CULTURA

La comicità delle donne: una pratica costante di resistenza e libertà

Non è solo un “piccolo manuale” di istruzioni per trovare la battuta perfetta, né una semplice cronistoria delle attrici comiche del passato. Non è nemmeno una riflessione accademica sul femminismo. È, prima di tutto, una prova di libera e lucida ironia. Piccolo manuale di comicità femminista, il saggio irresistibile dell'autrice e attrice Luisa Merloni, pubblicato da Einaudi, è un atto di resistenza, coraggio e umorismo, un inno all'autenticità. È un libro acuto e brillante che intreccia la vita e l’arte della sua autrice, cresciuta in un "giardino fiorito di risate" curato dalle donne della sua famiglia, con quelle di icone come Franca Valeri, Monica Vitti, Anna Marchesini o le protagoniste dell’indimenticabile esperienza de La tv delle ragazze - che alla fine degli anni Ottanta ha lanciato una generazione di comiche come Guzzanti, Finocchiaro e molte altre -, passando per l'attivismo di Carla Lonzi, "figura imponente [...] autentica e radicale […] che rivendica l'ironia come simbolo della nostra eterna rivolta". Ironia e rivolta, insieme.

Merloni si affida a Lonzi per fissare lo sguardo al presente e lanciarlo verso il futuro, perché - scrive - "non ci basta essere ammesse in un sistema di regole o anche nei circuiti artistici del mainstream: una comicità delle donne dovrebbe cambiarle, le regole. Completamente". Nel gergo della stand-up comedy il punch è la battuta finale, quello che arriva come un pugno in faccia nella conclusione del Manifesto di rivolta femminile del 1970: “Comunichiamo solo con donne”. 

Zia Augusta, nonna Pia, la mamma che somiglia a Monica Vitti: l’esperienza personale supera i confini del diario privato per farsi offerta collettiva, dall’ambiente domestico al palcoscenico, è filo rosso e motore di un racconto che dà vita a un'opera costellata di aneddoti e riflessioni, in cui la storia del femminismo si mescola al teatro, alla vita vissuta, ai ricordi di famiglia che attraversano il tempo. 

Capita raramente di imbattersi in pagine capaci di parlarti fitto fitto, toccando temi che in parte ti riguardano (il riferimento alla quieta e ispirante presenza del proprio cane durante le più intense sessioni di scrittura colpisce nel segno). Quando si incontrano parole che risuonano, l'esperienza di lettura diventa entusiasmante e si fa vorace: vorresti finirlo subito e al tempo stesso restarci dentro ancora un po’, per crogiolarti in una sensazione di soddisfatta pienezza. È un'abbuffata che, a differenza di quelle culinarie, non lascia traccia di nausea o pentimento, solo la consapevolezza di aver scelto il menù (saggio) adatto alle tue esigenze di lettrice e di aver nutrito un pensiero che, tanto nel femminismo quanto nella comicità, non si separa mai dal corpo. “Le parole comiche nascono dal corpo e sempre dal corpo devono ripassare per restare parola piena, viva, nuova”. 

La valigetta dell'umorismo

"Ridere davvero, per un tempo prolungato, allenta le nostre difese, apre qualcosa in noi, ci rende più disponibili a confrontarci con qualcosa di pauroso" o addirittura di tragico, perché proprio lì è stato piantato il seme della comicità. La comicità nasce quando si osserva un evento tragico con un certo distacco, a distanza di tempo. Gli anglosassoni, racconta Merloni, definiscono la comicità il risultato della somma di due elementi: tragedy e time

Per prima cosa, in questo volume, l'autrice mette le cose in chiaro rispetto all'origine del talento comico, smontando subito l'idea che esista qualcosa di innato, calato dall'alto: no, alla nascita nessuno riceve la valigetta della comicità, non esistono kit con i giusti attrezzi. In verità il discorso vale quasi sempre per gli uomini perché per le donne le cose vanno in maniera leggermente diversa. "Esiste un'idea più o meno consapevole, ma molto resistente, che il talento comico sia qualcosa con cui si nasce. Così come nasciamo con un corpo e un bagaglio genetico, nel nostro corredo di lattanti dovrebbe esserci, secondo questa idea, un altro bagaglio, una valigetta - io la vedo così, più piccola - con cui veniamo al mondo, piena di senso dell'umorismo. Quando però si scopre che il bebè è femmina, questa valigetta [...] viene messa via in tutta fretta, da caritatevoli genitori, nonni o anche infermiere". E Merloni immagina una scena alla E.R., tra le corsie di un ospedale, nel momento del parto: l'ostetrica (affiancata dallo "specializzando bono") fa nascere la creatura e di colpo cala il silenzio… "Questa bambina è nata con il senso dell'umorismo, presto, facciamo sparire quella valigetta".

Già le prime righe, dunque, sono permeate da una idea di libertà in grado di annullare il potenziale discriminatorio che porta con sé la parola “talento”: sia, in generale, nel più ampio panorama comico, sia in relazione al genere ("il gioco pubblico della comicità era praticato quasi esclusivamente dagli uomini, almeno fino a pochi decenni fa"). A ben vedere, “più che un dono che ci viene dalla natura, da Dio, dagli avi - quindi qualcosa che siamo -, è qualcosa che ci mettiamo a fare [...] Perché il talento, secondo me, non viene all'inizio ma alla fine. Quando ci guardiamo indietro e vediamo cosa abbiamo fatto". In ogni caso si inizia da qui: comiche non si nasce, si diventa.

"Il vedovo", 1959, regia di Dino Risi, con Franca Valeri e Alberto Sordi

La pratica della comicità 

"La comicità delle donne sembra un fenomeno molto recente e di certo in espansione. Sono sempre più le donne che occupano la ribalta della scena pubblica con il chiaro intento di far ridere. Ma la pratica della comicità da parte delle donne esiste da molto più tempo, una pratica costante, comunitaria, quotidiana, privata, una partica di resistenza". 

Il saggio rintraccia la figura di Santippe, moglie di Socrate, capostipite dello stereotipo della moglie insopportabile (e di stereotipi, come schizzi di una società complessa, la comicità non può fare a meno). Santippe è un personaggio necessario alla dominazione maschile, “perché allevia quel tanto o poco di tensione che la lotta tra i sessi porta con sé nel luogo più intimo e ineluttabile: il matrimonio. Il riso scarica questa tensione, perché tutto resti com'è".

Nel film Il vedovo di Dino Risi (1959) Alberto Sordi, nel ruolo del commendatore Alberto Nardi, aspirante imprenditore romano che vive costantemente al di sopra delle proprie possibilità, è sposato con Elvira Almiraghi, intrepretata da Franca Valeri, ricchissima donna d'affari milanese che non perde occasione per umiliarlo, chiamandolo pubblicamente "cretinetti" e rifiutandosi di risanare i suoi debiti. La svolta avviene quando Alberto crede che Elvira sia morta in un incidente ferroviario: improvvisamente si ritrova proiettato in un dorato futuro da erede, inizia a pianificare la gestione del patrimonio e a ricevere attenzioni da chi prima lo disprezzava. Elvira però ritorna, perché non è salita su quel treno: è a questo punto che il marito decide di organizzare il delitto perfetto per sbarazzarsi di lei, ma alla fine la vittima sarà proprio lui. La forza comica sta nel rovesciamento dei ruoli: "Questo film non avrebbe avuto successo senza Santippe - scrive Merloni -. Il bello di uno stereotipo così fortunato, così profondo, è che diventa flessibile, adattabile a diverse esigenze. La comicità, seppure amara e graffiante, non avrebbe retto il tentato omicidio se noi, nonostante il marito sia un imbroglione e pure inetto, in fondo non ci divertissimo seguendo i suoi progetti omicidi. Perché l'insopportabilità della moglie Santippe la conosciamo bene, la frequentiamo dall'antichità". Insomma, vanno bene i ruoli ribaltati, ma chi guarda in fondo spera e si diverte all'idea che la moglie bisbetica venga messa al suo posto. Franca Valeri in questo ruolo è perfetta e, agilissima, lo cavalca.

La rivoluzione di Franca Valeri

“Ogni donna che in Italia si metta a scrivere e recitare i propri pezzi comici, che ne sia consapevole o meno, è stata in qualche modo generata dalla vera capostipite di questa difficile pratica: Franca Valeri [...] che nei confronti del movimento è sempre stata caustica e distante, ha operato con il suo lavoro, durato tutta la sua lunga vita, una piccola, immensa rivoluzione culturale femminista”. Forte di una comicità che si fonda sulla scrittura, costruisce personaggi-maschera “dove però il mascheramento avviene soprattutto attraverso una mimesi linguistica”. Come accade ne Il vedovo, film sopracitato, la parola popolare, quella del quotidiano, è al centro: le spavalde e sfrontate personagge di Valeri non chiedono scusa, insistono e soprattutto parlano, e lo fanno anche attraverso una cornetta del telefono, racconta Merloni.  

La ragazza con la pistola 

Della già citata Monica Vitti, l’autrice scrive con entusiasmo sottolineandone l’unicità, “la lotta di una donna che vuole sostituire allo sguardo maschile il proprio" attraverso una strategia originale, la sottrazione. Il grande fascino umano, prima che artistico, di Monica Vitti ha a che fare con “un continuo spostamento della sua presenza, un’inquietudine visibile che abbraccia completamente per farne stile”, fino a trasformarla in ironia. 

"Come oggetto di desiderio, non si dà completamente; appena cerchi di acchiappare la donna sensuale, di carne, la proiezione perfetta del desiderio, ecco che lei già si è spostata". Merloni sottolinea come, nonostante nel racconto della sua carriera si sia portati a distinguere tra la sua esperienza da attrice drammatica e quella invece di comica, Vitti resta sempre la stessa attrice. Una riflessione su di lei, consente anche di approfondire un'altra questione, quella che per lungo tempo ci ha convinti che la bellezza non si potesse mai associare alla comicità, insomma se sei bella non puoi pensare di far ridere. Ecco, Vitti smonta tutto e ne La ragazza con la pistola (1968) di Mario Monicelli, con treccia nera e accento siciliano, dimostra che "si può essere bellissime e comicissime [...] imponendo al mondo la sua possibilità di scelta”, la sua libertà.

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