"Una foto è una foto è una foto". Conversazione con Silvia Camporesi
Il titolo si ispira a un celebre verso di Gertrude Stein: una rosa è una rosa è una rosa. Si tratta di una tautologia, una ripetizione che rivendica lo statuto della fotografia. "Il senso risiede nel continuo rimbalzo tra passato maestoso e presente spesso banalizzato": nonostante l’epoca di svalutazione dell’immagine, nonostante oggi ci si trovi di fronte a qualcosa di completamente diverso rispetto all'origine, "la fotografia custodisce una forza e una storia straordinaria: ha rivoluzionato il nostro modo di guardare, pensare e persino dipingere". Questa è la prima sintesi di Una foto è una foto è una foto: solo la prima, appunto, perché questo è un viaggio lungo, appassionante, articolato, che si avventura tra le pieghe del tempo, partendo dalla scelta di un titolo che ormai, da alcune settimane, viene esplorato al principio di ogni intervista.
La nostra conversazione con l’autrice, Silvia Camporesi - filosofa di formazione, fotografa professionista da oltre vent'anni, impegnata in collaborazioni con Artribune e Scuola Holden - inizia dunque da una citazione, ma non si ferma lì: subito si mette in cammino per raggiungere altri luoghi. Nel tentativo (riuscito) di nutrire lo stupore e risvegliare la consapevolezza, attraverso il suo saggio - agile e, insieme, densissimo - pubblicato da Einaudi a novembre scorso, Camporesi riflette su passato e presente della fotografia indagandone attentamente le trasformazioni e interrogandosi su quanto e come, oggi, tutto questo riesca a parlare di noi.
Cosa resta del momento decisivo? Dell'istante di massima tensione catturato, con il giusto punto di vista e nell’attimo perfetto, da Henri Cartier-Bresson in Behind the Gare Saint Lazare del 1932? La fotografia ritrae un uomo che, saltando, sta cercando di superare una grande pozzanghera, sta per riappoggiare il piede (sul bagnato) ma non ha ancora toccato terra e, alle sue spalle, un cartellone pubblicitario mostra una ballerina impegnata in una azione simile: quello scatto non sarebbe stato la stesso se fosse stato realizzato un attimo prima o un attimo dopo. Ma torniamo alla domanda: cosa resta oggi del cosiddetto "momento decisivo", che ha definito la storia e reso iconica buona parte della fotografia del secolo scorso? "Il tema, tanto caro ai fotografi del Novecento, si è perso: con centinaia di scatti al secondo, l'istante decisivo viene catturato, per forza". Senza dubbi, senza sorprese.
Parafrasando Carver, chiediamoci: di cosa parliamo quando parliamo di fotografia. E in senso più ampio e, al tempo stesso, specifico per la nostra epoca: che cos'è la fotografia, nella sua essenza, e cosa è diventata? Nata nel 1839, non ha ancora raggiunto i duecento anni, è giovane eppure ha vissuto diverse rivoluzioni: dall'invenzione del negativo, che l'ha resa riproducibile all'infinito, al digitale, che l'ha dematerializzata potenziandone la diffusione in modo esponenziale, fino all'intelligenza artificiale che, come spiega Camporesi, introduce riflessioni attuali e profonde legate a copyright, autenticità, autorialità. Se c'è una cosa che la fotografia, nei suoi pochi anni e nelle sue molteplici rivoluzioni, ci ha mostrato e insegnato è la complessità del mondo. Ciò che definisce il nostro tempo e la nostra relazione presente con la fotografia ha a che fare, da una parte, con la percezione individuale e collettiva del reale e, dall'altra, con l'eccesso di produzione: oggi esistono "più immagini che cose, più schermi che sguardi".
Viviamo in un’era di sovrabbondanza e cambiamenti radicali, in cui ci sembra autentico qualcosa che, nella realtà, risulta invece difficile, se non impossibile, da fotografare. "Nel libro faccio l'esempio di un'amica che mi racconta di aver visto l'aurora boreale. Alla mia domanda: com'era?, risponde: in foto è più bella. Il punto è proprio questo: dal vivo l'aurora può essere un fenomeno delicato, quasi impercettibile, ma nelle fotografie viene 'sparata' da automatismi che aumentano il contrasto. A forza di vedere immagini sature sul web, pensiamo che quella sia la vera aurora: quando poi andiamo ad ammirarla dal vivo non la riconosciamo, o ci sembra meno bella, perché siamo stati bombardati e abbiamo creduto a quelle immagini".
Per leggere e provare a comprendere cosa sia diventata la fotografia, dobbiamo volgere lo sguardo al passato e "riappropriarci di quella forza espressiva che, nonostante tutto, ha ancora il potere di parlarci - spiega Camporesi a Il Bo Live -. Il libro è costruito proprio su questo dialogo costante tra ieri e oggi, con l'obiettivo di risvegliare la nostra consapevolezza di fronte alla pervasività delle immagini. In un mondo che produce circa cinque miliardi di foto al giorno, la qualità e lo stupore rischiano di annegare nella massa. Eppure la fotografia è stata - e può tornare a essere - meraviglia. Recuperare quella memoria è possibile".
Fotografare tutto
Oggi fotografare non costa più nulla: così fotografiamo tutto nella convinzione che, non facendolo, qualcosa di importante ci sfugga, qualcosa che non possiamo assolutamente perdere, qualcosa che dobbiamo condividere per poter provare di aver visto, di esserci stati. Fissiamo un momento che, con buona probabilità, non abbiamo vissuto intensamente, ma di cui, a lungo, conserveremo lo scatto (tra centinaia di scatti realizzati in una manciata di secondi) spacciandolo per un preciso ricordo legato a un’emozione: quello che facciamo davvero è affidare alle immagini il ruolo di farci da memoria.
"Davanti a un piatto ben cucinato, al sorriso di un figlio o alla prima neve, non scattare sembra quasi una privazione”, commenta Camporesi. “C’era un reel, che girava sui social nei giorni scorsi, che mi ha fatto sorridere: diceva che se dovessimo pagare ogni singolo rullino, col cavolo che sceglieremmo di fotografare i piatti che mangiamo! Oggi chiunque ha in tasca uno strumento di altissima qualità: spesso gli smartphone producono file migliori di molte fotocamere tradizionali ma, soprattutto, sono strumenti che non ci permettono di sbagliare. Una volta fotografare era un’operazione complessa: servivano tecnica, corsi, investimenti e una grande passione. Sbagliare era facilissimo. Oggi è quasi impossibile fare una brutta foto, perché i nostri telefoni ragionano per noi, aggiungendo luce e contrasto in modo artificiale. Paradossalmente, come dicevo, questo rende certi soggetti impossibili da ritrarre fedelmente: se provate a fotografare un vero cielo stellato, il software aggiungerà una luminosità inesistente, perché programmato per rendere ogni immagine valida e piacevole, a ogni costo".
“ Chiediamo alla fotografia di ricordarci di aver fatto belle esperienze, di essere stati vivi e felici. Non a caso, raramente fotografiamo il dolore o la noia del quotidiano
Per dimostrare di aver vissuto
Cerchiamo di consolidare la narrazione che costruiamo di noi stessi: ecco un altro fondamentale concetto condiviso dal Camporesi. "È come se sentissimo il bisogno di dimostrare visivamente, a noi stessi prima che agli altri, di aver vissuto". È questa l'epoca in cui viviamo a livello fotografico e, prima ancora, esistenziale.
"La democratizzazione, nata dalla smaterializzazione dell’immagine, ha cambiato il nostro rapporto con la realtà. Chiediamo alla fotografia di ricordarci di aver fatto belle esperienze, di essere stati vivi e felici. Non a caso, raramente fotografiamo il dolore o la noia del quotidiano: costruiamo un archivio di momenti brillanti per certificare a noi stessi che la nostra vita sia stata degna di essere ricordata".
Una fotocamera sempre a disposizione per mostrare ciò che vogliamo, quando vogliamo. "Fa parte dell’egocentrismo innato dell'essere umano. Metto in mostra la mia personalità e la mia presenza, ma nella versione che voglio io. Le fotocamere degli smartphone hanno filtri che non si possono nemmeno disattivare e che rendono i nostri volti 'migliori': stirano le rughe, sistemano l'ovale, raddrizzano gli zigomi. Quella che ci viene restituita è un'immagine edulcorata della quale ci fidiamo. E questo è un altro problema: tendiamo a fidarci di immagini che non sono specchi ma elaborazioni”. Si crea così un cortocircuito continuo tra ciò che produciamo e ciò che guardiamo, “finché, a un certo punto, ci fidiamo delle immagini e non della realtà".
Riflessioni sull'autorialità
Ci chiediamo in quale epoca fotografica stiamo vivendo, ma per capirlo dobbiamo approfondire le anime di quest’arte e distinguere, indagando mondi diversi: amatoriale, artistico, utilitaristico. “Il mondo amatoriale è legato ai social e al quotidiano, e al momento genera la maggior parte dei problemi che siamo chiamati a considerare e comprendere. Il mondo artistico non viene toccato dalle rivoluzioni perché l'artista, essendo un autore che usa il pensiero, può utilizzare l'intelligenza artificiale a suo favore, facendola entrare nei propri progetti, ma il suo lavoro sarà sempre riconoscibile, perché quel che conta è la coerenza e l'autorialità. C'è poi la fotografia nata per scopi pratici, legati alla ritrattistica, al reportage, all'ambito commerciale, medico o scientifico. Ancora oggi, nella maggior parte degli usi, ha uno scopo ben preciso: una lastra o una risonanza magnetica sono fotografie necessarie. Tra tutti questi utilizzi, ne esiste uno in particolare che viene messo in forte discussione oggi, ed è la fotografia documentaria, perché è diventata fortemente falsificabile: lo era anche un tempo - ricordiamoci che alcune delle più famose fotografie della storia sono falsi o ricostruzioni - ma oggi non esiste ancora un sistema certo per stabilire se una fotografia sia stata scattata da una macchina davanti a un soggetto reale o se sia una somma di dati presi dal web e costruiti sotto forma di immagine. Questo, all'interno della fotografia documentaria, è un problema".
Di fronte a questa incertezza, ecco cosa accade: "Noi facciamo uno scrolling infinito, potremmo morire scrollando, perché troveremmo sempre contenuti nuovi, e vediamo di tutto: immagini reali con un referente fisico, immagini del passato spacciate per attuali, foto manipolate o totalmente decontestualizzate. Non sappiamo più cosa stiamo guardando. Attraverso le immagini viene messa in crisi la verità. Guardiamo un flusso caotico che ci dà stimoli, ma dentro il quale agiscono dimensioni di potere: aziende che vogliono convincerci di qualcosa abbassando il livello delle immagini e creando un caos che mina il tema della verità. Ed è un problema cruciale, perché oggi la gente si informa proprio attraverso i social".
Viene da chiedersi, dunque, in questo tempo confuso, quale debbano essere il ruolo e le responsabilità dei professionisti della fotografia. "Nella mia pratica artistica, paradossalmente, lavoro proprio sul rapporto tra finzione e realtà. Spaccio, per esempio, luoghi in miniatura per luoghi reali, inducendo lo spettatore a dire: caspita, sembra vero. Questo è il cuore del mio lavoro dal punto di vista artistico". Camporesi si riferisce, in particolare, al suo progetto La Terza Venezia, in cui ha operato proprio su reale e irreale, fotografando sia la vera laguna che la Venezia in miniatura di Rimini. "Bisogna tenere conto di un fatto: l’artista non ha alcun dovere legato alla verità. Può fare e disfare come vuole, perché si muove in un ambito, quello dell’arte, che ha regole proprie”.
Questa è la questione centrale, la domanda che dovremmo porci davanti a ogni immagine: in che ambito mi trovo? “In un contesto documentario, pretendo la verità. Se sono in un ambito artistico, non pretendo nulla, se non di emozionarmi o di essere coinvolto. La distinzione è netta. Attraverso il mio lavoro ho sempre messo in crisi il tema della verità, a volte in modo ironico, altre in modo concettuale. Lo faccio perché la fotografia è una forma di grande finzione e, soprattutto, di non oggettività. Anche quando cerco di essere oggettiva, quello che mostro resta pur sempre il mio punto di vista. È una scelta di campo: decido cosa inquadrare e cosa escludere, trasformando la realtà in una visione personale".
La firma dell'autore fa la differenza, permettendoci di discernere: per esempio, la consapevolezza di essere di fronte a un lavoro di una artista, come Silvia Camporesi, aiuta a sciogliere i nostri dubbi. Eppure la sensazione di rischio, il timore di essere ingannati, che possiamo provare oggi di fronte alle immagini, ci accompagna costantemente: questa è la migliore delle ipotesi, perché presuppone una riflessione e un desiderio, anche minimo, di ricevere spiegazioni attivando il senso critico. Nel peggiore dei casi, invece, non preoccupa nemmeno e le immagini vengono semplicemente assorbite senza alcuna necessità di distinguere.
Educazione all'immagine
"Qualche mese fa ho intervistato il professor Carlo Arturo Quintavalle che, proprio in quell'occasione, ha sottolineato la necessità di nutrirci di buone immagini - racconta Camporesi -. Dobbiamo immagazzinarne tante, visitare i musei, studiare storia dell'arte, cercare i grandi autori. Questo serve innanzitutto a sviluppare il senso critico e, per chi vuole fotografare, a produrre qualità. Io credo che l’unico vero antidoto sia acculturarsi. Se vogliamo utilizzare i social, usiamoli per fare quello per cui sono nati, l'intrattenimento, poi però andiamo a cercare le informazioni nelle fonti certificate. Quando navighiamo in un mare di contenuti, dobbiamo sapere che non tutto merita credito: quei contenuti sono progettati per suscitare reazioni - rabbia, desiderio, omologazione - per convogliarci dentro un flusso commerciale o ideologico. Il problema è che siamo in una fase neonatale rispetto al potere dei social e dell'intelligenza artificiale: non abbiamo ancora sviluppato gli anticorpi necessari, né esistono norme adeguate. È assurdo che io venga bloccata per aver pubblicato la copertina di un libro di Tina Modotti, con un suo celebre nudo artistico, ma il sistema permetta la circolazione di notizie false, clickbait o immagini ambigue senza alcun filtro. Queste censure casuali non hanno senso".
E continua: "Trascorriamo la maggior parte del tempo davanti allo schermo di un cellulare, immersi in un mondo con regole assurde che ci costringono, col tempo, a pensare che tutto sia normale. Ma non c'è nulla di normale nel fare scrolling, passando dall'immagine di un bambino affamato a Gaza all'aperitivo al mare dei nostri amici, da un gattino che salta a un'esplosione in un'altra parte del mondo. La nostra mente assorbe e mette tutto sullo stesso piano. Ecco perché serve un'educazione all'immagine che parta dalle scuole elementari. Bisogna spiegare alle nuove generazioni che siamo dei prosumer, produttori e consumatori insieme, e che le immagini non sono mai innocue: hanno sempre delle conseguenze. C’è una conseguenza ecologica: anche se non stampiamo più, ogni file caricato ha un peso e i data center consumano energia e spazio. E c’è una conseguenza di senso: che messaggio sto veicolando? Chi e cosa sto mettendo in luce? Bisogna tornare alle basi e chiederci cosa sia lecito e cosa non lo sia più, nel momento in cui decidiamo di condividere uno sguardo sul mondo".