CULTURA

Dalla finestra di Aretino: Berengo Gardin racconta Venezia a Palazzo Flangini

Cosa resta immutato in una città che cambia ogni giorno da mille anni? Forse uno sguardo ma chi guarda deve avere la capacità di fermare il tempo.

È da questa idea che prende forma Gianni Berengo Gardin. La Venezia del maestro del bianco e nero, la prima mostra organizzata dalla Fondazione di Venezia nella nuova sede di Palazzo Flangini. Un’esposizione che mette in dialogo due figure lontane nel tempo ma unite dalla stessa meraviglia: Gianni Berengo Gardin e Pietro Aretino.

Nel 1537 Aretino definiva quella affacciata sul Canal Grande “la più gioconda veduta del mondo”. Cinque secoli dopo, Berengo Gardin si è trovato davanti alla stessa finestra, scegliendo di misurarsi con quella veduta non come icona, ma come scena viva.

Un legame che non si è mai spezzato

Gianni Berengo Gardin è uno dei fotografi più importanti della storia della fotografia e il suo lavoro è indissolubilmente legato a Venezia. “È sicuramente emozionante, perché prima di tutto è la prima mostra che viene fatta a Venezia dopo la morte di mio padre - racconta a Il Bo Live Susanna Berengo Gardin -. Con Venezia il legame non si è mai rotto".

Trasferitosi a Milano nel 1965 per ragioni professionali, Berengo Gardin ha continuato a cercare occasioni per tornare in laguna. Nel 2004, grazie al racconto di un amico che abitava in un palazzo citato da Aretino, decide di “ripercorrere i passi” del letterato: “Mio padre ha voluto un po’ ripercorrere i passi dell’Aretino e si è appostato alla stessa finestra - ha continuato Susanna Berengo Gardin - e con pazienza ha documentato la vita che si svolgeva sotto i suoi occhi”.

Le immagini nate da quella finestra, e oggi esposte per la prima volta, mostrano una Venezia diversa da quella cinquecentesca, ma non del tutto estranea. Susanna Berengo Gardin ci spiega come suo padre ha voluto unire i due tempi con “le barche che portano la frutta e la verdura dalle isole al mercato, i mille traffici, la vita quotidiana dei piccoli gesti, dei trasporti, delle relazioni tra le persone che ancora si svolge in Canal Grande”.

Io non sono un artista, voglio documentare, voglio creare memoria Gianni Berengo Gardin

La disciplina dello sguardo

Per Denis Curti, curatore della mostra, il nodo centrale è il modo in cui Berengo Gardin guardava il mondo. “Gianni diceva: io non sono un artista, voglio documentare, voglio creare memoria”, ha ricordato durante la conferenza stampa.

Una dichiarazione che può sembrare riduttiva, ma che in realtà rivela un’etica precisa. La sua fotografia non è mai gridata, non cerca l’effetto, non indulge nella spettacolarizzazione. È controllata, ma non fredda; partecipe, ma mai giudicante, nemmeno nei suoi progetti più incentrati sulle stonature del nostro tempo.

Emblematico l’episodio delle grandi navi: fotografate con un teleobiettivo da via Garibaldi, sembravano incombere drammaticamente sulla città. Accanto a lui, ha raccontato Curti, un altro fotografo riprendeva la stessa scena per una campagna pubblicitaria delle crociere. Stessa inquadratura, esito opposto. È la dimostrazione plastica di come l’immagine non sia neutra, ma dipenda dall’intenzione di chi guarda.

Curti parla di una vera e propria “disciplina dello sguardo”: una postura mentale prima ancora che tecnica. Berengo Gardin era consapevole che l’immagine è sempre ambigua. “Gianni era consapevole del fatto che la fotografia fosse un linguaggio ambiguo - continua Curti - non c’è la verità”.

Un archivio come patrimonio collettivo

La mostra è anche un’occasione per interrogarsi sull’enorme archivio lasciato dal fotografo: quasi un milione e mezzo di immagini, tutte prodotte a partire da negativi analogici. Un patrimonio che, come ha sottolineato Curti, contiene “una storia importantissima del Novecento italiano”, affiancabile per rilevanza agli archivi delle grandi agenzie fotografiche.

Quasi trecento libri pubblicati, oltre duecento mostre: numeri che, come ricorda Curti, “restituiscono la dimensione di un fotografo atipico, perché all’inizio lavora con i giornali ma il lavoro giornalistico di reporter non è esattamente dentro il suo profilo. Gianni è un fotografo di progetti e non è un caso che il suo lavoro finisse quasi sempre dentro libri o mostre”. Tra i momenti decisivi della sua carriera c’è il lavoro realizzato nel 1969 con Carla Cerati su incarico di Franco BasagliaMorire di classe, il libro che documentava le condizioni dei manicomi italiani e che saldava definitivamente etica ed estetica nel suo percorso.


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Dentro quell’archivio non c’è solo Venezia. C’è l’Italia del lavoro che cambia, delle case borghesi e popolari, delle periferie, dei gruppi marginali. C’è una memoria visiva che rischia di diventare fragile in un’epoca in cui la produzione di immagini è continua ma spesso effimera.

È qui che la mostra veneziana assume un significato ulteriore: non solo celebrazione, ma avvio di una riflessione su come custodire, studiare e rendere accessibile un patrimonio di questa portata. La fotografia analogica, fatta di negativi e stampe, impone tempi lunghi di conservazione e cura, lontani dalla velocità dell’immagine digitale.

Donazioni e responsabilità istituzionale

Il rapporto tra Berengo Gardin e la Fondazione di Venezia si è tradotto anche in scelte concrete. In mostra sono presenti dodici fotografie veneziane acquisite negli anni passati dalla Fondazione, oltre a un nucleo di trentasei opere donate direttamente dall’autore. Un gesto che consolida l’ingresso del suo lavoro nella collezione permanente dell’istituzione.

Come ha ricordato il direttore generale Giovanni Dell’Olivo durante la conferenza stampa, questa è la prima iniziativa ufficiale organizzata dalla Fondazione nella nuova sede di Palazzo Flangini. Un’apertura che vuole essere simbolica: uno spazio pensato come “casa di tutti”, con l’obiettivo di rafforzare il ruolo della cultura nella vita della città.

In una Venezia spesso raccontata solo attraverso le tensioni del turismo di massa o le emergenze ambientali, l’idea di uno spazio culturale aperto gratuitamente fino al 30 giugno 2026 assume un valore non secondario. Significa provare a ricostruire un rapporto tra istituzioni e cittadinanza, tra produzione culturale e territorio.

Venezia, tra immagine e realtà

Venezia è probabilmente la città più fotografata al mondo. Affrontarla significa misurarsi con una tradizione iconografica sterminata. Berengo Gardin lo fece già nel 1965 con un libro oggi ricercatissimo, scegliendo di sottrarsi alla cartolina e di concentrarsi sulle persone, sui mestieri, sulle pieghe meno appariscenti della città.

Anche il celebre “bacio rubato” sotto i portici di Piazza San Marco, che è presente in mostra, nasce da questa ricerca: un’immagine cercata, non costruita, capace di restituire umanità senza trasformarla in spettacolo.

In questo dialogo ideale con Aretino non è solo la veduta a essere condivisa, ma l’atteggiamento: osservare senza possedere, raccontare senza semplificare. La “più gioconda veduta del mondo” non è una fotografia fissa, ma un processo continuo.

Forse è questo il lascito più attuale di Berengo Gardin ed è quello che emerge dalla mostra.  In un’epoca dominata da una sovrapproduzione di immagini, spesso consumate e dimenticate nel giro di pochi secondi, il suo lavoro ricorda che fotografare significa assumersi una responsabilità verso ciò che si guarda e verso chi verrà dopo.


Gianni Berengo Gardin. La Venezia del maestro del bianco e nero

Fondazione di Venezia, Palazzo Flangini.
Dal 27 febbraio - 30 giugno 2026

Ingresso libero

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