Rileggiamo: Lungo viaggio verso la notte di O'Neill in teatro per la regia di Gabriele Lavia
Dietro le sbarre vive la famiglia Tyrone di Eugene O’Neill così come la porta in scena Gabriele Lavia i giorni scorsi al teatro Goldoni di Venezia: sbarre che cadono dal cielo e sono sia sul proscenio che sul fondale. La prima a farsi vedere dal pubblico – e che silenziosamente cerca di uscirne ritrovandosi, invece, in un angolo nascosto ancora prigioniera – è Mary (una splendida Federica Di Martino), l’unica donna della famiglia (oltre alla cameriera) il cui dolore è tanto più profondo quanto più è inespresso. La sua postura al mondo è quella di una bellezza silenziosa: non cammina Mary, non dialoga, incede in un processo labirintico che non la sposta mai da dov’è. A sovrastare tutti e tutto ci pensa invece il padrone di casa, attore in pensione che declama ora l’Amleto ora l’Edipo re, e che fa della libertà di parola ingiuria. A completare il quadro sono i figli, ormai adulti ma non ancora indipendenti, che si mostrano nella loro dolorosa imperfezione: l’uno, alcolizzato (Jamie – Jacopo Venturiero), a ragguagliare il livello di whisky nella bottiglia con l’acqua, l’altro (Edmund – Ian Gualdani) gravemente malato nell’indifferenza generale, perché malattia è vizio e stigma.
I protagonisti di Lungo viaggio verso la notte, la commedia di Eugene O’Neill del 1942 che è valsa al suo autore il Pulitzer per la drammaturgia, abitano un 1912 che è decisamente il nostro presente, ma con la forza di essere raccontato senza mistificazioni.
La famiglia Tyrone è benestante, inserita nel mondo, cerca parole per pronunciare verità e invece, proprio in seno al rapporto più stretto che si possa avere con il prossimo – quello filiale, materno, paterno e matrimoniale –, tutti i suoi membri pronunciano invero le menzogne più pure. Quelle che ciascuno riserva a se stesso per sopravvivere.
“Il teatro ha fatto l’uomo quel che è” come a dire che c’è una linea di demarcazione e che è stata superata, e quale luogo più del teatro (e della letteratura che dal teatro si fa incarnare) può ospitare la dirompenza di questa sovrapposizione di realtà? Come la nebbia che d’un tratto nella storia comincia a scendere e offuscare la vista, ciò che agito non si manifesta mai per quel che è. Un mistero aleggia sulla casa, sulle parole, sugli animi volenterosi di non far male ma in realtà oltraggiosi nella loro inedia.
Nella casa piena c’è solitudine – quella che Mary lamenta; ingratitudine – di tutti verso tutti, perché nessuno capisce (o vuole farlo?) cosa realmente accade; e perciò c’è rancore, c’è insinuazione, c’è disfatta. “Sono stufa di far finta che questa sia una casa […] non lo è mai stata e mai lo sarà”.
Freud seduto a teatro urlerebbe al complesso, discernerebbe il vero prima di ogni altro spettatore che in quel rimosso cade vittima della fiducia, dell’amore, della speranza.
Nell’unità di tempo, di luogo e d’azione il drammaturgo ha portato l’umanità intera e “Dio è morto di pietà per l’essere umano” viene pronunciato quando la tensione comincia a calare e la nebbia a salire. Come in una costellazione familiare, dal bianco risalgono i morti e vivono nuovamente nel grembo dei vivi, donano parole, ricostruiscono il peccato: quello di volersi salvi a tutti i costi. Quello di indossare l'abito da sposa per morire.
Allora cos’è l’amore? Cos’è la vita? Serve la morfina per guarire? Eda quale malattia? È sufficiente non dare i nomi alle cose?
Il male della nostra incomunicabilità ha radici profonde, lo sapeva O’Neill, lo sa Gabriele Lavia che nelle note di regia chiosa: “Le vite degli uomini sono fatte di tenerezza e violenza. Di amore e disprezzo. Comprensione e rigetto. Di famiglia e della sua rovina”.
A volte, forse, ci serve andare a teatro per capire cosa succede tra le nostre mura di casa. Proviamo.
“ Le vite degli uomini sono fatte di tenerezza e violenza. Di amore e disprezzo. Comprensione e rigetto. Di famiglia e della sua rovina Gabriele Lavia