CULTURA

Rileggiamo: L’uomo che trema di Andrea Pomella

C’è un confine labile tra lo star bene e l’avere addosso dei vestiti, anzi, una pelle che ci fa soffrire; e tanto più il dolore non si manifesta coerente, fisico, dimostrabile e soprattutto giustificabile tanto più soffriamo. Possiamo compatirci – etimologicamente – per questo nostro star male in molti modi, uno dei quali può essere per l’appunto trovare altri con cui portare questo peso, fossero anche solo i personaggi di un libro: l’antico adagio dello specchio in cui scoprire – eureka – chi siamo.

Questo è ciò che può accadere leggendo L’uomo che trema di Andrea Pomella, un romanzo uscito nel 2018 per Einaudi, ma che vale la pena di essere rinverdito oggi come sempre, in cui il protagonista (che bizzarramente porta le stesse iniziali dell’autore) soffre della cosiddetta depressione maggiore

Il protagonista a sua volta ha un riferimento letterario notissimo: Il male oscuro di Giuseppe Berto che nasce – ebbene sì – come scrittura terapeutica e si rivela un capolavoro che offre il destro allo scrittore Pomella anche di ragionare su quello che di più caro al mondo uno scrittore possiede. La scrittura.

“Poiché il romanzo di Berto non è che un’ossessiva ricerca della radice infetta che determina la disgrazia dell’io, ma è anche e soprattutto una gigantesca messa in discussione dei canoni della scrittura, o meglio, un’abdicazione della scrittura artistica in favore della scrittura terapeutica; vale a dire uno stravolgimento delle finalità del romanzo, e quindi la sua definitiva messa in discussione. […] L’opera è quindi il resoconto di questa duplice lotta, da una parte contro il romanzo, dall’altra contro il padre (è perfino possibile che il romanzo e il padre, alla fine siano la stessa cosa). E a che fine? Berto dice per la gloria. […] Questo genere di gloria è la capacità che hanno i veri artisti di tramandare ai posteri il modo di pensare e di vivere della propria epoca, di condensare in una capsula l’odore del presente, di eternare se stessi e il proprio tempo; la gloria cioè è la capacità di ognuno di trasformare un ricordo diretto in un ricordo collettivo”.

Questo è esattamente ciò che accade in questo romanzo, e poco importa se racconta una storia privata, autobiografica addirittura, in piccola o massima parte. Leggendo Pomella – non solo qui, ma anche nei successivi romanzi che eternano istanti o stagioni (i tre minuti del rapimento Moro, l’epoca blu e dorata degli anni Sessanta della pittura romana) – si comprende come il romanzo dica sempre tu. Anche se non sei mai stato depresso, anche se non eri ancora nato quando Moro è stato rapito o nulla ti importa della vita dei pittori avanguardisti. E al contempo Pomella ci dà una grande lezione su cosa il romanzo in definitiva sia. La trama di un libro può essere fatta da un susseguirsi di giorni e di malesseri, di angosce e tentativi di salvezza? Appuntamenti dallo psichiatra e caleidoscopiche decostruzioni e ricostruzioni dell’interiorità?

Sì, sì, sì e ancora sì: proprio per quel dato di universalità che Berto riconduce alla gloria.

Si prenda questa riflessione: “Una delle qualità principali delle canzoni, il motivo stesso per cui la musica è così importante nelle nostre vite, è che a volte capita che un disco, una voce, una melodia, e la nostra percezione, il nostro carattere, il nostro sentimento del vivere o il sentimento che ci attraversa in un preciso istante della nostra esistenza, si dispongono sul medesimo asse. È come quando il Sole, la Terra e la Luna sono perfettamente allineati e viviamo l’esperienza di un’eclissi totale. Ci ritroviamo in un cono d’ombra che ci esclude da tutto il resto, dalla realtà così come la conosciamo, e ci sentiamo messi a parte di un mistero più grande. La misura e l’arte hanno il potere eccezionale di richiamarci a noi stessi”, in cui peraltro non è detto che Pomella con arte l’intendesse in senso ampio (alludesse cioè – anche – alla scrittura); eppure è proprio così.

Chi legge L’uomo che trema si riconosce senza sapere di esserne il protagonista: l’uomo angosciato dal presunto incidente della compagna; quello che non parla più al padre da trentasette anni; l’impiegato cui il lavoro va stretto; il depresso “intrappolato tra due fuochi: avere delle occupazioni materiali o impigrire, trascorrere giornate intere nella più completa inoperosità, e quindi dare sfogo ai giochi dello spirito”.

Se questa storia l’avesse scritta l’ultimo Starnone sarebbe forse diventata come Lacci o Destinazione errata: un’avvincente dinamica familiare – il protagonista A P, Grazia, il figlio Mario, lo psichiatra 1 e lo psichiatra 2, il padre rinnegato e i fatti tra loro – cui restare avvinghiati per forma (breve e prefetta) e per la suspense data dall’intreccio.

Pomella fa qualcos’altro: spia negli occhi degli altri (“Di recente ho preso l’abitudine mentre cammino di spiare nelle case, anche se so che non si dovrebbe spiare nelle case degli altri, però penso che lo stesso principio dovrebbe valere anche per le macchine degli altri, e se vogliamo anche per gli occhi”).

E nello spiare ci libera tutti. Confessandoci.


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La gloria è la capacità che hanno i veri artisti di tramandare ai posteri il modo di pensare e di vivere della propria epoca, di condensare in una capsula l’odore del presente Andrea Pomella

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