamente intimista.
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Il Technicolor, nella sua esagerazione cromatica, rappresenta in un qualche modo l’infanzia e l’adolescenza: una fase in cui tutto appare assoluto, acceso, definitivo. Poi, diventando adulti, si scopre che il colore non è solo splendore, ma costruzione artificiale. È invenzione. Così come quella capacità di cogliere la dissociazione, il dettaglio, quello sfalsamento che provoca il sorriso.
“Ti lascio non è mai ti lascio. Oppure è esattamente quello. Ci sono delle frasi che sono informazioni e frasi che sono azioni. Vado a fare la spesa, oggi piove, ti amo: informazioni. Ti sposo, ti lascio: azioni. Il fatto che siano espresse sempre a parole ci confonde. Pensiamo che si possa replicare a entrambe con altre parole”.
Leggere Christian Raimo è un’azione. E non serve replicare. Basta sentire, che viene ancora prima del capire. E per l’insieme delle azioni – leggere, sentire, capire – succede di sorridere d’intelligenza.
“ “Che fine fa?” “Che fine fa cosa?” “L’amore che proviamo. Che ci sembra così solido, presente, che fine fa?” Christian Raimo