Rileggiamo: Stupore e tremori di Amélie Nothomb
Ci sono libri, e non son molti, che meritano una rilettura periodica. E, tra questi, alcuni hanno la capacità di portare alla luce, con garbo sfrontato, i parossismi del tempo presente.
Maestra di acume tagliente lungo questa via poco frequentata è la belga Amélie Nothomb che, abituandoci a un libro l’anno, ci disincentiva a ricordare di riaprire uno dei suoi primi capolavori.
Si intitola Stupore e tremori quel suo primo viaggio autobiografico nel Giappone che le ha dato i natali (il padre era ambasciatore nel Sol Levante) e che la ha ritrovata giovane adulta quando, di sua sponte, c’è tornata per un periodo non troppo lungo. E se all’apparenza Stupore e tremori appare come una discesa agli inferi del mobbing, a una lettura meditata, sottopelle, risuona come una risalita di sé nell’incontro con l’altro.
Inizia nella definizione gerarchica più pura, nell’azienda – la Yumimoto – dove lavora: “Il signor Haneda era il capo del signor Omochi, che era il capo del signor Saito, che era il capo della signorina Mori, che era il mio capo. E io non ero il capo di nessuno”. Dove si può pensare d’andare, di questo passo?
Eppure Amélie-san (per dirla alla giapponese) è ragazza studiata, conosce bene la lingua del luogo, è volenterosa e giudiziosa, ma ancora non ha interiorizzato un aspetto fondamentale del vivere tra esseri umani: che non c’è un solo modo di leggere gli eventi e una strada univoca per compiacere il prossimo. In definitiva: per far bene.
“Lei ha profondamente turbato la delegazione dell’azienda amica! Ha servito il caffè con formule di cortesia che lasciavano intuire la sua perfetta conoscenza del giapponese!” sono le rimostranze che riceve e a cui ingenuamente si ribella. “Come avrebbero potuto sentirsi a loro agio i nostri partner con una bianca che capiva la loro lingua?”
E se da una parte il mobbing è, molto spesso, un rovesciamento – chi vuol far bene viene punito, chi vuol lavorare messo a scaldar la sedia, chi ambisce a salire lasciato fermo – dall’altra la conoscenza dell'interlocutore deve poter ammettere che questi non sia come l’immaginiamo.
Nella sua puntuta apertura al mondo, Nothomb ci restituisce come uno schiaffo che gli altri possano, contrariamente al nostro desiderio di comprenderli e non stigmatizzarli, invece circoscriverci in una forma stereotipata: Amélie, agli occhi dei suoi datori di lavoro, è incredibilmente occidentale.
Nel tentativo da lei compiuto di discolpare un collega, accusato di averle conferito un incarico (ottimamente portato a termine invero), lo stesso collega si trova a dover chiedere scusa – per lei (che “occidentalmente” non lo fa) – del suo comportamento, una volta in più indisciplinato e irresponsabile: “La supplico, non se la prenda, non sa quello che dice, è occidentale, è giovane, non ha nessuna esperienza”.
Ma per quanto "occidentale", la protagonista (e voce narrante) non è ancora in odore di santità:
“La forma gettava luce su numerosi aspetti della storia nipponica. Per fermare quegli strilli odiosi, sarei stata capace delle cose peggiori: invadere la Manciuria, perseguitare migliaia di cinesi, suicidarmi nel nome dell’Imperatore, lanciare il mio aereo su una corazzata americana, forse persino lavorare per due compagnie Yumimoto”.
Tutt’al più Amélie impara a farsi scivolare addosso occhiate, parole, silenzi e sghignazzi, cercando di capire dove s’annidi l’errore. Da dove scaturisca il fraintendimento a partire dal quale lei, giovane laureata desiderosa di far bene, sia passata dal vergare lettere, al portare i caffè, all’inventarsi di distribuire la posta e aggiornare i calendari, al fare le prevedibili fotocopie – mai abbastanza centrate – al copiare manualmente i dati delle fatture, al rivedere i conti senza esserne minimamente portata, fino al compito più ingrato immaginabile: “lustrare le vestigia delle schifezze di un dirigente” dentro i bagni del quarantaquattresimo piano.
E la ragione di tutto è donna, ha le ciglia lunghe e i lineamenti perfetti, e non ammette che qualcuno possa sovvertire l’ordine di carriera previsto in azienda.
Nothomb non ha dubbi: “Fubuki, invece, non era né Dio né il Diavolo: era una giapponese. Non tutte le giapponesi sono belle. Ma quando una è bella, le altre devono reggersi forte”.
Non è (solo) una storia di mobbing questa, una graffiante satira dello sguardo nipponico, un racconto autobiografico che dissimula l’emotività tra le righe dell’ironia cesellata, ma anche un manuale di sopravvivenza a cavallo tra L’arte della guerra e il Tao (che peraltro hanno origine cinese) laddove ci insegna che “nell’antico protocollo imperiale nipponico, si afferma che ci si rivolgerà all’imperatore con stupore e tremore” e quindi – dice Amélie – “assunsi la maschera dello stupore e cominciai a tremare”.
Chi vince su chi? Si licenzia, alla fine, Amélie-san? Quel che è certo è che l’anno successivo dà alle stampe L’igiene dell’assassino che le vale subito due premi letterari (il René-Fallet e l’Alain Fournier) e riceve un inaspettatissimo biglietto di congratulazioni da Fubuki. Scritto in giapponese. Un rovesciamento lungo al massimo cinque righe che sovverte un ordine millenario. La “signora della Pipì” è diventata scrittrice. Per quanto occidentale fosse. Senza aver pestato i piedi mai.
“ Fubuki, invece, non era né Dio né il Diavolo: era una giapponese. Non tutte le giapponesi sono belle. Ma quando una è bella, le altre devono reggersi forte Amélie Nothomb